HO BISOGNO CHE TU ABBIA BISOGNO: LA CO-DIPENDENZA

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Esiste un aspetto, nei rapporti patologici, che non sempre ha a che fare col NP (narcisismo patologico), bensì con la dipendenza affettiva. Piccolo cappello: quelli che “il np è il cattivo e l’empatico è il buono”, per favore non leggano questo articolo, perché tra buono e cattivo c’è prima il “sano” e spesso chi è empatico si ritiene “buono” in default, ma non è affatto così.
L’aspetto patologico di cui parlo è quello del “sentirsi meglio quando l’altro sta peggio“. Da qualche mese mi “applico” nell’osservazione diretta di questo aspetto, nei fatti, nelle persone reali, come in me medesima. Dapprima ero incredula io stessa, “forse è solo un caso, IL caso…forse sono io che vedo manipolazione dappertutto”, mi sono detta. No, esistono casi eccome. No, non sono io. Sentirsi meglio quando l’altro sta peggio non è andare a farsi un giro nel reparto di oncologia pediatrica per tirarsi su quando ci sentiamo sfigati e poi, vedendo chi è condannato alla nascita, magari ritroviamo l’amore per la nostra vita. E non è neanche quel breve, inconfessato, istintivo moto di gioia nell’ascoltare i guai altrui. Che però poi restiamo ad ascoltare veramente dispiacendoci. SENTIRSI MEGLIO QUANDO L’ALTRO STA PEGGIO è dare un senso alla propria vita col dolore altrui allo scopo di alleviare il nostro. E ho detto “alleviare”, non “stare bene”, perché comunque dispiacere/partecipazione per chi sta peggio ci sono, ma se chi sta peggio poi si rialza e sta bene, ecco che chi si sentiva meglio proprio grazie a quel peggio, rivela subito il terreno di fondo da cui proviene: la depressione. È come se il problema guarito, di uno, slatentizzasse il problema dell’altro, che fino a ieri spargeva cure amorevoli e che ora non sa più chi curare, perché una persona sana in realtà gli crea disagio, non sa gestire la gioia che non ha bisogno e perde tutta la sua importanza come “care giver”. Cosí, quando un Salvatore non ha più niente da salvare, resta un vuoto che oso chiamare narcisistico: per rimpinguare in fretta il perduto “malato guarito”, egli manipola e simula come un attore, fino a ricostruirsi una nuova cuccia: gli serve una causa cui dedicarsi e una persona che soffra per quella causa. Allora riprende vita, serenità, forza e progetti, credendoli pure suoi. Questa è la Co-dipendenza: “io ho bisogno che tu abbia bisogno” è la modalità automatica del Co-dipendente.

Chi sono i due danzatori?
1) – Il Dipendente è colui che sta male, punto. Versa in uno stato di bisogno (cronico o momentaneo), si aggrappa a qualsiasi cosa o persona pur di trovare AIUTO. Una volta trovato AIUTO e risolto i suoi mali, una volta consapevole del suo schema relazionale,
dovrà purtroppo allontanarsi dal ballo-rapporto, constatandone la non reciprocità: l’altro non gioisce del suo ritrovato benessere, si deprime e si svela in tutta la non capacità di un rapporto adulto e alla pari in cui potrebbero essere felici e risolti. Il Dipendente somatizza sempre, è sempre pieno di malattie croniche, spesso immunitarie, alla pelle o ai “sistemi” di difesa e protezione, ha stati d’ansia, ha a che fare con la sfida di alzarsi e camminare ed esporsi in prima persona con la vita.
2) – Il Co-dipendente non cerca mai AIUTO per sé. Egli piuttosto mette in campo tutto l’aiuto di cui è capace per il Dipendente. Se non le ha, le risorse le cerca, perché è in corso il programma di recupero del suo “malato”. Il suo guaio è che l’altro, che cercava solo AIUTO, a volte ne esce. Il Co-dipendente non somatizza, ma la sua buona salute prospera su quella malandata dell’altro, curare è la sua cura e malattia, controllare l’ansia del Dipendente placa la sua, può avere disturbi agli apparati di “sostegno” come muscoli e scheletro, polsi, ginocchia, spalle e quanto ha a che fare con la sfida di lasciare gli altri liberi dal suo amore-controllo e osservarli semplicemente cadere senza intervenire. Ma questo significherebbe occuparsi di sé e si sentirebbe “spietato”.

