CARI ISCRITTI AL BLOG E ALLA PAGINA FB…

…come alcuni di voi hanno già notato, il blog è in allestimento da qualche settimana con molto materiale nuovo e la cosa (solo per chi è iscritto al blog) comporta la ricezione automatica anche di parecchie email al giorno. Ad alcuni la cosa piace molto e sono felice per l’avidità con cui leggete i nuovi articoli, ad altri un pò meno e vi chiedo di pazientare ancora qualche settimana ma sto realizzando un progetto che presto vedrete! Per qualsiasi domanda scrivetemi a lindoratapillola@gmail.com
Buona domenica ^.^

Melania Emma

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Lamentarsi in continuazione di se stessi o degli altri significa posizionarsi come degli adulti-bambini in cerca dei genitori mancati, e questo è un lusso psicologico che appartiene solo a chi non sta realmente soffrendo, o, diciamolo pure, che non sta soffrendo abbastanza se uno ha sufficiente energia per cercare attenzione lamentandosi in continuazione, godendo poi di ogni briciolo di attenzione ricevuta. E’ una specie di gioco egocentrico.

E mi permetto…perché posso parlare di sofferenza fisica e di sofferenza psicologica e morale, per esperienza diretta.

Andare in giro fisicamente o virtualmente a lamentarsi con gli altri, appartiene a tutti coloro che amano usare quel po‘ di sofferenza che hanno provato nel passato o che vivono nel presente solo per attirare l’attenzione.

E la usano, la sofferenza/lamentela, come merce di scambio, ed è per questo motivo che non ne escono così facilmente, perché non sono ancora interessati a vivere la loro vita. Non stanno dando valore alla vita.

Chi da’ valore alla propria vita non perde il suo tempo a lamentarsi, ma a vivere, ad andare avanti, a cercare di vivere bene e di lasciarsi il passato alle spalle.

Il primo segno di maturazione percepibile in un individuo è che egli smette di lamentarsi e comincia a prendersi la piena responsabilità di stesso e della propria vita.

Andate a visitare qualche ospedale dove ci sono i bambini malati di cancro.
Andate al centro grandi ustionati.
Guardatevi le Paraolimpiadi.
Andate nei paesi dell’est a visitare qualche manicomio.
Andate a visitare un macello.
Andate in certe regione dell’India dove lasciano morire la gente per la strada, in mezzo al traffico.
Guardate le riprese dove muoiono per la guerra, per la fame, per le pestilenze.

Allora capirete molte cose.

Questo fa parte del Lavoro pratico su se stessi, se si vuole crescere davvero.

La lamentela, i sensi di colpa, il senso del fallimento, e tutti i giudizi e le critiche distruttive non servono a nulla, non hanno nessuna funzione utile, se non quella di farti rimanere lì dove sei per tua scelta.

Se la sofferenza non produce un cambiamento nel nostro modo di pensare e nei nostri sentimenti, allora non è servito a nulla soffrire, e allora cadremo ancora più in basso nell’inconsapevolezza, fino a trovare piacere nella sofferenza stessa.
Nessuna trasformazione.

Bisogna scegliere se crescere e trasformare la propria vita, o lamentarsi.
Non si può viaggiare su due automobili contemporaneamente.

