ANORESSIA SENTIMENTALE

Uomini e donne si frequentano, al giorno d’oggi, con una intensità di cui non si ha riscontro in altre epoche storiche; le occasioni di contatto si moltiplicano e proliferano sotto ogni forma (scuole, università, luoghi di lavoro, attività turistiche e di svago, società sportive, club, locali, agenzie matrimoniali, luoghi d’incontro virtuali…), eppure vi sono uomini e donne che hanno rimosso e dimenticato cosa sia l’amore. In senso stretto, l’anoressia sentimentale, l’incapacità di amare, è una vera e propria pandemia che colpisce, su larghissima scala, tutte le età ed entrambi i sessi, soprattutto nel mondo a modello occidentale.

La fenomenologia è la più varia: chi ne è affetto può essere tanto un individuo solitario quanto una persona in apparenza socievole, amante della buona compagnia e dei divertimenti. Ma la struttura di fondo del disturbo è identica: il bisogno affettivo è rimosso in virtù di una personalità autarchica, chiusa in se stessa, regolata da abitudini e ritmi personali e ogni qual volta la possibilità di amare si apre un varco nella rigida armatura difensiva sorge dal fondo dell’animo in taluni una malinconia profonda, in altri una rabbia cieca e devastante, in altri ancora una fredda razionalità che vede nell’oggetto amato (nella persona che ha penetrato il cuore) solo vizi e difetti e nella nuova opportunità una fonte incessante di dubbi e preoccupazioni. A questo punto, l’indifferente può diventare — con l’incertezza, il disprezzo o il sadismo — un persecutore di colui/colei che ha osato turbare il suo equilibrio.

Ecco come lo descrive lo psicoanalista Otto Kernberg

In circostanze patologiche, come la patologia narcisistica grave, lo smantellamento del mondo interno di relazioni oggettuali può portare all’incapacità di desiderio erotico, accompagnata da una diffusa, non selettiva e perpetuamente insoddisfatta manifestazione casuale di eccitazione sessuale, o perfino dalla mancanza di una capacità di eccitazione sessuale.

L’incapace di amare talvolta si tormenta per ciò che è divenuto; talaltra invece se ne fa un vanto, perché la sua resistenza alla lusinga è — secondo lui — una superiore prova di forza; infine, altre volte ancora vive in una razionalità così astratta da non accorgersi nemmeno della solitudine dell’anima e della aridità del cuore che ha generato dentro di sé.

Intuibile che la patologia narcisistica cui fa riferimento Kernberg ha almeno due possibili sviluppi: uno sul versante ossessivo coincide con l’uomo — o la donna — che vive in un suo ordine solitario, rigido ed efficiente e più o meno relazionato (l’incapace di amare può essere un single, ma anche un uomo o una donna che vive in famiglia, ma che non degna più il partner delle proprie attenzioni giudicando la sessualità e l’amore delle inutili e scomode perdite di tempo o attività noiose, prive di senso o vagamente disgustose); l’altra è sul versante dell’isteria, dove l’incapace di amare oltre a ostentare indifferenza, può talvolta intrappolare i suoi partner in tormentose dinamiche nelle quali ora avvengono inattese fusioni sentimentali, spesso accompagnate da appassionate manifestazioni di tenerezze, cui seguono repentini distacchi, un fare freddo e scostante, talvolta contrassegnato dal disprezzo.

Chi vive in questa strana condizione esistenziale è qualcuno che ha individuato nell’amore la maggior fonte di sofferenza umana o, per via di traumi subiti, della sua personale sofferenza e ha deciso di non soffrire mai più. Talvolta è stato un bambino deprivato di amore in età nelle quali poteva avvertirne la mancanza e perciò soffrirne, oppure un bambino o un adolescente intenzionalmente trascurato, non amato o anche trattenuto in un rapporto ora seduttivo ora rifiutante. Altre volte, cresciuto fiducioso, è andato incontro a lunghe sofferenze sentimentali in età adulta. Altre ancora, illuso di poter realizzare nel mondo scopi di ordine superiore e deluso in profondità in questa aspettativa, rinuncia alla vita e fa pagare all’innamorato/a il prezzo di questa catastrofica delusione.