Più spesso, purtroppo, invece accade che il “malato guarito” voglia poi aiutare l’altro, avendo sì chiara la visibilità di come il Salvatore soffra la perdita di qualcosa che ormai non serve più e tiri fuori ansie e problemi che, ben saldo nei suoi panni di eroe, prima non manifestava, ma non avendo ancora ben chiaro come la dinamica patologica possa invertirsi e quanto sia invischiante e circolare. E questo, di aiutare il Salvatore, è un grande errore per il “malato guarito”: la riconoscenza, il sincero amore e dispiacere per l’altro possono diventare “bisogno che tu abbia bisogno di me” e perpetrare la danza (sempre in nome dell’amore), perché la sensibilità a chi sta male non si perde certo stando bene e il ballo può ricominciare a ruoli invertiti. Anche tutta la vita.
Il Dipendente (e Co-dipendente) può dichiararsi “guarito” quando si sottrae coscientemente alla modalità AIUTO=IO TI SALVERO’ ed è qualcosa di difficilissimo, perchè la “matrice” di provenienza di entrambi i danzatori è la stessa (quella del bisogno patologico degli altri), un Dipendente riconosce a pelle un suo simile e scambia quel sentimento per amore, mentre il miglior amore sarebbe quello di non legarsi a chi “poverino non ha pesce” ma mostrargli come si fa a “pescare”. Questo richiede l’autonomia emotiva la cui unica via praticabile è un atto volontario di fuga da questi rapporti, spesso un vero e proprio strappo. Richiede sobbarcarsi il titolo di colui che “abbandona”, egoista, crudele, prepotente, duro, ribelle. L’abbandonato non ha nemmeno idea di quanto dovrebbe essere fiero e fortunato di avere (avuto) accanto una persona che vuole pescare e che per farlo deve invece cercare altre acque. Purtroppo la musica di questa danza patologica è un canto di sirene che le nostre orecchie udiranno per sempre, ma oggi abbiamo più mezzi di Ulisse per sottrarci. La Dipendenza non ha niente a che fare con l’interdipendenza necessaria tra le persone: in ogni rapporto e per ogni persona c’è bisogno di dipendere, ma è un sano prendere/dare reciproco, è come un elastico che si tende e ritira in cui ognuno riceve/dà AIUTO senza trarre vantaggi psicologici, senza legarsi nel bisogno… troppo sano per essere vero, eh?

In sostanza, quindi, il Dipendente è aggrappato all’AIUTO, il Co-dipendente è aggrappato a chi riceve l’AIUTO e i ruoli sono intercambiabili al bisogno. Senza contare il possibile sabotaggio nel non far mai stare completamente bene il Dipendente, quando il Co-dipendente ha in mano l’AIUTO di cui l’altro abbisogna. Ma questo del sabotaggio è un altro aspetto che meriterebbe un altro post. Questa dinamica della Co-dipendenza è forse più “gettonata” del rapporto vittima-psicopatico in cui spesso c’è il botto finale per distruzione: la Co-dipendenza non prevede sempre violenza, urla e piatti rotti, si crea a volte in una nicchia ben arredata, una cuccia calda e al riparo dalle cose “brutte e cattive” della vita. L’importante è che nessuno stia veramente bene anche senza l’altro, sennò è “tradimento”. Riconoscere che quel motto “chi ti ama veramente lo riconosci quando hai bisogno” è un FALSO, sarebbe già una gran cosa: chi ti ama veramente lo riconosci quando sei felice! Basta guardare quanto si legano le persone nel dolore e quanto poco si legano nella gioia. Basta guardare chi non ha amici disinteressati. Basta guardare come il bisogno e il dolore creano attrazione e legame.
La parola chiave in questo post, credo sia AIUTO e l’uso che se ne fa: la vera vittima cerca AIUTO e spesso risolve. Il vittimista vive benissimo senza AIUTO, sennò potrebbe risolvere il suo problema e non sia mai. E anche qui ci sarebbe un intero post da fare su come un vittimista “risolve” i suoi problemi. Per ora, buon week end a tutti noi pillolosi, sempre svegli e senso critico, mi raccomando :)
Melania Emma

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Melania Emma

www.melaniaemma.com

1 commento su “HO BISOGNO CHE TU ABBIA BISOGNO: LA CO-DIPENDENZA”

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