Roberto Potocniak

Ogni tanto, smetti di volere sempre tutto sotto il tuo controllo, e permetti alle cose di crollare e di seguire il loro corso…
E rimani semplicemente presente a te stesso ad osservare senza giudicare.
Proviamo a considerare il fatto che tutto ciò che facciamo non è che un tentativo per fuggire la paura.
Arrabbiarsi è sinonimo di paura; attaccarsi e identificarsi con le cose esterne è sinonimo di paura; attaccarsi agli altri nasce dalla paura; attaccarsi al cibo, alla televisione, ai divertimenti, al alcol, al sesso, e a qualsiasi altra cosa…è segno che non stiamo vivendo nel momento presente con ciò che è, ma che stiamo tentando di fuggire la paura del presente.
Irritarsi è paura.
Aggredire è paura.
Mentire è paura.
Indifferenza è paura.
Giudicare gli altri è paura.
Giudicare se stessi è paura.
Gelosia ed invidia nascono dalla paura.
Egocentrismo ed arroganza nascono dalla paura.
Orgoglio e vanità nascono dalla paura.
Pretendere è segno di paura.
Vivere sempre nelle aspettative è paura.
Sentirsi superiori o inferiori è segno di paura.
Ogni forma di esagerazione nasce dalla paura.
Anche rifiutare le cose, le persone e le situazioni, magari combattendole, anche questo è paura.
La paura del momento presente: l’ignoto.
Paura dell’impermanenza, paura del vuoto, paura della verità, paura di non avere il controllo, paura di perdere il controllo, paura dei cambiamenti, paura della vita che scivola via attimo dopo attimo, paura della morte, paura di non essere.
Ciò che chiamiamo vivere, si risolve per la maggior parte del nostro tempo nel tentativo di parare i colpi dell’impermanenza a son di illusioni, di mascheramenti e di compensazioni per non confrontarci con la realtà, per non confrontarci con l‘insostanzialità delle nostre idee, credenze e fissazioni.
O meglio: per non confrontarci con l’insostanzialita‘ di noi stessi, la falsa idea che abbiamo di noi stessi che crolla inesorabilmente davanti all paura.
Abbiamo paura di avere paura perché la paura ha il potere di smascherare le nostre menzogne, e ci dimostra che non abbiamo tutto questo controllo sulle cose, sulle persone e sulla nostra vita che siamo convinti di avere.
La vita segue le sue leggi e non le nostre…
E questo fa paura…
E continuerà a spaventarci finché non accetteremo tutte le nostre paure con coraggio e compassione, accettando di far crollare la falsa immagine di noi stessi, quella che abbiamo creato e nutrito negli anni tanto per darci un tono: l’immagine del finto guerriero che spacca il mondo, ma che si nasconde sotto un armatura di cartone e combatte la vita con uno scudo di plastica e una spada di legno.
Cominciamo a famigliarizzarci con noi stessi…
Cominciamo a fare amicizia con noi stessi invece di preoccuparci di combattere il mondo…
Cominciamo a prendere le nostre bugie e ipocrisie con amore e compassione…
Siamo stati colti dalla vita con le mani nel vasetto della marmellata…
E va bene così.
Mi osservo e mi accetto, qui e ora, e smetto di creare continue costruzioni mentali per difendermi dal presente.
Mi apro a ciò che è…ed accolgo me stesso in relazione a tutto ciò che mi circonda, accetto cosa sono e dove sono, e poi comprendo.
E incomincio allora a provare amore e gratitudine per il mio piccolo essere impaurito che sta imparando a conoscere i misteri della vita.
Vivi coscientemente la vita dissolvendo te stesso nella paura.
Fa che la paura diventi tua amica e compagna di viaggio.
Accetta di avere paura, e ti farà meno paura l’aver paura.
Finché non troveremo il coraggio di confrontarci con la paura, allora, tutto ciò che faremo della nostra vita non sarà altro che un vano tentativo di evitare la paura.

Roberto Potocniak

SVILUPPARE SINTOMI O “DEGENERARE”?

Analizzare la propria madre patologica senza sentirsi colpevole, per un figlio, è davvero una cosa immane. E’ qualcosa che spezza dentro. Quindi sviluppare sintomi è l’unica arma che un figlio ha per esplicitare la sua protesta e il suo dolore senza ricevere ritorsioni, punizioni e soprattutto senza sentirsi in colpa.

Diversamente, rimanere sani e asintomatici riuscendo a resistere ed opporsi ad una madre patologica, equivale ad essere un figlio indegno, un mostro di figlio degenere. Specialmente nello Stato del Papa.

La tremenda scelta, dunque, per un figlio di madre patologica, è tra la protesta passivo-aggressiva dell’ammalarsi e quella del recidere il cordone vivendo “degeneratamente”.

