DIPENDENZA ATTIVA: UNA LUNGA FASE

La fase attuativa è un momento del percorso in cui la persona decide di astenersi dall’oggetto d’amore. La decisione è presa in modo autonomo e non senza dolore. La persona che interrompe una dipendenza affettiva vive un lutto, si espone a un trauma e perciò questo stadio non è indolore. Anche se la maggior parte del lavoro è stata svolta, la persona deve sfidare una vera e propria sindrome da astinenza, proprio come avviene nel processo di disintossicazione da sostanze psicoattive. Mal di testa, dolori addominali, insonnia, irritabilità, ansia sono i sintomi più spesso lamentati nei giorni di astinenza attiva. In alcuni fasi il dolore psichico è così acuto che si va incontro a “ricadute”: la ricerca impulsiva dell’altro o l’incontro servono a limitare la sindrome da astinenza, ma in realtà prolungano soltanto i tempi del cambiamento. Uno dei problemi più gravosi nell’affrontare una “disintossicazione” è che la droga da cui si dipende “ha le gambe” e può quindi inseguire la sua vittima, cercare di accattivarsela, fare in modo da riassumerne il controllo. Ho visto spesso pazienti in questa fase trasformarsi da inseguitori a inseguiti fare una fatica immane per respingere l’altro, colui o colei che sino a poco tempo prima sembrava avere totale autonomia. Altro nemico da combattere nella fase di dipendenza attiva è un fenomeno noto nelle dipendenze con e senza droga: il craving. Il craving è un impulso irrefrenabile che assale il dipendente al minimo contatto con l’oggetto di dipendenza e che sfocia in comportamenti incontrollabili di tipo consumatorio. Nella dipendenza da alcol, il craving porta immediatamente dall’assunzione di un “goccio e basta” all’assunzione di litri di bevande alcoliche sino alla perdita di coscienza. Nella dipendenza affettiva, il craving consiste, per esempio, nel mandare all’altro solo un sms per sapere come sta e sorprendersi un istante dopo a farci l’amore o a supplicare un po’ di attenzione. Il problema del craving è che è impossibile reprimerlo. Perciò la sola soluzione è evitare qualunque esposizione alla stimolo/oggetto di dipendenza, mantenendo la consapevolezza che non esistono modi per gestire la dipendenza, ma bisogna interromperla. La fase della dipendenza attiva è l’ultimo stadio critico perché ancora permane un legame, un senso di forte appartenenza alla relazione patologica. Possono verificarsi ricadute, la persona può continuare a ricorrere ad autoinganni per rifrequentare l’amato/a e ciò determina in alcuni casi persino l’interruzione del percorso terapeutico. Tuttavia, se si è lavorato bene sino a questo punto, il circuito della dipendenza affettiva è ormai logoro, deformato, non dà più alcun piacere né è più tanto facile illudersi che la cosa possa tornare come un tempo. Così, anche nei casi di “recidiva” o quelli in cui il pazienti finisce per “mollare” la terapia, il cambiamento è già avviato e, anche se più lentamente e più dolorosamente, tenderà a proseguire il suo corso e a compiersi.La persona può considerarsi in fase di “dipendenza attiva” finché sente di dover fare uno sforzo cosciente, finché avverte la mancanza dell’altro e dei vecchi meccanismi. Nel corso di questa fase il paziente progressivamente vive una sorta di “disintossicazione” alla fine della quale si accorge che ha smesso di rimuginare, di star male, di dipendere dal pensiero della e sulla relazione. Gli indicatori di cambiamento fanno riferimento a comportamenti, più che a pensieri: non ci sono più risposte immediate a sms, si vivono con disagio e si allontanano persone situazioni o oggetti che richiamano il ricordo dell’altro e così via.

Enrico Maria Secci

Pubblicato da

Melania Emma

www.melaniaemma.com

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