VUOI UN GERBILLO? PRENDITI UN GERBILLO.

Non si può avere una discussione con un NP. Anche se tengono un tono accattivante e ben modulato, sono proprio i contenuti che languono.
I contenuti sono limitati, non spaziano, non aprono, non creano nulla, non portano a NULLA. Sono contenuti per interlocutori fino a 12 anni al massimo. E non per questione di cultura, ma di “adultità”: non sono adulti.
Se tu sei adulto, non ti relazioni con loro. Punto. Se perseveri, l’infante non é più uno solo.
Bene che vada, un NP parla del suo monotema “lavoro”, del suo monotema “hobby” (entrambi vissuti ossessivamente e come riempitivo del loro vuoto) e del monotema “odio-tutti-bleah”.
Di quei “tutti” egli però ha bisogno come l’aria, per non sentirsi incorporeo. E quei “tutti” pensano che sia possibile parlare con quello splendore che appare, dimenticando che mentalmente é al livello 12.
E qui si crea il merdone.
“Gli ho soltanto chiesto una spiegazione, volevo capire il perché di […] ed é finita che mi ha ricoperta di insulti bloccandomi dappertutto e la cosa peggiore è che mi sento in colpa. Non ho fatto nulla ma mi sento una merda. Sto malissimo.”
Anni e anni consumandosi a riprovarci da tutte le angolazioni, non faranno di uno scorpione un gerbillo. Lo scorpione fa il suo mestiere, punge, per quale motivo con te dovrebbe essere un puccioso gerbillo? Ha senso un adulto che piange perché punto da uno scorpione trattato da gerbillo?
Ahhh… “adultità” portami via…
Melania Emma
(per questo post nessuno scorpione é stato ucciso, ma solo usato come metafora)

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CAMBIAMENTO?

AGGIUNGO:
– Due sedute di psicoterapia al mese 150 euro: non ho i soldi, costa troppo, ho già il mutuo, le rate auto, ecc.
– Fumare un pacchetto di sigarette al giorno 140 euro: é l’unico vizio che ho, lasciami almeno morire felice.

Non ci sono più scuse per non investire su se stessi. Quando parli di cambiamento, esattamente cosa intendi?

Melania Emma

INSERT COIN

Capisci quanto valgano le tue emozioni solo quando qualcun’altro che risuona come te ti avvolge col calore delle sue. E capisci quanto devi proteggerti, gelarti e indurirti quando invece per qualche altro sei solo uno strumento per il suo spettacolino.
Non dare emozioni solo perché tu sei solare o spontaneo. C’è chi ti scambia per un distributore di emozioni, ti usa come reagente al suo bisogno di avere un pubblico. Perché vuoi fare la sostanza che prende parte ad una reazione chimica, quando hai capito che sei un flusso continuo di vita che molti sono costretti a rubare?
Non dare emozioni é la prima delle contromanipolazioni. Passi per strano, duro, rigido, pesante, difficile, problematico, troppo serio? Certo, ma il prezzo da pagare è ancora più alto quando fai il donatore spontaneo di vita e il gettone te lo inserisce un manipolatore.
Melania Emma

PATOGENI e DIFESE

Oggi ascoltavo per caso una tizia parlare al telefono dei “patogeni” al microscopio, ma non ho capito se era un medico o parlava in senso lato. Ho scelto il senso lato e ho proseguito nel mio volo mentale: “Parlerà dei narcisisti, dei manipolatori?” e mi notavo quanto si accaniva, perdendo le virgole e le pause, tutto per parlare dei patogeni a qualcuno che doveva assolutamente sapere. Anch’io mi sono sgolata a parlare dei patogeni quando ho aperto il blog e la pagina fb. Ma il vero beneficio l’ho avuto quando ho iniziato a fare focus su di me e da lì non ho mai smesso. Allora vi giro la domanda che avrei fatto oggi alla tizia (che sembrava la me stessa di un tempo), se avesse parlato con me:
“Quanto paga sezionare i patogeni al microscopio? Quanto paga invece rafforzare le difese?”
Buonanotte cari lettori 🧡
M

Quanto ti amo quando mi sorprendi mentre non ti penso! Mi incanto a guardare che ti offri, perdo un battito e tu, immobile, da sempre mi spalanchi il cuore.

Melania Emma

SUL PERCORSO

Ciao lettori cari, rispondo alla domanda che una lettrice mi ha fatto nei commenti del post precedente, perché è una domanda che altre volte ho ricevuto, ma ho trattato con poca importanza. Come sempre, rispondo portando solo la mia esperienza, ecco la domanda di Paola:

“Mel volevo chiederti un parere. Quando una dipendente incontra un altro dipendente affettivo che accade? Possibile che vedendo nell’altro quegli aspetti di sè che attua inconsapevolmente, ma consapevolmente rifiuta, ne provi repulsione?”