Melania Emma

LA TECNICA DEL PIEDE NELLA PORTA

La tecnica del piede nella porta è una delle tecniche di manipolazione sociale più conosciute. Potremmo esserne stati vittime senza nemmeno accorgercene. Vediamo in cosa consiste.
Suonano alla porta per chiederci una donazione destinata a un’associazione benefica che lotta contro una malattia rara. Diciamo che possiamo sempre rispondere che al momento non abbiamo soldi. Ora, immaginate che suoni di nuovo la stessa associazione per darci una spilla da indossare per una settimana al fine di sensibilizzare sull’importanza di raccogliere fondi per combattere la malattia. Due settimane dopo tornano e ci chiedono una donazione. Ci sono buone probabilità che gli daremo dei soldi. Hanno appena applicato la tecnica del piede nella porta.
Esistono molte tecniche psicosociali in grado di manipolarci pur non essendone consapevoli. Effettivamente, il lavoro di alcune persone è proprio quello di progettare tattiche per ottenere un beneficio concreto senza che la “vittima” se ne accorga. La tecnica del piede nella porta è una delle più note e più studiate in psicologia sociale.

La tecnica del piede nella porta
La squadra di Beaman (1983) definisce il piede nella porta come una tecnica che consiste nel chiedere un piccolo favore alla persona da cui intendiamo ottenere qualcosa. Secondo Beaman, “inizia con un comportamento poco dispendioso e in un contesto di libera scelta (assicurandoci in questo modo una risposta affermativa) per poi richiedere un favore simile, ma di maggiore entità, che è ciò che vogliamo veramente ottenere”.
I fattori sottesi che causano il successivo comportamento di maggiore entità sono l’impegno e la coerenza. Le persone che hanno acconsentito ad assumere un comportamento su base volontaria, accettano più facilmente una richiesta successiva che vada nella stessa direzione, anche se più dispendiosa (a condizione che abbiano accettato quella precedente).
Per esempio, se assumiamo una posizione a favore di un qualche pensiero, sarà più facile per noi impegnarci in comportamenti legati a quello stesso pensiero. In questo modo, manteniamo la coerenza interna ed esterna, ovvero di fronte agli altri. Inoltre, l’efficacia di questa tecnica diventa maggiore quando l’impegno è pubblico, la persona ha scelto pubblicamente o il primo impegno è stato dispendioso.
“È molto più facile ingannare la gente, piuttosto che convincerla che è stata ingannata”.
-Mark Twain-

Esperimento di Feedman e Fraser
Feedman e Fraser (1966) chiesero a un certo numero di persone di mettere nel loro giardino un cartello piuttosto brutto e grande in cui si poteva leggere: “Guidate con attenzione”. Solo il 17% accettò di metterlo.
A un altro gruppo di persone fu chiesto prima di firmare un documento a favore della sicurezza stradale. Trattandosi di una petizione che non richiedeva impegno, la maggioranza di loro firmò. Poco tempo dopo, chiesero alle stesse persone di mettere il cartello grande e brutto nel loro giardino. Indovinate un po’? Accettò il 55%.

La tecnica del piede nella porta e le sette
Che relazione ci può essere tra questa tecnica e le sette? Non dimentichiamo che si tratta di una tecnica di persuasione. Il primo contatto con la setta consiste solitamente nella partecipazione a piccole riunioni. In seguito, viene richiesta una piccola donazione. Una volta effettuati i primi passi, è probabile che ci impegniamo in comportamenti successivi.
Comportamenti che possono includere: dedicare ore settimanali alla setta, aumentare le donazioni di denaro o di altri beni. In situazioni più estreme, sono stati anche documentati casi di adepti costretti a svolgere prestazioni sessuali e persino a partecipare a suicidi collettivi sotto un apparente illusione di volontarietà.
“La gente è pazza? No, la gente è manipolata.”
-José Luis Sampedro-

Riflessioni finali
Nonostante passino inosservate, queste tecniche vengono utilizzate per ottenere qualcosa da tutti noi. Quando ci chiamano al telefono e ci chiedono se abbiamo internet, la nostra risposta è generalmente affermativa. In questo modo, ci predispongono all’ascolto. La domanda successiva, di solito, è se vogliamo pagare di meno. La nostra risposta è spesso nuovamente affermativa. A questo punto, ci tengono in pugno.
Un altro aspetto importante, in alcuni casi, è la mancanza di tempo per pensare. Se ci fate caso, le offerte che ci propongono sono sempre limitate: “domani questo prezzo non sarà più disponibile.” In questo modo la pressione esercitata è tale che rispondiamo “sì” senza aver elaborato le informazioni.
Indubbiamente, imparare a dire di no e a disinnescare le tecniche di manipolazione è fondamentale per evitare che gli altri ottengano da noi qualcosa che non eravamo intenzionati a dare loro. Un piccolo “sì” può rivelarsi un affare insidioso al momento di rifiutare una richiesta successiva. La prossima volta che diremo “sì”, probabilmente ci avremo pensato meglio.
“Quando pensiamo di dirigere, ci stanno dirigendo”
-Lord Byron-

Fonte

CHI DICE DI VOLERTI BENE?

