ECCO LA BRECCIA APERTA: le tre ferite della dipendenza affettiva

Questo articolo spiega molto bene ciò che io chiamo “la breccia”, ossia la nostra parte sprotetta in cui un narcisista patologico si innesta e produce devastazione. Nel tempo, l’esposizione a questi rapporti con queste persone, crea un indebolimento, un’ assuefazione e un sentimento di perdita di speranza. La parte reattiva e consapevole di noi viene annullata, diventiamo ALTRO.

L’esperienza della dipendenza affettiva è vissuta dalle vittime come una frattura dell’identità. I loro racconti in terapia parlano di un “prima” e di “un dopo” l’incontro col partner da cui dipendono, evidenziando in modo netto la percezione di un drastico e drammatico cambiamento della percezione di se stesse sia nella relazione disfunzionale che rispetto ad altre persone e situazioni, con gli amici e nel lavoro.
In particolare, sperimentano una marcata riduzione dell’autostima, difficoltà nell’auto-regolazione emotiva e la riduzione della capacità intuitiva e dell’empatia. Questi tre elementi si pongono nelle storie di mal d’amore come denominatori comuni e concomitanti, ed anticipano di mesi o di anni la comparsa di sintomi clinici come disturbi del sonno, depressione, ansia, panico, ossessioni.

La riduzione dell’autostima
Si manifesta con la convinzione pervasiva di essere inferiori agli altri -ma soprattutto all’amato-, di sentirsi indesiderabili, fisicamente impresentabili e intellettualmente limitati, poveri o stupidi. Anche se non è (ancora) codificata, credo che questa intensa sensazione di vuoto mentale data dalla certezza di essere sbagliati, ignoranti e fuori posto, possa rappresentare uno dei cardini psicodiagnostici della dipendenza affettiva, soprattutto la persona non ha vissuto in passato emozioni analoghe ma si sono sviluppate in concomitanza con il legame patologico.
Infatti, i pensieri centrali in questo disturbo relazionale sono, invariabilmente, il non essere importanti per l’altro e, quindi, per nessuno; l’idea di poter essere sostituiti facilmente, traditi ed abbandonati e in qualunque momento.
Questa prospettiva angosciante è spesso corroborata dall’incostanza e dall’ambiguità tipiche delle interazioni dipendenti: il partner è ambivalente, contraddittorio, svalutante e conflittuale. Delega per intero la responsabilità del legame infelice, si defila spesso e lascia intuire, con allusioni o scenate ad effetto, che troverà altrove ciò che non ricava dalla relazione attuale. Così la vittima si abitua a riconsiderare se stessa nello specchio nero dell’amore malato, che le restituisce un’immagine abbozzata e cupa di sé.
Come la ninfa Eco condannata e ripetere in eterno le parole dell’amato Narciso, la dipendente amorosa si sorprenderà a ripetersi “Sei brutta”, “Sei un mostro”, “Sei inadeguata” … incapace di distinguere le parole dell’altro dai propri pensieri. Nel mito greco, la ninfa innamorata si disincarna, diventa incorporea, proprio come accade simbolicamente nella realtà della dipendenza affettiva: ci si isola e non si è più visti dagli altri, ma soprattutto si perde la capacità di vedere se stessi.
Il crollo dell’autostima è allo stesso tempo causa e conseguenza della dipendenza affettiva, infatti, una volta che il senso di inadeguatezza si struttura saldamente, la vittima si convince di non avere altre opzioni nella vita, che nessuno la vorrà mai e, pertanto, sente di doversi aggrappare con tutta se stessa al suo unico amore, al di là del bene e del male.