In termini più generali, egli ha smesso di credere nell’affidabilità degli esseri umani e nella capacità retributiva e restaurativa della fiducia e dell’amore. In modo più o meno consapevole, ha abbracciato l’ideologia anestetica contemporanea, intesa a far sentire forte, superiore, colui che relega la passione nell’altro, riservando per sé il ruolo del bell’indifferente, dello spassionato razionale, dello sprezzatore dell’umana vulnerabilità.

La mia esperienza umana e clinica mi suggerisce che questa condizione esistenziale va sempre più costituendo il “doppio speculare” della soggettività contemporanea. Per un verso animata da innumerevoli e frenetici desideri, l’umanità attuale va per altro verso elaborando una strategia di difesa per la quale ogni desiderio — ma soprattutto i bisogni relazionali — sono trappole da evitare.

Esce da questa patologia — invisibile in un mondo che la invidia e la favorisce — solo chi vuole uscirne e accetta l’idea che coraggioso non è chi reprime il desiderio, ma colui che accetta il rischio esistenziale di vivere fino in fondo le qualità specifiche della natura umana, fra le quali fa spicco proprio quella capacità di immedesimarsi, fondersi ed amare da cui l’anoressico sentimentale rifugge con disgusto e con paura. (un contributo del dott. Nicola Ghezzani)

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“Io semplicemente mi rifiuto di considerare l’obbedienza una virtù, la curiosità un peccato e l’ignoranza del bene e del male uno stato ideale.”

Alice Miller – Il risveglio di Eva

INDIMENTICABILE MAMMA

Mi nutro di te..

Esiste una forma di relazione in cui uno dei due è fagocitante. Uno cerca di inghiottire metaforicamente l’altro, impedendogli di essere se stesso, chiedendogli a dismisura. Spesso colui che inghiottisce è anaffettivo e narcisista.

E’ totalmente incentrato su se stesso, sui propri bisogni. Incapace di darsi, il fagocitante ha dentro di sé un baratro, una povertà affettiva che restituisce al partner. La persona può apparire alessitimica (insensibile alle proprie e altrui emozioni), è avida di attenzioni, di affetto e si ciba energeticamente dell’altro fino a sfinirlo. Il fagocitante è stato probabilmente non visto dall’ambiente in cui è cresciuto, nessuno ne ha ascoltato, accolto o soddisfatto i veri bisogni.
Spesso la modalità può essere scambiata per amore, ma a una successiva analisi si può chiaramente dedurre che l’altro viene utilizzato per riempire un vuoto affettivo atavico e incolmabile. Chi si relaziona a una persona bulimica di affetto si sente svuotato, prosciugato e inadeguato. Spesso si trova invischiato in tale modalità e si sente confuso, sbagliato, in colpa per non riuscire a soddisfare la fame dell’altro di presenza, e la sua pretenziosa richiesta di essere saziato di attenzioni. Al bulimico affettivo non basta mai. E’ incapace di dare e ricevere, sa solo pretendere, o elemosinare. Tante sono le strategie attuate per avere l’altro tutto per sé: vittimismo, manipolazione, mostrarsi infinitamente bisognosi e dipendenti, colpevolizzazione, elemosinare aiuto e affetto se solo l’altro rivendica il diritto di esistere e di avere una vita autonoma. Il fagocitante non tollera il NO, il rifiuto, l’abbandono. Egli non è in grado di reggere la frustrazione dell’assenza e si aggrappa all’altro, a costo di inghiottirlo, trasformandosi in un cannibale affamato di affetto, un vero vampiro energetico..(un contributo di Ameya G.Canovi)

Da una donna narcisista in terapia: “Il mio primo impulso resta manipolare. Non c’è cura, solo autocontrollo.”

Quando i narcisisti patologici riflettono e posano lo sguardo su di sè, sono momenti rari, anche se poco duraturi, e offrono un punto di vista esclusivo di cui fare sempre tesoro. Condivido questo scritto dal blog “Arte di salvarsi”, il top assoluto in materia. Buona lettura e buona riflessione! Mel

L'arte di salvarsi

Trad. dal russo by Nadia Plamadeala
Testo originale https://www.wonderzine.com/wonderzine/life/experience/242907-narcissistic-disorder)

Il disturbo narcisistico di personalità raccontato da una narcisista

“Non sono così pericolosa come sembra”

 I narcisisti ci fanno paura. Sono soggetti di libri e di gruppi online. Sappiamo tutti che sono inclini alla manipolazione e raramente mostrano empatia. Ma pochi sanno cosa pensano di se stessi.

