CINQUE DOMANDE PER USCIRE DALLA DIPENDENZA AFFETTIVA

1 – Cosa davvero conta per la mia vita?
2 – Come impiego la mia energia vitale?
3 – Cosa/chi voglio ancora salvare/cambiare?
4 – Questo cambierà/guarirà la mia vita?
5 – Mi piaccio così?

VUOI VERAMENTE USCIRE DALLA DIPENDENZA AFFETTIVA? Mi fa piacere, ma per uscirne serve un cambio radicale di prospettiva: è impossibile farcela restando nel vecchio ordinamento di pensiero da dipendente affettivo. Questo significa la parola RADICALE: smettere di stare in posti a basso tenore energetico a tentare di capire, spiegare, moderare, cambiare. Smettere di interagire con persone a basso tenore energetico a tentare di capire, spiegare, moderare, cambiare. Smettere di volere cambiare qualcosa di esterno credendo che questo migliorerà la tua vita. E tu? Quando e quanto investi su di te? Con la filosofia del Peace&Love NON NE ESCI. Fatti le domande qui sopra e resta su quel focus, sennò girerài sempre in loop come un criceto nella ruota.

PERCHÉ CON LA FILOSOFIA DEL PEACE&LOVE NON NE ESCI?
Te lo spiego con la mia attuale prospettiva e le SCELTE RADICALI attuate per me: se evitare la feccia, stroncare polemiche/abusi e tenere pulito il mio spazio significa “evitare il confronto, essere nazisti e intolleranti”, per me è SUPER OK. Considero queste definizioni “di pancia” come auto-certificazioni di chi me le butta addosso, quindi ringrazio pure per essersi auto-palesato. Io non sarei MAI E POI MAI sopravvissuta al Narcisismo Patologico grazie al confronto, alla democrazia e alla tolleranza: queste sono le primissime leve cui si appella una persona patologica quando una sana non accetta l’abuso.
Ho imparato che al giochino del buonismo partecipano i manipolati. E posso confermare che nelle altitudini l’aria è meravigliosamente rarefatta per sprecare fiato.
Un abbraccio a tutti quelli che vogliono uscirne.
Melania Emma

Certe persone devono per forza barare, sennò perderebbero sempre.
Melania Emma

PERCHÉ SEI A PORTATA DI MANO

Questa la racconto perché merita.
Nove anni fa conoscevo l’ultimo NP della mia vita, quello che me l’ha poi rovesciata mettendomi in condizioni cercare aiuto. Non so voi, ma in quel “rapporto” io vedevo e sentivo le peggio cose viste e sentite. E non so voi, ma durante le mie telefonate implorante spiegazioni, mi munivo di carta e penna e scrivevo, scrivevo dappertutto le sue parole, quelle frasi mai sentite prima, quel linguaggio dissonante, per rileggere poi tutto dopo e mettere insieme i pezzi di un puzzle horror. Il gaslight fa fare anche questo.
Trascrivo il reperto che ho appena trovato (sto facendo ordine in studio) tra i miei disegni dell’epoca. Ricordo bene che fu dopo uno dei suoi riagganci.
– Ho paura di me stesso quando sto con te, non riesco a controllarmi, ti faccio male, io odio le donne.
– Ma perché mi cerchi allora, perché?
– Perché sei a portata di mano, sei consenziente.
(poi avevo scritto anche la morale conclusiva, ma questo dimostra, almeno nel mio caso, che la consapevolezza non basta per uscirne)

Che dire?
Momenti in cui i polmoni si gonfiano di felicità! Ricordi di una vita altra.
Auguro ad ogni lettore di questa Pagina/blog questi flashback, perché sono bellissimi. Bellissimi.

Melania Emma

CAMBIAMENTO?

AGGIUNGO:
– Due sedute di psicoterapia al mese 150 euro: non ho i soldi, costa troppo, ho già il mutuo, le rate auto, ecc.
– Fumare un pacchetto di sigarette al giorno 140 euro: é l’unico vizio che ho, lasciami almeno morire felice.

