LA BAMBINA CHE LA DIPENDENTE AFFETTIVA È STATA

C’era una volta una piccola bambina buona. C’era e c’è ancora. E ancora vuole quello che non ha potuto avere. E sarà ancora più brava, se necessario, e prima o poi le sarà dato ciò che le è stato negato.

I bambini non smettono mai di chiedere ciò di cui necessitano. Nemmeno da adulti. Trovano solo altri modi per farlo, altre persone a cui chiedere, ma mai, per nessun motivo, il bambino che si portano dentro si rassegna a ciò che non ha avuto.

Le dipendenti affettive hanno avuto genitori che non si accorgevano di loro, dei loro bisogni emotivi, di ciò che provavano, dell’amore di cui abbisognavano. Questo succedeva nella maggior parte dei casi. Le rare volte che erano più disponibili e amorevoli, erano così inaspettate ed imprevedibili che le loro figlie rimanevano in un’attesa perenne ed instancabile di quel momento sì tanto agognato in cui le avrebbero lodate, in cui le avrebbero abbracciate, in cui avrebbero visto la loro tristezza, foss’anche in mancanza di lacrime.

Ad immaginarle bambine mi vengono in mente gli uccellini appena nati che, becco all’insù, nel caldo del loro nido, in un’incessante cinguettio, aspettano che la mamma torni ad imboccarli, senza sapere mai esattamente quando questo avverrà.

La letteratura più autorevole in tema di attaccamento suggerisce che la relazione ambivalente tra madri e figli, in cui la dose d’amore è somministrata in maniera intermittente ed imprevedibile, condiziona il modo in cui i bambini, una volta diventati grandi, vivranno le loro relazioni sentimentali. È probabile che questi bambini apprendano presto che dell’amore non si può esser certi, che bisogna comportarsi bene per meritarselo, e che si deve attendere il tempo stabilito dall’altro, per ottenerne quanto basta (ammesso che basti).

La stessa letteratura ci suggerisce anche che un legame così strutturato vincola il soggetto più dipendente a quello più forte in modo più saldo (ma non per questo più sano!) di quanto non faccia un legame stabile, sicuro. Volendo far ricorso ad una metafora tanto semplice quanto evocativa che spesso uso con le mie pazienti: il bambino affamato d’amore materno rifiuterà una pizza con le patatine pur di mangiare le briciole che ogni tanto la madre sarà in grado di mettergli nel piatto.
La dinamica, dunque, può essere così riassunta: la bambina viene al mondo in una famiglia in cui i suoi bisogni non vengono visti, per motivi che possono anche essere molto diversi e che, proprio per la loro eterogeneità, non possono essere classificati: una madre depressa, un padre coinvolto in un crollo economico, la nascita di un fratello più bisognoso, un genitore narcisista, un genitore gravemente malato, uno abusante, un lutto improvviso, l’abbandono di uno o di entrambi i genitori ecc… Impara così precocemente a non disturbare ulteriormente, “è già tutto così difficile per mamma e papà…”. Impara anche ad aspettare che uno dei due o entrambi diventino disponibili, senza fare capricci, in modo da ottenere quel poco d’amore che le basta per la sopravvivenza emotiva. Va da sé, quindi, che aspettare è la norma, e che per amore si può aspettare anche tutta la vita. In questo arido quadro mette a punto delle strategie per assicurarsi la somministrazione di una dose d’amore anche minima: si comporterà bene, farà la brava, prima o poi – pensa – qualcuno si accorgerà di lei. Quindi diventerà brava davvero: sarà brava a scuola, brava all’università, brava nel lavoro. Glielo diranno in tanti che è brava tranne, probabilmente, le persone dalle quali ha atteso per tutta la sua esistenza di sentirselo dire:

Hai fatto solo il tuo dovere: cosa vuoi che ti dica? Studiare è un dovere: io pago i tuoi studi e tu studi, non ti è chiesto altro.
(Il padre di C. paziente di 46 anni, nel giorno della sua laurea).

A quel punto il vuoto interiore, scavato giorno dopo giorno da figure che dovrebbero essere affettive ed invece (nella migliore delle ipotesi) sono distratte, o (nella peggiore) francamente svalutanti o maltrattanti, diventa voragine.

Ecco dunque che la bambina divenuta adulta inizierà a fantasticare sull’immagine di un partner perfetto che porterà quell’amore, quelle attenzioni, quelle carezze e quelle lodi mai avute nella sua vita. Se mamma e papà non sono riusciti a darmelo – dice a se stessa – un uomo lo farà. E rimane in attesa, come quando era piccola. Stavolta però attende il cavaliere dall’armatura scintillante, il salvatore, l’eroe che riempirà di amore infinito e protezione la voragine che si è creata tanto tempo prima, che la aiuterà a far fronte ad ogni problema, come fosse l’antidoto ad ogni male.

E quando lui arriva, lei, che ne ha così tanto disperatamente bisogno, non sarà in grado di valutarlo applicando i criteri dell’amore. Sarà il bisogno a guidarla, il bisogno che a tanti errori porta. Perché l’amore, al contrario di come si dice, non è cieco affatto, è il bisogno a render ciechi. L’amore, invece, è un filtro dai colori vivaci che esalta le cose del mondo, rendendole vivide, belle, vibranti.

Insieme alla fantasia del principe azzurro nasce così la necessità di costituire e mantenere con l’altro un rapporto fusionale in cui i confini personali sfumano gradualmente, fino a perdersi del tutto. Se l’altro infatti è Il Salvatore, L’Antidoto ad Ogni Male, L’Amore Vero, rompere con lui non è pensabile: sarebbe come morire. La dipendente affettiva così si annulla nell’altro, nella convinzione che il massimo della gratificazione è che lui sia felice, non curandosi affatto di ciò che potrebbe rendere felice lei, non riuscendo più a riconoscere quali sono i suoi desideri, quali le sue passioni, cosa vorrebbe fare della sua vita, e pensando di scongiurare, allo stesso tempo, la paura d’essere abbandonata, sempre in agguato.

Ha imparato molto presto che se farà la brava l’altro l’amerà. E farà la brava eccome. Lo farà anche e soprattutto se l’altro non lo merita, anche e soprattutto se l’altro non somministra che briciole, del resto non ha fatto altro che questo, per tutta la sua vita, credendo che così è l’amore e che è così che si fa.

La dipendenza affettiva non è che un modo disfunzionale di stare nelle relazioni. È un modo che le bambine apprendono da piccole ma che le donne che oggi sono diventate possono (e devono) abbandonare, a patto che siano disposte ad accogliere l’aiuto degli altri, anche specialistico se necessario, e che desiderino aprirsi a modalità più sane ed equilibrate di vivere le relazioni, nonostante l’impegno che destrutturare una esperienza relazionale così arcaica possa comportare.

Del resto, per fortuna, d’imparare non si smette mai.
E nemmeno d’amare.

Come diceva una vecchia canzone a cui tanto sono affezionata: “Si sopravvive a tutto per innamorarsi”.

Dott.ssa Silvia Pittera, Psicologa – Psicoterapeuta.

Pubblicato da

Melania Emma

www.melaniaemma.com

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