Tania ha trentasette anni. Un anno fa ha scoperto di avere il disturbo narcisistico di personalità e ha deciso di provare a cambiare vita. Scrive dei suoi successi in un canale Telegram in russo chiamato “Narcisismo atipico”. Abbiamo parlato della sua esperienza con la psicoterapia e di cosa significhi per lei vivere con questo disturbo.

“Prima non immaginavo nemmeno di essere una di quelli che vengono chiamati narcisisti. Al contrario, come tutti, ero diffidente nei confronti di queste persone, le biasimavo. Ho cercato di stare lontano da loro. Ricordo quando ho appreso la…

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TRADUZIONI NARCISISTE

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«Ti amo, ma in questo momento non me la sento di stare con nessuno » («Non ti amo e me la sentirei benissimo di stare con qualcuno, purché sia qualcun altro: uno/ una che mi faccia penare e non mi dia il suo amore gratis come fai tu»)

«Sono ancora bloccato (bloccata) dal ricordo di una precedente storia» (« Non mi piaci abbastanza per farmi dimenticare una scottatura che ho preso in passato»)

«Ho paura di legarmi troppo a te» («Non ho nessuna voglia di legarmi a te»).

«Ho paura di farti soffrire» (« Ho paura che tu mi asfissi con il tuo amore: posso fare a meno di te, anche se ogni tanto avrò bisogno di telefonarti [facendoti soffrire] per avere una conferma del mio fascino. Almeno finché non trovo qualcuno/ a di cui innamorarmi davvero»).

«Non ti merito» (« Non ti amo abbastanza per reggere una storia impegnativa come quella che tu vuoi avere con me»).

«Siamo troppo uguali» («Con te mi annoio»).

«Siamo troppo diversi» (« Non solo mi annoio, ma mi innervosisco pure»).

Massimo Gramellini

LA TECNICA DEL PIEDE NELLA PORTA

La tecnica del piede nella porta è una delle tecniche di manipolazione sociale più conosciute. Potremmo esserne stati vittime senza nemmeno accorgercene. Vediamo in cosa consiste.
Suonano alla porta per chiederci una donazione destinata a un’associazione benefica che lotta contro una malattia rara. Diciamo che possiamo sempre rispondere che al momento non abbiamo soldi. Ora, immaginate che suoni di nuovo la stessa associazione per darci una spilla da indossare per una settimana al fine di sensibilizzare sull’importanza di raccogliere fondi per combattere la malattia. Due settimane dopo tornano e ci chiedono una donazione. Ci sono buone probabilità che gli daremo dei soldi. Hanno appena applicato la tecnica del piede nella porta.
Esistono molte tecniche psicosociali in grado di manipolarci pur non essendone consapevoli. Effettivamente, il lavoro di alcune persone è proprio quello di progettare tattiche per ottenere un beneficio concreto senza che la “vittima” se ne accorga. La tecnica del piede nella porta è una delle più note e più studiate in psicologia sociale.

La tecnica del piede nella porta
La squadra di Beaman (1983) definisce il piede nella porta come una tecnica che consiste nel chiedere un piccolo favore alla persona da cui intendiamo ottenere qualcosa. Secondo Beaman, “inizia con un comportamento poco dispendioso e in un contesto di libera scelta (assicurandoci in questo modo una risposta affermativa) per poi richiedere un favore simile, ma di maggiore entità, che è ciò che vogliamo veramente ottenere”.
I fattori sottesi che causano il successivo comportamento di maggiore entità sono l’impegno e la coerenza. Le persone che hanno acconsentito ad assumere un comportamento su base volontaria, accettano più facilmente una richiesta successiva che vada nella stessa direzione, anche se più dispendiosa (a condizione che abbiano accettato quella precedente).
Per esempio, se assumiamo una posizione a favore di un qualche pensiero, sarà più facile per noi impegnarci in comportamenti legati a quello stesso pensiero. In questo modo, manteniamo la coerenza interna ed esterna, ovvero di fronte agli altri. Inoltre, l’efficacia di questa tecnica diventa maggiore quando l’impegno è pubblico, la persona ha scelto pubblicamente o il primo impegno è stato dispendioso.
“È molto più facile ingannare la gente, piuttosto che convincerla che è stata ingannata”.
-Mark Twain-