Non ci sono più scuse per non investire su se stessi. Quando parli di cambiamento, esattamente cosa intendi?

Melania Emma

COMUNICAZIONE DESTABILIZZANTE

Cos’è?
La stragrande maggioranza di persone farebbe e fa di tutto per attirare l’attenzione su di sé. Alcuni lo fanno proprio di strategia, cioè volutamente (venditori, ecc). Ma molti lo fanno inconsapevolmente: vanno in automatico. Quando è caratteriale, spesso é patologico.
Questi ultimi sono dei veri e propri sabotatori dell’attenzione: appena tu godi di un minuto di attenzione sociale o stai facendo/dicendo qualcosa di coinvolgente per gli altri, zac, ci si infilano con tutto il loro peso. Sono dei dirottatori: con frasi e gesti che non c’entrano nulla con voi né con la situazione in quel momento (e neanche mai), proprio come fanno i bambini di sei anni, creano una PICCOLA GAG INNOCENTE che destabilizza tutta la vostra comunicazione.

Il motivo?
Il vedere come voi o altri godiate di attenzione, di un talento, di una lode, di un carisma, di una capacità personale, semplicemente li urta.
Ed é automatico per loro far finire quel momento che non li include, lo fanno con una spontaneità imbarazzante. Con queste persone non si riesce a far parte di una comunità, perché destabilizzano sistematicamente il clima, gli argomenti, gli scopi comuni.
Non sono cattivi, sono semplicemente fuori controllo da loro stessi. Non serve a nulla fargliene accorgere, se non a scendere in basso con loro. Serve invece (a noi) il disegnare mentalmente una bella croce sulla persona che ha sabotato e dirottato infantilmente la nostra attenzione su di sé con comportamenti fuori luogo e privi di senso. Perché, fateci caso, se glielo fate notare, queste gag sono IMMANCABILMENTE seguite dal “Era una battuta, stavo scherzando” fino all’ipocrita “Mi perdoni? Ti sei così arrabbiata?” (che se poi veramente si esprime irritazione, ci si dà la zappa sui piedi). Variante: “Oh ma come sei seriosa, ma un po di ironia no eh?” e via come da copione.

Vi ricorda qualcosa?
Ripeteró sempre: mai reagire, se non per portare noi in buona luce. Mai colludere. Mai spiegare.
Rassicurate col vostro miglior tono paterno questi infanti che solo i cani si “arrabbiano” e riportate voi stessi, ve ne prego, al livello adulto in cui eravate l’attimo prima di venir trascinati nella gag.
E davvero: disegnate quella croce mentalmente, perché moltissime persone avranno pure stazza ed età adulta, ma camminano perennemente con un bambino di sei anni sulle spalle.
Un abbraccio!

Melania Emma

ANORESSIA SENTIMENTALE

Uomini e donne si frequentano, al giorno d’oggi, con una intensità di cui non si ha riscontro in altre epoche storiche; le occasioni di contatto si moltiplicano e proliferano sotto ogni forma (scuole, università, luoghi di lavoro, attività turistiche e di svago, società sportive, club, locali, agenzie matrimoniali, luoghi d’incontro virtuali…), eppure vi sono uomini e donne che hanno rimosso e dimenticato cosa sia l’amore. In senso stretto, l’anoressia sentimentale, l’incapacità di amare, è una vera e propria pandemia che colpisce, su larghissima scala, tutte le età ed entrambi i sessi, soprattutto nel mondo a modello occidentale.

