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PUò UNA CASA EMANARE DOLORE?

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Una casa rispecchia chi la abita, questo è assodato e nulla c’entra col feng shui o con le scelte di design, ne io mi intendo di architettura o tratto affari immobiliari. Ma ho vissuto due mesi e mezzo in una casa che emana dolore, senza mezzi termini. Le pareti sudavano letteralmente dolore e angoscia continui, si riusciva ad entrarci in uno stato d’animo sereno e benevolo, ma pian piano si veniva pervasi da un malessere, anche fisico, da pensieri negativi che come lampi fulminavano la quiete mentale, iniziava l’allerta a cosa mi passava dietro la schiena, come se tutt’attorno avvenisse qualcosa che si accavallava al piano fisico, come se si sentisse gridare senza voce, nessuna pace per i vivi e forse nemmeno per quei morti che lì hanno sofferto. Per stare in quella casa bisogna volerci stare, perché tutto ma proprio tutto, inquieta.

Nonostante l’aria che anche facendo corrente entrava dalle finestre, l’odore che la caratterizzava rimaneva, era troppo in profondità. I muri perennemente umidi da cui fuoriusciva un odore di fermo, di non vissuto, non proprio di stantio ma che faceva desiderare di profumare tutto con qualche essenza rassicurante.
La casa fu ristrutturata in fretta, in economia e mai completata. L’edificio sorge al termine di una via chiusa, che infine diventa vicolo sterrato, talmente sinuoso e stretto che risulta impraticabile da mezzi più larghi di una utilitaria; i corrieri non trovano il civico sul satellitare e devono telefonare per consegnare, le pizze a domicilio lo stesso, i mezzi di emergenza non arrivano perché non potrebbero accedere. Accanto, e per niente a distanza a norma di legge, vi è un accrocchio di abitazioni sia accostate tra esse che in verticale, dall’aspetto di favelas, ma non col fascino del vissuto, bensì con quello desolante delle baraccopoli: ognuna coi suoi pochi metri quadri di terreno su cui giacciono stracci, scope, panche divelte, palloni sgonfi, bidoni di immondizia, panni stesi, piante morte, tettoie forse parasole, perfino un cesto da basket (in uso), cucce di cani coi relativi animali, anch’essi tutti esagitati e problematici, a vederli sembrano cani dell’inferno, uno in particolare tutto nero con gli occhi arancioni e le narici dilatate. Si è talmente tutti vicini che ci si individua tutti per rumore, odore di cibo, musica o suoneria telefono, è impossibile arrivare o andare via senza che i cani (cinque in tutto) abbaino a lungo e tutti insieme fomentandosi l’un l’altro, raggiungendo il massimo del degrado di quel posto…chi mai sceglierebbe “qui sì, ecco dove vorrei vivere”. Chi mai???
I muri esterni: malta attorno a porte e finestre come fosse una mascherina attorno ad occhi e bocca di un viso mai guarito dall’eritema, o mai struccato; malta pronta per essere ricoperta dalla pittura esterna che non ha mai ricevuto. I muri interni: hanno ricevuto del  bianco almeno 13 anni orsono, poi più nulla ma, considerando la forte umidità, il non isolamento esterno-interno e l’andamento di sifoni e stufa, il nero fumo è Nero, fino agli angoli in alto, fino a quelli in basso, fino a coprire infissi di finestre e porte che un tempo erano stati scelti bianchi. In un eccesso di zelo pulii una porta bianca, sporcando inevitabilmente il muro attorno con dei baffi neri e così anche pulendo i bastoni delle tende, per apporre delle tende grigie per scelta (non mia), atte solo a coprire le finestre ormai nere, come quei muri che mai dimenticherò. Muri sofferenti. Garage e cantine hanno i muri così.

Non vuole sembrare una questione sul pulito, ma mi chiedo cosa ha in sè il proprietario che vive lì così, mi chiedo se vede ma gira gli occhi per non vedere o se proprio è assuefatto a quel modus vivendi da ritenerlo normale. La persona in questione si lava, forse anche troppo. Aprendo gli scuri per affacciarsi, dall’alto cadono dei grossi ragni, disturbati da chi per molto tempo non ha fatto uso della finestra per aria e luce; in quella casa, infatti, si apre solo la finestra del bagno e quella della cucina. Ragni dappertutto, anche stando seduti sul divano e perfino sul water: scende un ragno che a volte ti passa a fianco e lo si nota con la coda dell’occhio, oppure ti cade proprio in fronte e d’istinto tu spiaccichi per fermare qualcosa, prima ancora di sapere che è un ragno. E il cielo sa quanti insetti striscianti ho visto in pieno giorno, disturbati dalla luce che facevo entrare, correre via veloci sulle mille zampe, ma anche quelli con poche zampe non mancavano, a forma ovale, a pera, con antenne e senza, con la corazza coriacea, non so davvero quanti fossero; li schiacciavo lasciandoli lì per terra (avevo il veto di non toccare nulla ne pulire alcunchè e quando pulivo lo facevo di nascosto) e il successivo camminare o muovere oggetti li faceva poi sparire dal pavimento a chissaddove…
Certo questa fauna è nulla paragonata alle case di campagna e la mia inquietudine non è facile da descrivere con un mero racconto di una casa dopotutto solo molto trascurata. La casa la frequentavo anche in passato, ma al massimo due giorni accantonando il disagio che già provavo, non volendo approfondire, anche se spessissimo mi capitava di girarmi di scatto perché con la coda dell’occhio vedevo una sagoma uscire dal bagno e andare verso la camera, sempre, immancabilmente quella sagoma. Pur non credendo ai fantasmi, quei mesi vissuti lì la casa mi ha mostrato scene di dolore impotente, violenza verbale e reiterata, coercizione tremenda, molestie morali, punizioni a non finire, una tensione indescrivibile che prende tutto il corpo, che fascia la testa, che mi ha fatto sentire la mia voce tremare di paura e le mie mani incapaci di afferrare saldamente gli oggetti, incerte, la paura, la paura grande, e il rimanere immobile, ancora per paura, stavolta di essere vista e avere ancora paura. Può una casa emanare dolore e ottenebrare così chi ci vive? Come si spiega che puntualmente mi accorgevo che il mio petto respirava a fondo quando, uscita, avevo percorso solo pochi metri da lì? E le infinite ore passate lì dentro da sola a sentirmi guardata? E non erano sguardi di benevolenza, nonostante in un momento di angoscia mi sia rivolta ad alta voce alla “persona” che vedevo con la coda dell’occhio e l’abbia pregata di smettere…quella casa emana dolore, potrei mettere la firma col sangue a quello che affermo…la luce non entra e i colori non vibrano, perfino il profumo di bucato appena fatto non profuma affatto, ci si sente malati e sulla mia pelle lo denuncio: lo si diventa.

Era la casa di famiglia del mio ex, dove morì sola come un cane sua madre, mai conosciuta in vita mia. Lui comprò quella casa perchè la madre non voleva perderla, liquidando i due fratelli, indebitandosi con le banche e coinvolgendo con la firma anche la sua ragazza di allora (che poi lo lasciò, per cui lui dovette rivendere il piano sottostante e rinegoziare il mega mutuo).

Melania Emma