ANATEMA DI FAMIGLIA (finalmente felice!)

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Il modus operandi di un dipendente affettivo è: se riesco a farlo felice (soddisfacendolo, compiacendolo, studiandolo, comprendendolo, aiutandolo in tutto e aderendo al suo mondo) diventerò per lui indispensabile (cioè produrrò dipendenza da me) e con tutto quello che riceverà da me, non potrà non amarmi!
Questo pensiero fisso e automatico, viene applicato istintivamente e involontariamente fin dalla tenera età per farsi amare da un genitore sempre infelice, scontento, assente, triste, malato, problematico e diventando poi un modo di funzionare e un’autentica condanna da adulti. Perciò il dipendente affettivo adulto verrà attratto da persone problematiche e problemi da risolvere. L’amore sarà: “tirar fuori qualcuno dalla merda” o peggio “amare cosi tanto da insegnare ad amare anche a un sasso”. La bandiera dell’amore che salva tutto e tutto risolve, sarà la sola idea di relazione.
Lo scopo è rendere finalmente felice qualcuno che si ama (che si crede di amare): il modus operandi diventa il modus vivendi e questo è, per il dipendente affettivo, purtroppo l’unico modo di amare che ha imparato.
Quel “finalmente” è la chiave di tutto il dolore adulto: un tempo il bambino non è riuscito a rendere felice il genitore infelice, ma da adulto vibrerà d’amore non appena incontrerà un infelice da salvare e rendere “finalmente” felice.
Come vediamo, le emozioni e i sentimenti d’amore sono legati alla sofferenza. Anzi, diventano il meritato premio (!) per tanta sofferenza. Il dipendente affettivo sa sopportare molto bene il dolore, è stato addestrato a trattenere rabbia, lacrime e necessità in favore di chi stava (guardacaso) peggio di lui.
Questa condanna a vita ad amare qualcuno di infelice, è una maledizione trasmessa, un anatema lanciato da chi avrebbe dovuto amare quel bambino senza manipolare, ma non poteva saperlo, perchè stava male a sua volta, dunque la tragicità di tutto questo è a volte anche in buonissima fede, come in buona e ignorante fede si tramanda per generazioni.
Essere condannati in questo modo ad amare qualcuno da rendere felice, significa manipolare, significa architettare tutta una serie di azioni finalizzate a farsi amare, per giunta, di un amore che durerà poco, perchè si è appunto scelta una persona impossibile da rendere felice.
Senza calcolare la rabbia sorda che cova chi è costretto ad amare maledettamente, rabbia che esce a tratti devastando tutto e poi si fa subito tacere per non sembrare matti o per non sentirsi in colpa, rabbia che però erode e fa ammalare il corpo, l’unica bocca della verità che non tace mai.
Un dipendente affettivo risponde alla sofferenza nell’esatta proporzione in cui un narcisista patologico si dà alla fuga davanti ad essa. Non ho mai visto un dipendente affettivo non animarsi volonteroso dicendo “Eccomi!” quando odora la sofferenza altrui. E non ho mai visto un narcisista patologico non imbracciare velocemente una porta quando odora la sofferenza altrui, specialmente se gli si dipana (orrore!) davanti agli occhi.
Ma spesso anche due dipendenti affettivi si uniscono tra loro e, partendo dalla stessa condanna di base ad amare maledettamente, col tempo creeranno comunque una disparità: il narcisismo di uno prevarrà su quello dell’altro e sull’altro si rafforzerà. In pratica, chi dei due (partendo entrambi dal bisogno di accudire e far finalmente felice qualcuno) riuscirà a rialzarsi prima e a star meglio prima (grazie all’altro, ovviamente!), prospererà di più, sarà il meno malato fisicamente, il meno depresso, il più attivo e vitale.
In realtà sono due perfetti incastri che altro non avrebbero potuto fare nella vita e vivono nella paura che l’altro si “svegli” dalla maledizione e si tolga dal gioco (o giogo). Quasi sempre il più patologico dei due è anche il più ossessivo e possessivo.
Due succhiatori e manipolatori, oh… ma a fin di bene, eh? (ironica) Strano che con un fine tanto nobile come l’amore non si riesca mai a star bene, no???
Sta, ancora una volta, al più debole il dovere di spezzare questo anatema per sempre: non è forse una catena fatta di infiniti anelli sempre uguali? La catena (come dice un proverbio) non si spezza che da un anello, quello più debole, appunto.
Che lo si faccia almeno per i figli, se questo amore ne ha generati.
Un anatema non è per sempre!
Melania Emma

(Illustrazione di Tim Burton)

Pubblicato da

Melania Emma

www.melaniaemma.com

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