Oggi ti parlo di quelle critiche nascoste, insulti celati che arrivano da una mamma all’apparenza premurosa, da un amico molto presente nella tua vita o peggio ancora, dal tuo partner che afferma di amarti. Si tratta di messaggi nascosti presenti in determinate frasi. Quando è una mamma a contornare la tua vita con affermazioni o domande simili, la tua autostima e la tua autoaffermazione sono messe seriamente a rischio. Il motivo? Se tua madre lo fa oggi che sei adulta, probabilmente non ha mai smesso di farlo e ha iniziato quando eri bambina… ciò ha causato un forte caos in te fino a renderti molto insicura o fino a renderti incapace di prendere decisioni con una certa determinazione.
Le critiche nascoste di chi dice di volerti bene
Sono molti gli insulti celati e le critiche che possono scalfire la tua autodeterminazione, la tua sicurezza o addirittura la tua stabilità emotiva. Queste critiche non ti arrivano in modo diretto ma si insinuano nella tua mente, colpiscono il tuo inconscio e creano dubbi, incertezze e sensazioni di basso valore.
Come premesso, quando queste critiche nascoste arrivano da una mamma, il risultato è più devastante: ogni critica celata funziona per risonanza e attiva un meccanismo che ti indurrà a pensare che, per quanto tu possa sforzarti, non sei mai abbastanza… perché è così che le stesse frasi ti hanno fatta sentire da bambina.

Quali sono le critiche nascoste?
Spesso si nascondono dietro un complimento, oppure, le più diffuse, arrivano in forma di domanda. Riesci a individuare qualcosa del genere? Per farti un’idea più precisa, ti riporterà qualche esempio:
-Bellissimo questo appartamento, sicura di potertelo permettere?
-Ti sta bene questo cappotto, ma non è un po’ troppo stravagante per te?
-Sei meravigliosa con quel vestito ma mi chiedo, non avresti dovuto prenderlo di una taglia più grande?
-Ora hai ottenuto questo nuovo lavoro che ti dà grandi soddisfazioni, ma ne vale la pena?

Questo modo di esprimersi… ti suona familiare?

Il tuo interlocutore ti pone una domanda che in realtà porta un giudizio mascherato. Per te che ricevi frasi di questo genere, decifrarne il significato diventa difficile, in primis perché c’è un coinvolgimento emotivo (come potrebbe, tua madre o quel tuo caro amico, giudicarti e criticarti così tacitamente?) e poi, perché la critica ti viene posta in forma mascherata.
A te arriva un messaggio confuso, per coglierne il significato dovresti interpretare al meglio la mimica facciale di chi pronuncia frasi del genere… dovresti poi mettere in dubbio l’intero legame e il modo in cui tu guardi chi ti è di fronte.
-E’ possibile che tua madre non sia poi così trasparente e amorevole come pensavi che fosse?
-E’ possibile che quel caro amico tanto presente possa non essere così autentico?

Magari adesso penserai che questo mio articolo è esagerato… che si tratta di banali frasi e che ognuno può darci la sua interpretazione… ma, ti sbagli, non c’è niente da interpretare. Le critiche indirette sono le peggiori perché tu le subisci, le assimili e non hai modo di proteggerti.

Perché le critiche celate fanno così male?
Quando una critica non è esplicita, non si palesa nella sua forma più diretta, diventa difficile da elaborare o da riconoscere e l’insulto che è nascosto al suo interno, s’insinua nel tuo inconscio dove lavora e inizia a remarti contro. Forse non lo senti in modo consapevole ma di certo noterai i suoi effetti.

In quelle affermazioni, in quelle domande, c’è una netta incongruenza.