Esperimento di Feedman e Fraser
Feedman e Fraser (1966) chiesero a un certo numero di persone di mettere nel loro giardino un cartello piuttosto brutto e grande in cui si poteva leggere: “Guidate con attenzione”. Solo il 17% accettò di metterlo.
A un altro gruppo di persone fu chiesto prima di firmare un documento a favore della sicurezza stradale. Trattandosi di una petizione che non richiedeva impegno, la maggioranza di loro firmò. Poco tempo dopo, chiesero alle stesse persone di mettere il cartello grande e brutto nel loro giardino. Indovinate un po’? Accettò il 55%.

La tecnica del piede nella porta e le sette
Che relazione ci può essere tra questa tecnica e le sette? Non dimentichiamo che si tratta di una tecnica di persuasione. Il primo contatto con la setta consiste solitamente nella partecipazione a piccole riunioni. In seguito, viene richiesta una piccola donazione. Una volta effettuati i primi passi, è probabile che ci impegniamo in comportamenti successivi.
Comportamenti che possono includere: dedicare ore settimanali alla setta, aumentare le donazioni di denaro o di altri beni. In situazioni più estreme, sono stati anche documentati casi di adepti costretti a svolgere prestazioni sessuali e persino a partecipare a suicidi collettivi sotto un apparente illusione di volontarietà.
“La gente è pazza? No, la gente è manipolata.”
-José Luis Sampedro-

Riflessioni finali
Nonostante passino inosservate, queste tecniche vengono utilizzate per ottenere qualcosa da tutti noi. Quando ci chiamano al telefono e ci chiedono se abbiamo internet, la nostra risposta è generalmente affermativa. In questo modo, ci predispongono all’ascolto. La domanda successiva, di solito, è se vogliamo pagare di meno. La nostra risposta è spesso nuovamente affermativa. A questo punto, ci tengono in pugno.
Un altro aspetto importante, in alcuni casi, è la mancanza di tempo per pensare. Se ci fate caso, le offerte che ci propongono sono sempre limitate: “domani questo prezzo non sarà più disponibile.” In questo modo la pressione esercitata è tale che rispondiamo “sì” senza aver elaborato le informazioni.
Indubbiamente, imparare a dire di no e a disinnescare le tecniche di manipolazione è fondamentale per evitare che gli altri ottengano da noi qualcosa che non eravamo intenzionati a dare loro. Un piccolo “sì” può rivelarsi un affare insidioso al momento di rifiutare una richiesta successiva. La prossima volta che diremo “sì”, probabilmente ci avremo pensato meglio.
“Quando pensiamo di dirigere, ci stanno dirigendo”
-Lord Byron-

Fonte

Ciò che conta davvero non dovrebbe essere mai alla mercé di ciò che non conta affatto.

J. W. Goethe

Ah, è un inferno essere amati da chi non ama né la felicità, né la vita, né se stesso, ma soltanto te!

ElsaMorante

IL COLPO

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Così metteva in fila i suoi dolori, ordinati come gocce di sangue freddo sulla lama dopo un taglio; e sparava, sparava a quei dolori come se uccidesse dentro di lei, sparava a quei dolori come si spara all’assassino di un padre o di una madre. Ma lei era figlia di sè stessa, si era cresciuta da sola e da sola sapeva rinascere, era l’arma di sè stessa, era il colpo che ammazzava il dolore prima che diventasse importante.