La fenomenologia è la più varia: chi ne è affetto può essere tanto un individuo solitario quanto una persona in apparenza socievole, amante della buona compagnia e dei divertimenti. Ma la struttura di fondo del disturbo è identica: il bisogno affettivo è rimosso in virtù di una personalità autarchica, chiusa in se stessa, regolata da abitudini e ritmi personali e ogni qual volta la possibilità di amare si apre un varco nella rigida armatura difensiva sorge dal fondo dell’animo in taluni una malinconia profonda, in altri una rabbia cieca e devastante, in altri ancora una fredda razionalità che vede nell’oggetto amato (nella persona che ha penetrato il cuore) solo vizi e difetti e nella nuova opportunità una fonte incessante di dubbi e preoccupazioni. A questo punto, l’indifferente può diventare — con l’incertezza, il disprezzo o il sadismo — un persecutore di colui/colei che ha osato turbare il suo equilibrio.

Ecco come lo descrive lo psicoanalista Otto Kernberg

In circostanze patologiche, come la patologia narcisistica grave, lo smantellamento del mondo interno di relazioni oggettuali può portare all’incapacità di desiderio erotico, accompagnata da una diffusa, non selettiva e perpetuamente insoddisfatta manifestazione casuale di eccitazione sessuale, o perfino dalla mancanza di una capacità di eccitazione sessuale.

L’incapace di amare talvolta si tormenta per ciò che è divenuto; talaltra invece se ne fa un vanto, perché la sua resistenza alla lusinga è — secondo lui — una superiore prova di forza; infine, altre volte ancora vive in una razionalità così astratta da non accorgersi nemmeno della solitudine dell’anima e della aridità del cuore che ha generato dentro di sé.

Intuibile che la patologia narcisistica cui fa riferimento Kernberg ha almeno due possibili sviluppi: uno sul versante ossessivo coincide con l’uomo — o la donna — che vive in un suo ordine solitario, rigido ed efficiente e più o meno relazionato (l’incapace di amare può essere un single, ma anche un uomo o una donna che vive in famiglia, ma che non degna più il partner delle proprie attenzioni giudicando la sessualità e l’amore delle inutili e scomode perdite di tempo o attività noiose, prive di senso o vagamente disgustose); l’altra è sul versante dell’isteria, dove l’incapace di amare oltre a ostentare indifferenza, può talvolta intrappolare i suoi partner in tormentose dinamiche nelle quali ora avvengono inattese fusioni sentimentali, spesso accompagnate da appassionate manifestazioni di tenerezze, cui seguono repentini distacchi, un fare freddo e scostante, talvolta contrassegnato dal disprezzo.

Chi vive in questa strana condizione esistenziale è qualcuno che ha individuato nell’amore la maggior fonte di sofferenza umana o, per via di traumi subiti, della sua personale sofferenza e ha deciso di non soffrire mai più. Talvolta è stato un bambino deprivato di amore in età nelle quali poteva avvertirne la mancanza e perciò soffrirne, oppure un bambino o un adolescente intenzionalmente trascurato, non amato o anche trattenuto in un rapporto ora seduttivo ora rifiutante. Altre volte, cresciuto fiducioso, è andato incontro a lunghe sofferenze sentimentali in età adulta. Altre ancora, illuso di poter realizzare nel mondo scopi di ordine superiore e deluso in profondità in questa aspettativa, rinuncia alla vita e fa pagare all’innamorato/a il prezzo di questa catastrofica delusione.

In termini più generali, egli ha smesso di credere nell’affidabilità degli esseri umani e nella capacità retributiva e restaurativa della fiducia e dell’amore. In modo più o meno consapevole, ha abbracciato l’ideologia anestetica contemporanea, intesa a far sentire forte, superiore, colui che relega la passione nell’altro, riservando per sé il ruolo del bell’indifferente, dello spassionato razionale, dello sprezzatore dell’umana vulnerabilità.

La mia esperienza umana e clinica mi suggerisce che questa condizione esistenziale va sempre più costituendo il “doppio speculare” della soggettività contemporanea. Per un verso animata da innumerevoli e frenetici desideri, l’umanità attuale va per altro verso elaborando una strategia di difesa per la quale ogni desiderio — ma soprattutto i bisogni relazionali — sono trappole da evitare.