Auto-regolazione emotiva carente
Nella dipendenza affettiva la perdita del controllo emotivo si manifesta molto presto: pianti a dirotto, scenate di gelosia, monitoraggio ossessivo delle attività del partner, verbalizzazione aumentata, scoppi di rabbia seguiti da prostrazione e sensi di colpa.
A controbilanciare il peso delle emozioni negative, si aggiungono momenti di profonda estasi, di commozione amorosa, in cui si spergiura sull’eternità del legame malato e si decanta al firmamento la sua celestiale e unica autenticità.
Chi vive nella dipendenza affettiva si abitua all’eccesso, esattamente come avviene in altre forme di dipendenza da sostanze e non. Parole, fatti, silenzi, gesti, ingiurie, orgasmi. Ogni accadimento della relazione diventa estremo, e questa abnormità non è percepita tale se non a sprazzi, sino all’arrivo di una sintomatologia psichica, quando la misura del dolore tracima ed erode l’illusione d’amore che alimenta il legame.
La progressiva difficoltà della vittima di modulare le proprie risposte emotive non si limita al rapporto amoroso, ma diventa presto percettibile in altri ambiti. Amici, parenti e colleghi di lavoro assistono a una metamorfosi segnata dalla mancanza di concentrazione, perdita di interesse verso attività precedentemente abituali, silenzi prolungati o riferimenti continui alla propria situazione sentimentali.
All’inizio, le vittime sembrano inconsapevoli dell’anomalia dei propri comportamenti e cercano l’ascolto altrui in modo sfrenato. Successivamente, quando cominciano a ricevere dagli altri il consiglio di lasciare il partner, quando sentono che gli amici giudicano negativamente la relazione per la sua influenza nefasta e fanno l’errore fatale di criticare il partner complice di tanto dolore, i dipendenti affettivi rispondono isolandosi. Non si sentono capiti e, allo stesso tempo, provano sentimenti di vergogna e di rabbia per il mondo esterno. Allo stesso modo, chi tenta senza successo di aiutare una vittima, prima o poi si stanca delle sue lamentele, delle lunghissime telefonate e dei messaggi sconfortati, così finisce per ridurre significativamente i contatti la persona.
Dal punto di vista della vittima, la solitudine in cui precipita costituisce una prova ulteriore della sua indegnità e incoraggia l’attaccamento morboso al partner che, in alcuni casi, diventa il protagonista assoluto della sua vita.
Il vuoto della solitudine funziona come una cassa di risonanza emotiva, dove le anche emozioni più lievi possono essere percepite come esasperanti ed incontrollabili, tali che la vittima è portata ad agire d’impulso e a sorprendersi a fare o dire cose che non avrebbe mai pensato in una condizione di equilibrio psicologico, salvo poi pentirsi, sentirsi in colpa e, in un circolo vizioso, essere sempre più soverchiata dal dolore.

Riduzione dell’intuizione e dell’empatia
E’stupefacente la frequenza con cui i/le dipendenti affettivi/e raccontino in terapia di aver ignorato la voce del proprio intuito che, sin da subito, li avvisa del pericolo implicato nella relazione disfunzionale.“Qualcosa mi diceva che non fosse una persona limpida”, “Sentivo di giocare col fuoco”, “All’inizio quella persona non mi piaceva, la trovavo strana, a tratti irritante … ma adesso mi manca come l’aria.” Frasi come queste si ripetono con ridondanza sconcertante nella narrazione dei pazienti, che si accorgono troppo tardi di aver subito un processo di congelamento della funzione empatica e della capacità intuitiva, tale da impedire loro di orientarsi nella relazione con autenticità, lucidità e rispetto per se stessi.
Anche se non ne siamo coscienti, siamo dotati di un sistema emotivo in grado di riconoscere situazioni e persone che possono nuocerci o giovarci. È quello che chiamiamo comunemente “sesto senso”, una combinazione di intuizione e di empatia che non può essere razionalizzato, ma di cui ogni essere umano avverte l’esistenza.
Nella dipendenza affettiva il presentimento del pericolo si innesca precocemente, ma la vittima tende a ignorarlo per due motivi essenziali. Il primo motivo è che sperimenta un conflitto interiore dato dal percepire dalla relazione segnali ambigui e contraddittori: da una parte, il partner sembra premuroso, interessato, pronto ad intraprendere una storia; dall’altra dimostra ambivalenza, insofferenza, inquietudine e rabbia. A dispetto dell’intuizione, le future vittime risolvono il conflitto interiore coltivando l’immagine buona dell’altro, idealizzandolo e, in molti casi, si accollano l’illusorio obiettivo di cambiare il partner col proprio amore, con pazienza e spirito si sopportazione.
Un secondo motivo per cui i dipendenti affettivi silenziano l’intuito è insito nelle modalità manipolative del partner, che risultano particolarmente sofisticate quando presenta tratti narcisisti disfunzionali. L’altro, più o meno consciamente, si comporta come un prestigiatore, dà spettacolo, distorce a proprio favore la realtà, giustifica con abilità illusionistiche le proprie mancanze allo scopo di mantenere il controllo sulla relazione e di continuare, sin quando gli pare e piace, il gioco del possesso e della dominazione.
Per la vittima è difficile sottrarsi al fascino e all’intensità delle manovre dell’altro. Anche se le riconosce come manipolazioni, rimane imbrigliata e sedotta come lo spettatore che ammira incantato la magia delle colombe che si materializzano all’improvviso dal cilindro di un mago. Sa che c’è un trucco, che è tutta una messa in scena, eppure non può, né desidera sottrarsi dalla fascinazione.
Quando trovano la forza di chiedere l’aiuto di uno psicoterapeuta sono stremate da mesi e anni di guerriglia psicologica. Sentono di aver tentato di tutto, col risultato di aver stremato gli amici, e aggravato incomprensibilmente la situazione che volevano sanare con tutte se stesse.
Enrico Maria Secci, Blog Therapy

Pubblicato da

Melania Emma

www.melaniaemma.com

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