Quando un complimento non è un complimento oppure, come negli esempi precedenti, quando una domanda non è una domanda, tu nella tua semplicità, tenderai a gestirla come tale, anche se nasconde un messaggio sgradito che in qualche modo ti sta ferendo.
Il messaggio sgradito è un fertilizzante del seme dell’insicurezza che è già stato piantato in te da bambina (quando la frase arriva da una mamma) oppure è una lama che vuole scalfire la tua autostima.
Quando una persona ti dice, in modo diretto, che non è d’accordo con una tua scelta, che non approva il vestito che hai indossato… tu ne prendi atto e dai una risposta adeguata al disappunto.
Quando il disappunto arriva come un falso complimento o come una domanda, finisci per ingerirla… proprio come quella mela splendida e lucente che fu offerta a Biancaneve. Una mela bellissima ma avvelenata.
Ogni volta che assimili una critica celata, i suoi spigoli taglienti finiscono per ledere la fiducia che riponi in te stessa. Finiscono per creare insicurezza e sfiducia.
Questo modo di relazionarsi genera confusione e ti porterà a vivere il legame con quella persona in modo ambivalente: in pratica ti sentirai legata a quella persona e finirai per provare, contemporaneamente, due sentimenti, due emozioni o degli impulsi contrastanti.

Ti senti in dovere di… nonostante i maltrattamenti celati

Un altro effetto negativo delle critiche celate sta nel non potersi proteggere con il distacco. Questo meccanismo velenoso è terribile soprattutto quando la dinamica degli insulti celati caratterizza il rapporto madre – figlia.
In pratica, nonostante i maltrattamenti e i giudizi elargiti in modo nascosto, ti sentirai in dovere di essere una buona figlia o in dovere di essere una buona amica. In genere, le condotte di una buona figlia o di una buona amica sono legate a sentimenti di autenticità: tu esprimi il tuo affetto e in certi casi, la tua gratitudine, con gesti e parole. Quando il legame è caratterizzato da critiche nascoste, tu, in realtà, sei caduta in una trappola. Provi emozioni e sentimenti discordanti.

Quando è il rapporto madre-figlia ad avere queste dinamiche e ne sei stata invischiata fin da bambina, a un certo punto della tua vita hai dovuto fare una scelta inconsapevole: hai dovuto decidere se scegliere tra una brutta realtà o una bella fantasia. E’ chiaro che, in genere, i bambini piccoli optano per una bella fantasia: idealizzano la madre e colpevolizzano se stessi. Nasce così una situazione che si cronicizza nel tempo creando un legame tanto stretto quanto doloroso. Se non inizierai a mettere a fuoco la realtà e continuerai a scegliere la bella fantasia anche da adulta, talvolta ti sentirai colta da un senso di ingiustizia, ti sentirai come la “figlia-zerbino” e altre volte, colta dai sensi di colpa, ti sentirai una “figlia – ingrata“.
Ogni insulto celato rinnova l’incantesimo, aumenta la confusione e accresce insicurezza. Questa situazione è più brutta di quanto tu possa immaginare.

Alcune figlie, immerse nel ruolo di essere brave figlie, finiscono con il subire gli abusi di madri tossiche, mamme narcisiste, borderline o istrioniche… che anno dopo anno, hanno causato gravi danni alla prole.
Le stesse figlie, poi, finiranno per creare legami con partner o amici tossici che possono riproporre un modello affine e non smetteranno mai di subire critiche e abusi nascosti… o almeno questo accadrà solo fin quando l’incantesimo non sarà spezzato con il subentro della consapevolezza. La consapevolezza di essere stata una vittima, da sola, non basta: ci vuole anche l’accettazione. La stessa persona che per anni ha cercato di vestire i panni della brava figlia, dovrà accettare che l’immagine che ha della madre è del tutto distorta e si discosta molto dalla realtà.

E’ difficile accettare il fatto che la persona che ti fa del male e che mina la tua autostima è la stessa persona che dice di amarti

E’ importante chiarire che la mamma, il partner o l’amico tossico in questione, non sono sempre consapevoli del danno che stanno causando. Nel caso della mamma, in genere, è un suo stesso conflitto interiore irrisolto che causa danni nella figlia. Insomma, esistono mamme cattive che non sanno di esserlo e figlie che subiscono abusi e non sanno di essere delle vere vittime.
Questo avviene proprio a causa di quei messaggi misti, di quella confusione, degli insulti celati e interiorizzati… In pratica, se sei cresciuta con una cattiva madre (inconsapevole o consapevole che sia) avrai interiorizzato dei messaggi di non valore e avrai appreso modelli disfunzionali per stringere nuove relazioni. Questo ti ha condannata alla propensione a stringere rapporti tossici e abusivi. Niente paura… come ti ho detto, c’è un modo per spezzare l’incantesimo!