Esce da questa patologia — invisibile in un mondo che la invidia e la favorisce — solo chi vuole uscirne e accetta l’idea che coraggioso non è chi reprime il desiderio, ma colui che accetta il rischio esistenziale di vivere fino in fondo le qualità specifiche della natura umana, fra le quali fa spicco proprio quella capacità di immedesimarsi, fondersi ed amare da cui l’anoressico sentimentale rifugge con disgusto e con paura. (un contributo del dott. Nicola Ghezzani)

“Io semplicemente mi rifiuto di considerare l’obbedienza una virtù, la curiosità un peccato e l’ignoranza del bene e del male uno stato ideale.”

Alice Miller – Il risveglio di Eva

INDIMENTICABILE MAMMA

Mi nutro di te..

Esiste una forma di relazione in cui uno dei due è fagocitante. Uno cerca di inghiottire metaforicamente l’altro, impedendogli di essere se stesso, chiedendogli a dismisura. Spesso colui che inghiottisce è anaffettivo e narcisista.

E’ totalmente incentrato su se stesso, sui propri bisogni. Incapace di darsi, il fagocitante ha dentro di sé un baratro, una povertà affettiva che restituisce al partner. La persona può apparire alessitimica (insensibile alle proprie e altrui emozioni), è avida di attenzioni, di affetto e si ciba energeticamente dell’altro fino a sfinirlo. Il fagocitante è stato probabilmente non visto dall’ambiente in cui è cresciuto, nessuno ne ha ascoltato, accolto o soddisfatto i veri bisogni.
Spesso la modalità può essere scambiata per amore, ma a una successiva analisi si può chiaramente dedurre che l’altro viene utilizzato per riempire un vuoto affettivo atavico e incolmabile. Chi si relaziona a una persona bulimica di affetto si sente svuotato, prosciugato e inadeguato. Spesso si trova invischiato in tale modalità e si sente confuso, sbagliato, in colpa per non riuscire a soddisfare la fame dell’altro di presenza, e la sua pretenziosa richiesta di essere saziato di attenzioni. Al bulimico affettivo non basta mai. E’ incapace di dare e ricevere, sa solo pretendere, o elemosinare. Tante sono le strategie attuate per avere l’altro tutto per sé: vittimismo, manipolazione, mostrarsi infinitamente bisognosi e dipendenti, colpevolizzazione, elemosinare aiuto e affetto se solo l’altro rivendica il diritto di esistere e di avere una vita autonoma. Il fagocitante non tollera il NO, il rifiuto, l’abbandono. Egli non è in grado di reggere la frustrazione dell’assenza e si aggrappa all’altro, a costo di inghiottirlo, trasformandosi in un cannibale affamato di affetto, un vero vampiro energetico..(un contributo di Ameya G.Canovi)

EMOZIONI? INSERT COIN

Capisci quanto valgano le tue emozioni solo quando qualcun’altro che risuona come te ti avvolge col calore delle sue. E capisci quanto devi proteggerti, gelarti e indurirti quando invece per qualche altro sei solo uno strumento per il suo spettacolino.
Non dare emozioni solo perché tu sei solare o spontaneo. C’è chi ti scambia per un distributore di emozioni, ti usa come reagente al suo bisogno di avere un pubblico. Perché vuoi fare la sostanza che prende parte ad una reazione chimica, quando hai capito che sei un flusso continuo di vita che molti sono costretti a rubare?
Non dare emozioni é la prima delle contromanipolazioni. Passi per strano, duro, rigido, pesante, difficile, problematico, troppo serio? Certo, ma il prezzo da pagare è ancora più alto quando fai il donatore spontaneo di vita e il gettone te lo inserisce un manipolatore.
Melania Emma

