FRIDA

Ieri sera ho visto il film dedicato a Frida Kahlo, all’anagrafe Magdalena Carmen Frida Kahlo y Calderòn, la celebre pittrice messicana. In molti, immagino, conosceranno la sua storia, una storia di sofferenze fisiche atroci, intollerabili, di interventi chirurgici per mezzo dei quali verrà “rattoppata” molte volte – per usare un termine a lei caro – come si rattoppano i vestiti ormai dismessi e che la obbligheranno a dipingere nelle posizioni più assurde, senza che lo spirito ne risenta o la mente indulga, un attimo di troppo, nell’idea dell’impossibilità di risalire la china: un’anima d’acciaio e leggerezza, quella di Frida, chiusa dentro un corpo minuto, che la vita proverà a storpiare ripetutamente, incapace, tuttavia, di fiaccarne la sensualità vibrante, potentissima.

Ha soltanto diciotto anni quando resta coinvolta in un grave incidente stradale, mentre viaggia in autobus: il corrimano del veicolo la attraversa da parte a parte, all’altezza del bacino, entrando nel fianco e uscendo dalla vagina; la spina dorsale e l’osso pelvico si spezzeranno in tre punti, la gamba sinistra in undici. Dimessa dall’ospedale, sarà costretta a indossare “un’armatura” di gesso che la avvilupperà come un bozzolo, dal seno alle caviglie. Subirà trentadue operazioni, e non potrà mai diventare madre.

Alejandro Gòmez Arias, lo studente di diritto con lei al momento dell’incidente e con il quale Frida intrattiene una relazione, la lascia qualche tempo dopo, non volendo immolare la sua vita ad una “storpia”, come dice di se stessa più volte, con ironia disarmante e lucidissima. Mentre Alejandro le comunica l’intenzione di trasferirsi lontano, e con questa l’epilogo della storia d’amore che li ha visti insieme, Frida comincia a disegnare sopra il gesso, nel punto sotto il quale preme la femminilità del suo seno sinistro, una piccola farfalla. “Voglio che tu esca da questa stanza prima che la farfalla sia finita” gli dice. Nelle settimane successive, il gesso che costringe il corpo di Frida all’immobilismo della rigidità, si riempie di farfalle dalle tinte vive, sempre più vive, ogni volta più vive, mentre chiede che le montino uno specchio sul soffitto, in corrispondenza del letto, da cui non ha modo di alzarsi, così che possa disegnare se stessa e perciò realizzare la meravigliosa collezione di autoritratti che, oggi, diffusamente conosciamo. Alla fine, la prigione del suo corpo diventa il coacervo di decine e decine di ali bellissime. Quando il medico le taglia finalmente il gesso, aprendolo in verticale, sulla schiena, sembra quasi che le farfalle di Frida, fino ad allora posate su quel giaciglio severo, necessario a raddrizzarle le ossa, possano librarsi in volo e guadagnare il cielo.

Frida trasforma il suo carcere personale in un inno alla vita, un canto di lode al coraggio, alla libertà, alla non arrendevolezza. Quando, ormai grande, patendo il travaglio della separazione da Diego Rivera, l’amore di sempre, chiederà a suo padre di ricordarle chi voleva essere da bambina, lui le risponderà: “Te stessa, volevi essere te stessa”, carezzando la testa di quella figlia ribelle che aveva sempre, segretamente, preferito alle altre.

Non per forza sono fatte di gesso o di sbarre, le prigioni. Il carcere più duro, io l’ho visto nei rimpianti; nelle occasioni di felicità che non abbiamo saputo riconoscere e che perciò sono andate smarrite lungo la strada; nelle piccole meschinità; nella tensione a non deludere l’altro – un genitore, un figlio, un compagno – e così ricercandone l’approvazione, come fosse misura del nostro valore umano; nella povertà che sventra il concetto di uguaglianza, sottraendogli la dimensione di concretezza, e perciò riducendolo a un’idea alienata, impalpabile, buona solo dentro ai libri, quando, seduti intorno a un tavolo, la pancia brontola perché c’è poco o niente da mangiare; nella frustrazione dei tentativi che non abbiamo mai osato, credendo che le circostanze fossero sempre, in ogni caso, più forti di noi; nell’amore che non abbiamo ricevuto, pur avendolo dato, e dal quale ci siamo lasciati cambiare, pensando che un cuore più duro ci avrebbe preservati da sofferenze future, mentre ci allontanava da noi stessi; nella vita sprecata ogni giorno, con colpevole noncuranza, come acqua che travasiamo da un recipiente all’altro, servendoci distrattamente di un imbuto e lasciandone colare molta lungo i margini, incapaci di centrare quel piccolo forellino di passaggio che ci richiama alla perizia, alla dedizione, e che ci permetterebbe di non disperderne nemmeno un goccio. Le ho viste anche lì, dicevo, le prigioni. E perciò mi batto, oggi, per farmi leggera, per farmi libera. Come le farfalle colorate di Frida.

Antonia Storace – 21 luglio 2018

Pubblicato da

Melania Emma

www.melaniaemma.com

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