Cosa succede se non spezzi l’incantesimo?

Se non capisci che tua madre, durante la tua infanzia e per tutta la crescita, ti ha servito arsenico stemperato con latte e miele… non sarai mai in grado di capire quali relazioni e situazioni di vita ti fanno stare davvero bene. Questo ti porterà a ripetere gli stessi modelli disfunzionali: in pratica finirai per mangiare una mela avvelenata dopo l’altra, come una Biancaneve che non ha voluto imparare la lezione impartita da quella dolce vecchina che le offriva la mela.
In pratica, se non spezzi l’incantesimo, ti convincerai che il problema è tuo. La mela ha un buon sapore, non è amara e che il veleno era già presente in te, perché non vali e non sei mai abbastanza. Allora, in fondo, è il veleno ciò che ti meriti. Ti ripeterai che forse sei tu troppo sensibile.
Non ti sentirai mai all’altezza della situazione e magari porterai con te una nuvola di sensi di colpa anche quando non hai fatto nulla di sbagliato.
Sono certa che nessuno vorrebbe questo destino, ed ecco perché è importate affrontare tutto quel dolore e spezzare l’incantesimo.

Puoi rompere l’incantesimo: abbandona il ruolo della brava-figlia e della buona-amica e diventa reale

Non devi necessariamente restituire al mittente le mele avvelenate che ti ha dato. Devi solo imparare a riconoscerle e accettare che chi dice di amarti, in realtà, forse non sa bene cosa vuol dire amore.
Impara a riconoscere le critiche celate e rispondi in modo congruo, spogliati dei panni di brava figlia o buona amica che negli anni hai voluto cucirti addosso. Indossa abiti fatti di autenticità, anche se quell’autenticità richiede una dose iniziale di dolore per venire fuori da quel circolo vizioso (e velenoso) che si era creato.
Rompere questo incantesimo è l’unico modo per guarire da ogni difficoltà. Se riuscirai a spezzare l’incantesimo, inizierai a vivere la vita in modo inedito, inaspettato e pieno.

Letture consigliate
Se credi di instaurare relazioni problematiche o di gestire male i conflitti con partner e amici, ti consiglio di leggere il mio articolo guida su Come correggere i modelli disfunzionali appresi nell’infanzia.
Se hai una relazione conflittuale con tua madre, ti consiglio la lettura del libro “Mamma non farmi male. Ombre della meternità” di Marina Valcarenghi. L’autrice stila una lunga serie di profili di “mamme difficili” e inquadra le possibili ripercussioni sui figli sia durante l’infanzia che nella vita adulta, potrà aiutarti nel tuo cammino di accettazione e per spezzare finalmente quell’incantesimo che ti tiene in trappola. Questo libro offre una lettura molto leggera ma al contempo illuminante. Fa esempi pratici e ti porta a indagare sul tuo vissuto, mettendoti in evidenza atteggiamenti disfunzionali che fin oggi hai considerato del tutto normali.
Il libro si compra su Amazon al prezzo di 15,30 euro con spese di spedizione gratuite. Per tutte le informazioni ti rimando alla pagina ufficiale: Mamma non farmi male. Ombre della maternità (Mondadori, Milano, 2011).
A cura di Anna De Simone, life e mental coach

Un Dipendente Affettivo ama comunque e disperatamente e potrebbe annullare la sua intera vita per questo. Crede che amare lo salverà e lo garantirà dalla solitudine, crede che sarà amato solo se ama. Per questo sogno, si costruisce con le sue mani una cattedrale con le sbarre, dove diventa prigioniero dei suoi sterminati bisogni e paure. Al contempo vorrebbe essere libero e sa bene di aver pagato un prezzo per quella cattedrale di pseudo-sicurezze. Poi rinforza le sbarre proprio appena vede uno spiraglio di occasione di libertà, perché se volasse perderebbe i punti di riferimento che, anche se nel frattempo sono diventati nocivi e limitanti, lo identificano e radicano comunque.
È un lavoro possibile quello di uscire dalla DA, e che ripaga infinitamente.
Melania Emma