Stephen King

SENZA SPORCARSI LE MANI

Può uno sguardo fare paura? Può confondere, togliere ogni sicurezza rispetto al proprio modo di essere in relazione alle situazioni?
Può la semplice presenza di ‘quella’ persona, farci sentire inadeguate ad ogni contesto, incapaci di affrontare e risolvere qualsiasi problema? Uno sguardo che ci accompagna e ci giudica in ogni minimo gesto quotidiano, che ci fa sentire di non essere mai come ‘dovremmo’ essere.
Può uno sguardo, quello sguardo, essere su di noi anche se quella persona non è con noi in quel momento?
E può essere che quello sguardo appartenga ad una persona cara, ad un fidanzato, un marito, un padre o un famigliare?
Io credo proprio di sì e credo che spesso dentro la sensazione di essere inadeguate, sbagliate, inopportune e incapaci, dietro agli sguardi sfuggenti o al contrario sfidanti e disperatamente provocatori di molte donne, si possano celare situazioni di violenza psicologica, esercitata all’interno della sfera privata.
Non ci sono solamente le violenze ed i maltrattamenti fisici che segnano profondamente le persone, ma anche quelli psicologici che non lasciano lividi ed escoriazioni visibili nel corpo, ma non di meno producono ferite in luoghi non visibili, dentro le persone, e segnano profondamente la loro vita.
Possono essere violente le parole? Possono i toni di voce o i silenzi ferire e, se protratti, togliere ogni sicurezza e gioia di vivere? Sì, ci sono parole che possono ferire profondamente come pugnali, possono essere usate per umiliare e giorno dopo giorno possono distruggere una persona. Ci sono aggressioni che non agiscono direttamente sul piano fisico come uno schiaffo, una spinta, un pugno, un calcio, ma giorno dopo giorno creano un clima invivibile ed attuano un processo di distruzione psicologica attraverso parole denigratorie continue (non sai fare nulla, sei proprio una persona inutile, che cosa vuoi parlare tu che non sei nessuno, solo una povera idiota potrebbe fare quello che fai tu). E poi ci sono i gesti ed i silenzi accusatori, gli sguardi e i toni di voce di continua disapprovazione che ridicolizzano ogni cosa detta o fatta.
Un clima di disapprovazione continua dove qualsiasi atteggiamento o comportamento viene ritenuto sbagliato, inadatto. E questo non è tanto perché, come chi perpetra violenza psicologica vorrebbe far credere, è un comportamento ad essere preso di mira, ma è invece presa di mira la persona in quanto tale, in ogni cosa che fa ed in cui manifesti la propria individualità e la propria identità.
Non a caso la violenza psicologica, silenziosa ed invisibile ma non per questo meno devastante di quella fisica, viene esercitata sulle donne per lo più in famiglia o nella coppia, da un padre, un marito o un fidanzato che, in questo modo, ribadisce il proprio dominio e la propria superiorità.
Parole, gesti, toni allusivi, offese velate o esplicite che possono umiliare, distruggere lentamente ma in profondità, senza sporcarsi le mani.
E la cosa più terribile è proprio quando questo atteggiamento viene attuato da una persona cara, che si ama o si è amata profondamente e verso la quale ci si è aperti e con fiducia.
La violenza psicologica è un processo di distruzione costituito da manovre ostili che possono essere esplicite o nascoste. La svalutazione di tutto ciò che una persona fa o pensa, a cui è interessata o in cui crede. Oppure la limitazione della libertà di movimento, come impedire alla donna di uscire da sola magari adducendo motivi circa la pericolosità dei luoghi, degli orari, o trasformando la rinuncia come prova d’amore o di fedeltà.
O ancora la limitazione della libertà economica, mettendo la persona in condizione di dover chiedere per far fronte ad ogni esigenza personale e famigliare.
Ma possono essere anche manovre più nascoste come il sarcasmo, la derisione continua, il disprezzo, espresso anche in pubblico con nomignoli o appellativi offensivi, mettendo costantemente in dubbio la capacità di giudizio o di decisione.
Tutto questo protratto nel tempo fino a destabilizzare una persona e distruggerla senza che chi le sta intorno se ne accorga e possa quindi intervenire.
Le donne sottoposte costantemente a questo clima ‘vacillano’, cominciano a dubitare dei propri pensieri, dei propri sentimenti, si sentono sempre in colpa, inadeguate e spesso si isolano o vengono isolate perché assumono comportamenti non spontanei, scontrosi, lamentosi o ossessivi con le persone che intorno non comprendono e giudicano negativamente. Così la donna resta isolata, senza appoggio.
La violenza psicologica è una violenza oggettiva, chi subisce aggressione psichica è sottoposto ad un evento traumatico, chi è sottoposto a violenza psicologica si trova in uno stato di stress permanente.
Nella coppia la violenza psicologica è spesso negata e banalizzata. Si tende troppo spesso a considerare la donna complice dell’aggressore perché non riesce, non sa o non vuole ribellarsi, ma questo è esattamente il risultato della violenza esercitata. La vittima di violenza psicologica è paralizzata, confusa, sente il dolore, la sofferenza emotiva, ma non riconosce l’aggressione subita.
Il problema relativo alla violenza psicologica, infatti, è relativo al riconoscimento di essa, alla consapevolezza di esservi sottoposti.
La difficoltà per molte donne è legata al dover ammettere a se stesse di amare o aver amato qualcuno da cui, invece, ci si deve difendere; al dover abbandonare l’ideale di amore romantico per cui il fidanzato o il marito che offende o denigra, con il nostro amore, cambierà. Occorre rinunciare all’ideale di tolleranza femminile e spesso, molto spesso, è difficile arrivare da sole e senza aiuto a riconoscere di essere state sottoposte ad aggressioni psicologiche.
Occorre chiedere aiuto, occorre venire aiutati da esperti.
Spesso l’unica soluzione è chiedere aiuto in relazione alla presenza dei sintomi che derivano dalla costante tensione interiore, dal dover reggere la situazione, sforzandosi di non reagire, spesso di comprendere e giustificare e ancora dallo stress che la confusione stessa genera.
I segnali di malessere si possono individuare nei disturbi del sonno, nell’irritabilità, nell’insorgenza frequente di mal di testa e cefalee, nei disturbi gastrointestinali o in un continuo stato di apprensione, di tensione costate e di ansia. Questi possono essere considerati segnali di disagio di cui è opportuno verificare l’origine per poter, spesso lentamente e con fatica, prendere consapevolezza delle aggressioni subite, comprendere perché le si è assorbite e ridefinire i propri limiti di tollerabilità, in modo che non vengano mai più oltrepassati.