FARE DOMANDE

Fare domande è una buona contromanipolazione. Senza aggredire e possibilmente sorridendo, si può chiedere al manipolatore “perché me lo stai dicendo?” oppure “ma esattamente cosa vuoi dirmi?”. Spesso non si fanno domande schiette e semplici per non sembrare stupidi, o per non sembrare provocatori. Ma “per non sembrare” questo e quello, ci si inguaia anche peggio.
Con un manipolatore non ci si può rilassare e non gli vanno rese le cose facili, è sufficiente che percepisca che siamo attenti (che per loro vuol dire difficili). Quindi fare domande, obiettare, magari utilizzando un’aria da finti tonti che non offende nessuno e che non ci rende accusabili di nulla.
Spesso mi accade di ottenere reazioni di rabbia, insofferenza e intolleranza al mio porre domande e lì mi accorgo della “pasta” dell”interlocutore: se non si impegna a spiegare, voleva qualcosa da me e non la sta ottenendo. A volte mi capita (troppo comico) che mentre ascolto una risposta nervosa o aggressiva alla mia domanda, mi venga chiesto “Perché mi guardi così?” e li non c’è molto altro da aggiungere…
Spesso i manipolatori si qualificano da soli, ma bisogna metterli un po in difficoltà, appunto contromanipolando quando sentiamo che qualcosa stona.
Fate domande quindi, non tenetevi i “Perché?” fra i denti, perché un manipolatore conta moltissimo sull’educazione altrui! E voi avete smesso già da tempo di far stare comodi gli altri, giusto?
Melania Emma

COS’è LA CONTROMANIPOLAZIONE, ESATTAMENTE?

Contromanipolare significa agire volutamente e sistematicamente in modo narcisistico con un narcisista patologico, non al fine di distruggerlo o ferirlo, ma al fine di proteggere la nostra parte emotiva. Lo scopo non è cambiare l’altrui comportamento nè la vendetta, ma portare noi ad un livello di parità (o comunque ad uno standard dignitoso) dopo che la controparte patologica ha tentato (o è riuscita) di manipolare, abusare, intimidire o comunque ha tentato di suscitare da parte nostra una reazione/comportamento utile esclusivamente alla sua persona. Da quel livello di parità poi raggiunto, il fine ultimo è staccare, tagliare, voltare completamente pagina. Anzi, buttare via il libro.
Melania Emma

Da una donna narcisista in terapia: “Il mio primo impulso resta manipolare. Non c’è cura, solo autocontrollo.”

Quando i narcisisti patologici riflettono e posano lo sguardo su di sè, sono momenti rari, anche se poco duraturi, e offrono un punto di vista esclusivo di cui fare sempre tesoro. Condivido questo scritto dal blog “Arte di salvarsi”, il top assoluto in materia. Buona lettura e buona riflessione! Mel

L'arte di salvarsi

Trad. dal russo by Nadia Plamadeala
Testo originale https://www.wonderzine.com/wonderzine/life/experience/242907-narcissistic-disorder)

Il disturbo narcisistico di personalità raccontato da una narcisista

“Non sono così pericolosa come sembra”

 I narcisisti ci fanno paura. Sono soggetti di libri e di gruppi online. Sappiamo tutti che sono inclini alla manipolazione e raramente mostrano empatia. Ma pochi sanno cosa pensano di se stessi.

Tania ha trentasette anni. Un anno fa ha scoperto di avere il disturbo narcisistico di personalità e ha deciso di provare a cambiare vita. Scrive dei suoi successi in un canale Telegram in russo chiamato “Narcisismo atipico”. Abbiamo parlato della sua esperienza con la psicoterapia e di cosa significhi per lei vivere con questo disturbo.

“Prima non immaginavo nemmeno di essere una di quelli che vengono chiamati narcisisti. Al contrario, come tutti, ero diffidente nei confronti di queste persone, le biasimavo. Ho cercato di stare lontano da loro. Ricordo quando ho appreso la…

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