Da quando esiste Facebook, siamo tutti sempre molto occupati. Ho capito che è la perfetta droga da ufficio. La flebo dell’impiegato, cronicamente allacciato a una soluzione desalinata che lo tiene in non-vita durante le ore di noia retribuita.
Ho capito che male condiviso, mezzo gaudio. C’è una complicità implicita tra tutti quelli che si sentono costretti dalle mura dell’ufficio che gli soffoca ogni speranza e talento, ma che con Facebook possono prendersi, ogni mezz’ora, un’ora d’aria digitale.
Ho capito che la droga aiuta ad accettare situazioni al limite della sopportazione umana. Anzi le trasfigura, le rende apparentemente diverse, opposte alla realtà. Su Facebook la gente può essere, comunicare di essere e infine illudersi di essere quello che crede di voler essere. O peggio, che la gente si aspetta che sia.
Complicato, lo so.
Facciamo degli esempi:
• La modella intelligente • Il professore friendly • Il politico moderno • Il giornalista ribelle • Il pubblicitario impegnato • Il conformista guerriero • La verginella bollente • Il genitore amico • L’industriale solidale
Tutti talenti nascosti.
Ho capito che Facebook è un mondo interessantissimo da osservare.
Ho capito che su Facebook vige la stessa sottomissione al potere che c’è nella realtà, solo più pubblica.
Ho capito che su Facebook vivono le stesse patologie maniaco-depressive che si trovano dappertutto, ma alimentate ventiquattr’ore su ventiquattro.
Ho capito che i ragazzini usano Facebook in un modo che non capirò mai, e buon per loro.
Ho capito che Facebook è perfetto per i pensionati.
Ho capito che la gente ha bisogno di Facebook per sapere cosa seguire.
Ho capito che alla fine è sempre solo la patata che fa girare il mondo.
Ho capito che mentre siete tutti connessi, fan di questo e dell’altro, ci sono quelli che diventano amici di chi non è connesso, sorelle, fidanzate, amanti , mogli comprese
Ho capito che la gente si lamenta che non ha tempo ma ha un sacco di tempo per lamentarsene su Facebook. Ho capito che alle persone piace parlare alle persone che la pensano come loro, «likare» opinioni condivise, evitare confronti. Qualche rissaiolo c’è, ma tanto sa che il dibattito resterà soltanto in superficie. Il confronto non serve ad arricchire un concetto, cambiare un’opinione, ma a comunicare pubblicamente la propria virilità desiderata. Ho capito che Facebook non sposta niente. È un grande specchio. riflette, ma non fa riflettere.
Ho capito che, alla fine, il sudore, l’odore, il corpo, il contatto, è tutto ciò che davvero abbiamo.
Ho capito che su Facebook si vive una seconda volta. Il problema è che la seconda vita non si aggiunge, si sostituisce. Il pollo è sempre uno, bisogna fare a metà. Petto e ali nella vita, coscie su Face- book. E la metà digitale resta sulla bacheca, una volta disconnessi. Quello che non ho ancora ben capito è a cosa serva, esattamente, Facebook. Forse a mettere tutti i cretini in ordine alfabetico!

Oliviero Toscani

Pubblicato da

Melania Emma

www.melaniaemma.com

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