Cinzia Sintini
(psicologa-psicoterapeuta)

Fonte

Ogni tanto, smetti di volere sempre tutto sotto il tuo controllo, e permetti alle cose di crollare e di seguire il loro corso…
E rimani semplicemente presente a te stesso ad osservare senza giudicare.
Proviamo a considerare il fatto che tutto ciò che facciamo non è che un tentativo per fuggire la paura.
Arrabbiarsi è sinonimo di paura; attaccarsi e identificarsi con le cose esterne è sinonimo di paura; attaccarsi agli altri nasce dalla paura; attaccarsi al cibo, alla televisione, ai divertimenti, al alcol, al sesso, e a qualsiasi altra cosa…è segno che non stiamo vivendo nel momento presente con ciò che è, ma che stiamo tentando di fuggire la paura del presente.
Irritarsi è paura.
Aggredire è paura.
Mentire è paura.
Indifferenza è paura.
Giudicare gli altri è paura.
Giudicare se stessi è paura.
Gelosia ed invidia nascono dalla paura.
Egocentrismo ed arroganza nascono dalla paura.
Orgoglio e vanità nascono dalla paura.
Pretendere è segno di paura.
Vivere sempre nelle aspettative è paura.
Sentirsi superiori o inferiori è segno di paura.
Ogni forma di esagerazione nasce dalla paura.
Anche rifiutare le cose, le persone e le situazioni, magari combattendole, anche questo è paura.
La paura del momento presente: l’ignoto.
Paura dell’impermanenza, paura del vuoto, paura della verità, paura di non avere il controllo, paura di perdere il controllo, paura dei cambiamenti, paura della vita che scivola via attimo dopo attimo, paura della morte, paura di non essere.
Ciò che chiamiamo vivere, si risolve per la maggior parte del nostro tempo nel tentativo di parare i colpi dell’impermanenza a son di illusioni, di mascheramenti e di compensazioni per non confrontarci con la realtà, per non confrontarci con l‘insostanzialità delle nostre idee, credenze e fissazioni.
O meglio: per non confrontarci con l’insostanzialita‘ di noi stessi, la falsa idea che abbiamo di noi stessi che crolla inesorabilmente davanti all paura.
Abbiamo paura di avere paura perché la paura ha il potere di smascherare le nostre menzogne, e ci dimostra che non abbiamo tutto questo controllo sulle cose, sulle persone e sulla nostra vita che siamo convinti di avere.
La vita segue le sue leggi e non le nostre…
E questo fa paura…
E continuerà a spaventarci finché non accetteremo tutte le nostre paure con coraggio e compassione, accettando di far crollare la falsa immagine di noi stessi, quella che abbiamo creato e nutrito negli anni tanto per darci un tono: l’immagine del finto guerriero che spacca il mondo, ma che si nasconde sotto un armatura di cartone e combatte la vita con uno scudo di plastica e una spada di legno.
Cominciamo a famigliarizzarci con noi stessi…
Cominciamo a fare amicizia con noi stessi invece di preoccuparci di combattere il mondo…
Cominciamo a prendere le nostre bugie e ipocrisie con amore e compassione…
Siamo stati colti dalla vita con le mani nel vasetto della marmellata…
E va bene così.
Mi osservo e mi accetto, qui e ora, e smetto di creare continue costruzioni mentali per difendermi dal presente.
Mi apro a ciò che è…ed accolgo me stesso in relazione a tutto ciò che mi circonda, accetto cosa sono e dove sono, e poi comprendo.
E incomincio allora a provare amore e gratitudine per il mio piccolo essere impaurito che sta imparando a conoscere i misteri della vita.
Vivi coscientemente la vita dissolvendo te stesso nella paura.
Fa che la paura diventi tua amica e compagna di viaggio.
Accetta di avere paura, e ti farà meno paura l’aver paura.
Finché non troveremo il coraggio di confrontarci con la paura, allora, tutto ciò che faremo della nostra vita non sarà altro che un vano tentativo di evitare la paura.