SENZA SPORCARSI LE MANI

Può uno sguardo fare paura? Può confondere, togliere ogni sicurezza rispetto al proprio modo di essere in relazione alle situazioni?
Può la semplice presenza di ‘quella’ persona, farci sentire inadeguate ad ogni contesto, incapaci di affrontare e risolvere qualsiasi problema? Uno sguardo che ci accompagna e ci giudica in ogni minimo gesto quotidiano, che ci fa sentire di non essere mai come ‘dovremmo’ essere.
Può uno sguardo, quello sguardo, essere su di noi anche se quella persona non è con noi in quel momento?
E può essere che quello sguardo appartenga ad una persona cara, ad un fidanzato, un marito, un padre o un famigliare?
Io credo proprio di sì e credo che spesso dentro la sensazione di essere inadeguate, sbagliate, inopportune e incapaci, dietro agli sguardi sfuggenti o al contrario sfidanti e disperatamente provocatori di molte donne, si possano celare situazioni di violenza psicologica, esercitata all’interno della sfera privata.
Non ci sono solamente le violenze ed i maltrattamenti fisici che segnano profondamente le persone, ma anche quelli psicologici che non lasciano lividi ed escoriazioni visibili nel corpo, ma non di meno producono ferite in luoghi non visibili, dentro le persone, e segnano profondamente la loro vita.
Possono essere violente le parole? Possono i toni di voce o i silenzi ferire e, se protratti, togliere ogni sicurezza e gioia di vivere? Sì, ci sono parole che possono ferire profondamente come pugnali, possono essere usate per umiliare e giorno dopo giorno possono distruggere una persona. Ci sono aggressioni che non agiscono direttamente sul piano fisico come uno schiaffo, una spinta, un pugno, un calcio, ma giorno dopo giorno creano un clima invivibile ed attuano un processo di distruzione psicologica attraverso parole denigratorie continue (non sai fare nulla, sei proprio una persona inutile, che cosa vuoi parlare tu che non sei nessuno, solo una povera idiota potrebbe fare quello che fai tu). E poi ci sono i gesti ed i silenzi accusatori, gli sguardi e i toni di voce di continua disapprovazione che ridicolizzano ogni cosa detta o fatta.
Un clima di disapprovazione continua dove qualsiasi atteggiamento o comportamento viene ritenuto sbagliato, inadatto. E questo non è tanto perché, come chi perpetra violenza psicologica vorrebbe far credere, è un comportamento ad essere preso di mira, ma è invece presa di mira la persona in quanto tale, in ogni cosa che fa ed in cui manifesti la propria individualità e la propria identità.
Non a caso la violenza psicologica, silenziosa ed invisibile ma non per questo meno devastante di quella fisica, viene esercitata sulle donne per lo più in famiglia o nella coppia, da un padre, un marito o un fidanzato che, in questo modo, ribadisce il proprio dominio e la propria superiorità.
Parole, gesti, toni allusivi, offese velate o esplicite che possono umiliare, distruggere lentamente ma in profondità, senza sporcarsi le mani.
E la cosa più terribile è proprio quando questo atteggiamento viene attuato da una persona cara, che si ama o si è amata profondamente e verso la quale ci si è aperti e con fiducia.
La violenza psicologica è un processo di distruzione costituito da manovre ostili che possono essere esplicite o nascoste. La svalutazione di tutto ciò che una persona fa o pensa, a cui è interessata o in cui crede. Oppure la limitazione della libertà di movimento, come impedire alla donna di uscire da sola magari adducendo motivi circa la pericolosità dei luoghi, degli orari, o trasformando la rinuncia come prova d’amore o di fedeltà.
O ancora la limitazione della libertà economica, mettendo la persona in condizione di dover chiedere per far fronte ad ogni esigenza personale e famigliare.
Ma possono essere anche manovre più nascoste come il sarcasmo, la derisione continua, il disprezzo, espresso anche in pubblico con nomignoli o appellativi offensivi, mettendo costantemente in dubbio la capacità di giudizio o di decisione.
Tutto questo protratto nel tempo fino a destabilizzare una persona e distruggerla senza che chi le sta intorno se ne accorga e possa quindi intervenire.
Le donne sottoposte costantemente a questo clima ‘vacillano’, cominciano a dubitare dei propri pensieri, dei propri sentimenti, si sentono sempre in colpa, inadeguate e spesso si isolano o vengono isolate perché assumono comportamenti non spontanei, scontrosi, lamentosi o ossessivi con le persone che intorno non comprendono e giudicano negativamente. Così la donna resta isolata, senza appoggio.
La violenza psicologica è una violenza oggettiva, chi subisce aggressione psichica è sottoposto ad un evento traumatico, chi è sottoposto a violenza psicologica si trova in uno stato di stress permanente.
Nella coppia la violenza psicologica è spesso negata e banalizzata. Si tende troppo spesso a considerare la donna complice dell’aggressore perché non riesce, non sa o non vuole ribellarsi, ma questo è esattamente il risultato della violenza esercitata. La vittima di violenza psicologica è paralizzata, confusa, sente il dolore, la sofferenza emotiva, ma non riconosce l’aggressione subita.
Il problema relativo alla violenza psicologica, infatti, è relativo al riconoscimento di essa, alla consapevolezza di esservi sottoposti.
La difficoltà per molte donne è legata al dover ammettere a se stesse di amare o aver amato qualcuno da cui, invece, ci si deve difendere; al dover abbandonare l’ideale di amore romantico per cui il fidanzato o il marito che offende o denigra, con il nostro amore, cambierà. Occorre rinunciare all’ideale di tolleranza femminile e spesso, molto spesso, è difficile arrivare da sole e senza aiuto a riconoscere di essere state sottoposte ad aggressioni psicologiche.
Occorre chiedere aiuto, occorre venire aiutati da esperti.
Spesso l’unica soluzione è chiedere aiuto in relazione alla presenza dei sintomi che derivano dalla costante tensione interiore, dal dover reggere la situazione, sforzandosi di non reagire, spesso di comprendere e giustificare e ancora dallo stress che la confusione stessa genera.
I segnali di malessere si possono individuare nei disturbi del sonno, nell’irritabilità, nell’insorgenza frequente di mal di testa e cefalee, nei disturbi gastrointestinali o in un continuo stato di apprensione, di tensione costate e di ansia. Questi possono essere considerati segnali di disagio di cui è opportuno verificare l’origine per poter, spesso lentamente e con fatica, prendere consapevolezza delle aggressioni subite, comprendere perché le si è assorbite e ridefinire i propri limiti di tollerabilità, in modo che non vengano mai più oltrepassati.

