LA FELICITà MALATA

Oggi ho visto la felicità malata.
Ma di una gioia e di una intensità che terrò a mente parecchio.
Era quella di una povera pazza con cui, per contratto, devo lavorare.
Per un breve quarto d’ora di gloria è riuscita – davanti agli altri colleghi e al capo che chiedeva spiegazioni di una mancata gestione – a far apparire mia la responsabilità.
E fin qui nulla di che, perchè la poveraccia in fondo fa solo quello che sa fare: schifo.
Una volta allontanatosi il capo, però, ha ripreso la questione – sempre davanti ai colleghi – da un’altra angolazione, perchè non era soddisfatta di come io mi fossi difesa davanti al capo e di come lo stesso capo non avesse ammonito il colpevole svelato. Ossia io.
La poveraccia ha perciò svaccato, sciorinando un fornito repertorio di insinuazioni, illazioni e accuse nei miei confronti che, da un lato mi hanno lasciata scioccata per la quantità di “materiale” che una persona può avere in corpo, dall’altro lato, percependomi con la rabbia che montava, parafrasavo: “Dunque tu stai dicendo questo di me?” oppure “Quindi, se ho capito bene, staresti dicendo quest’altro di me”…dandole sia modo di fare le sue autocertificazioni (non dimenticavo che c’era un pubblico che ascoltava) e dando sia modo a me di prendere tempo per pensare cosa fare di quel cane sciolto.
La collega ha dunque dichiarato a chiare lettere il suo pensiero: che io non lavoro, che io non faccio quanto fa lei e che (nella sua testa) quella pratica era di mia competenza, dimostrando il suo impianto accusatorio con una nota elettronica “PER MEL” che lei stessa aveva inserito nella pratica un mese fa.

Peccato che ogni programma gestionale della mia azienda vieta nel modo più assoluto l’uso personale o lo scambio di informazioni tipo “remainder” tra colleghi. Peccato anche che, risalendo al carteggio via mail della pratica, era stata proprio lei a metterla “in attesa” previo accordo col commeciale di farci pervenire quanto richiesto per gestirla.

Ho richiesto immediatamente un colloquio privato col capo, spiegando che poco prima, dopo il suo allontanamento, si era aperto questo siparietto poco felice e spiegando dettagliatamente lo stato della pratica. Ho alzato la voce, sono stata ascoltata, anche se, da capo, non si è sbilanciato ad assegnare torti e ragioni.
Ma non ero soddisfatta, sia perchè questo capo viene lisciato e comprato con moine quotidiane dalla povera pazza e sia perchè la psi mi aveva consigliato di mettere le mani avanti scrivendo una mail anticipatoria vista l’aria di bruciato della settimana scorsa, ma non le ho dato retta, ritenendo (a torto) che avrei dimostrato la coda di paglia.
Ho preparato perciò una bella mail “a titolo informativo dell’accaduto a seguito del quale, in previsione di un eventuale aggravamento, dovrò tutelarmi diversamente” raccontando per iscritto i fatti, citando i testimoni, allegando il carteggio di mail della pratica non gestita dove si legge la collega che prende accordi col commerciale e inserendo pure un bello screen.shot della nota elettronica “PER MEL”, tradotto anche come “uso improprio degli strumenti aziendali”. La mail l’ho spedita al manager (il capo del mio capo), al mio capo, alla sindacalista e a me stessa.
Dopo di che, stomaco chiuso e mascella serrata, sono andata comunque a fare la pausa pranzo, incontrando un collega tra quelli del pubblico, che mi ha fatto i complimenti per come “non gliene hai lasciata passare una, le hai battuto tutti i punti, sei stata una grande Mel”. Non ho molta stima del collega in questione, ma in quel momento ho accettato la lusinga perchè ne avevo bisogno.

Non sono mai stata brava a non essere reattiva, nè a non aggredire quando scopro una manipolazione in piena regola, ma oggi mi ritengo mediamente soddisfatta di me, principalmente per non essermi (apparentemente) arrabbiata.
Vedevo chiaramente il manipolatore che getta un sassolino casuale qui e uno lì, con quel tono infantile e innocente, disegnando lentamente un’accusa che tu non puoi al momento ribattere, che sai che non è vera, ma che nelle due pozze di quegli occhi deliranti che ti guardano, esiste.
Riuscire a non arrabbiarmi e non fare una (giustissima) scenata in ufficio è stata la mia vittoria. AGIRE e non REAGIRE parlando col capo prima e facendo la mail ai superiori poi, è stato liberatorio ma faticosissimo. Il complimento del collega e un veloce scambio verbale con la sindacalista all’uscita, mi hanno un pò quietata. Il mio faticoso training assertivo rende.
Resta però alta la guardia, perchè anche se questa povera pazza si è fatta autogol, non posso dimenticare la gioia che sprizzava avendo ottenuto la mia attenzione per quel quarto d’ora: era così felice, il viso malato aveva preso colore e gorgogliava come una bimba, canticchiando una nenia. Sembrava una bambola dell’orrore. Tutto questo è ALTRO da me e vedere una persona cosi felice in questo contesto, è raccapricciante.
Voglio non avere paura, perchè mi rendo conto di quanto questa persona abbia bisogno di esistere ed io non glielo permetto mai, nemmeno un minuto. La intravvedo quando mi guarda di sottecchi, quando si zittisce per ascoltarmi mentre parlo non di lavoro con qualcuno cui tengo, la percepisco quando non sa come porsi e questo, di oggi, era il suo unico modo conosciuto, ecco perchè era così felice. Malata e felice.

Melania Emma

Pubblicato da

Melania Emma

www.melaniaemma.com

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