Roberto Potocniak

Lamentarsi in continuazione di se stessi o degli altri significa posizionarsi come degli adulti-bambini in cerca dei genitori mancati, e questo è un lusso psicologico che appartiene solo a chi non sta realmente soffrendo, o, diciamolo pure, che non sta soffrendo abbastanza se uno ha sufficiente energia per cercare attenzione lamentandosi in continuazione, godendo poi di ogni briciolo di attenzione ricevuta. E’ una specie di gioco egocentrico.

E mi permetto…perché posso parlare di sofferenza fisica e di sofferenza psicologica e morale, per esperienza diretta.

Andare in giro fisicamente o virtualmente a lamentarsi con gli altri, appartiene a tutti coloro che amano usare quel po‘ di sofferenza che hanno provato nel passato o che vivono nel presente solo per attirare l’attenzione.

E la usano, la sofferenza/lamentela, come merce di scambio, ed è per questo motivo che non ne escono così facilmente, perché non sono ancora interessati a vivere la loro vita. Non stanno dando valore alla vita.

Chi da’ valore alla propria vita non perde il suo tempo a lamentarsi, ma a vivere, ad andare avanti, a cercare di vivere bene e di lasciarsi il passato alle spalle.

Il primo segno di maturazione percepibile in un individuo è che egli smette di lamentarsi e comincia a prendersi la piena responsabilità di stesso e della propria vita.

Andate a visitare qualche ospedale dove ci sono i bambini malati di cancro.
Andate al centro grandi ustionati.
Guardatevi le Paraolimpiadi.
Andate nei paesi dell’est a visitare qualche manicomio.
Andate a visitare un macello.
Andate in certe regione dell’India dove lasciano morire la gente per la strada, in mezzo al traffico.
Guardate le riprese dove muoiono per la guerra, per la fame, per le pestilenze.

Allora capirete molte cose.

Questo fa parte del Lavoro pratico su se stessi, se si vuole crescere davvero.

La lamentela, i sensi di colpa, il senso del fallimento, e tutti i giudizi e le critiche distruttive non servono a nulla, non hanno nessuna funzione utile, se non quella di farti rimanere lì dove sei per tua scelta.

Se la sofferenza non produce un cambiamento nel nostro modo di pensare e nei nostri sentimenti, allora non è servito a nulla soffrire, e allora cadremo ancora più in basso nell’inconsapevolezza, fino a trovare piacere nella sofferenza stessa.
Nessuna trasformazione.

Bisogna scegliere se crescere e trasformare la propria vita, o lamentarsi.
Non si può viaggiare su due automobili contemporaneamente.

Roberto Potocniak