Cinzia Sintini
(psicologa-psicoterapeuta)

Fonte

IL COLPO

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Così metteva in fila i suoi dolori, ordinati come gocce di sangue freddo sulla lama dopo un taglio; e sparava, sparava a quei dolori come se uccidesse dentro di lei, sparava a quei dolori come si spara all’assassino di un padre o di una madre. Ma lei era figlia di sè stessa, si era cresciuta da sola e da sola sapeva rinascere, era l’arma di sè stessa, era il colpo che ammazzava il dolore prima che diventasse importante.

Stephen King

Se una donna vuole un compagno sensibile deve rivelargli il segreto della dualità femminile. Deve parlargli della donna interiore, che insieme a sé fa due. Lo farà insegnando due domande che la faranno sentire guardata, ascoltata, conosciuta: “Che cosa vuoi?”, “Che cosa desidera il tuo io più profondo?” Per amare una donna, il compagno deve amarne anche la natura selvaggia… l’amante più prezioso è colui che desidera imparare. Se c’è una forza che alimenta la radice del dolore, quella è il rifiuto di apprendere ancora. Il buon compagno è colui che continua a tornare per capire e non si lascia scoraggiare. Se un lato della natura duale femminile si può chiamare Vita, la sorella gemella della vita è una forza detta Morte.
La donna selvaggia, l’amante selvaggio, sanno sopportarne la vista. E ne escono completamente trasformati.
_Clarissa Pinkola Estés – Donne che corrono coi lupi

La metà della vita di un uomo è passata a sottintendere, a girare la testa e a tacere.
Albert Camus