Cara Paola, repulsione è la parola perfetta ma è adatta quando uno dei due DA é pienamente consapevole di sé. Consapevole vuol dire che tu sai bene qual è il sentiero e hai ogni mezzo per percorrerlo, ci cammini ma non lo pratichi, o non lo imbocchi affatto, oppure lo imbocchi ma cadi, retrocedi, vai su e giù (é una fase anche quella). Da consapevole, sai benissimo quali sono i tuoi “agganci”, ma i tuoi muri di protezione hanno ancora qualche falla. Questione di tempo. Preciso quindi che “consapevole” non è “risolto”.

Io qui rispondo per la mia esperienza personale, avendo vissuto la tua domanda proprio nella fase sopra: la repulsione arriva eccome, ma passa prima attraverso un breve sentimento sconfinato di empatia (che è l’unica vera “chimica” possibile tra due DA). Perché breve? Perché per fortuna quando sei consapevole capisci quando chiudere e, più di quanto soffra il tuo beneamato DA, ti preme solo uccidere al più presto la tua crocerossina, perchè senti “l’aggancio” e non vuoi più soffrire.

Tra due DA soccombe purtroppo chi ha meno amor proprio, meno autostima, meno narcisismo sano. E un DA non lo può salvare nessuno, se non lo vuole lui perché, per farlo, il suo ipotetico salvatore/crocerossina dovrebbe lottare invano contro un SABOTATORE, ossia la parte Ombra del DA che fa di tutto per non essere veramente amato e veramente felice (sappiamo già quanto per un DA sia realmente difficile accettare amore incondizionato, piuttosto si dedica anima e corpo ad una causa d’amore persa, ma venire amato in modo davvero sano lo mette a disagio).

Io ho incontrato il mio “corrispondente” nella fase di piena consapevolezza e autostima e conoscevo i miei meriti. Ma praticavo poco affettivamente, perché ero coinvolta in problemi esterni più grossi di me, ero molto pressata e stressata e ho accettato la sua corte nella mia vita più per leggerezza, per evasione, per sentire la vita, sicuramente per vanità. L’altro invece era in balia di sé stesso emotivamente, accudente, impulsivo, poco lucido, incapace di negarsi, incapace di cattiveria, di azione e di reazione, un fiume di emozioni, una tenerezza da spezzare il cuore. Aveva mille debolezze che offriva come amore, aveva molti problemi (seri) ma li negava/aggirava appena si profilava aiuto, preferendo scaricarli nella “relazione” simbiotica, aveva mille sofisticati modi per sabotare tutto il bello e tutto il buono e cospargere poi il Tutto di una dolcissima patina di “oh, quanto vorrei essere felice ma non riesco e soffro tanto per questo!”. Era totalmente emotivamente appoggiato a me ed io lo reggevo anche bene (perché mi era facilissimo capirlo), ma un vero DA concepisce l’amore solo come un puntello, di crescere e bagnarsi nell’amore vero lui ha una paura fottuta. Proprio come me un tempo, lui era un alto-spendente, un gran consumatore di beni per stare bene, ossia “illusioni per raccontarsela”. Gratificazioni materiali con acquisti compulsivi di oggetti che diventavano un must-have, perché sono portati all’innamoramento istantaneo, alle ossessioni, al non discernimento, all’affidarsi a voci esterne che loro interpretano come “istinti suggeritori”. Ma è proprio l’interpretazione, l’affare sbagliato del DA. E un DA procede a cazzo, trasportato da folate di vento, folate mosse da una macchina che non guida MAI lui.

È stato incontrare tutta me, vedere quella vecchia ME che con l’impotenza, l’innocenza, la debolezza e senza mai imporsi, manipolava per avere quello che chiamava amore. Quindi, davanti a tutti quei miei ben noti vecchi schemi, oltre a smascherare lui, inorridivo per me stessa e nemmeno riuscivo a incazzarmi con lui, perché facendolo avrei dato addosso a me stessa, e con quale diritto, se io stessa mi riconoscevo uguale? Ecco, sì, la mia repulsione e disistima crescevano proporzionalmente al riconoscermi troppo sana per lui, così ho preso quei miei sentimenti finalmente sani, mi sono fatta un fagottino-regalo e mi sono imposta di chiudere. Quella persona è stata per me un grosso ponte sulla Libertà, l’ultima porta che mi son chiusa alle spalle prima di (finalmente) vivere. Addirittura, nel suo volo di autodistruzione, il suo ultimo gesto drammatico e scomposto (forse per ferirmi) mi ha liberata ancora di più, come se la sua persona, cadendo in basso, desse propulsione a me per volare verso l’alto.

Cosa fanno due DA é qualcosa che può durare una vita di intera follia: l’uno sa cosa pensa l’altro e soprattutto perché lo pensa, si soffre all’unisono e ci si lega per questo, si comprende bene e si esalta più il difetto che la virtù, più la vigliaccheria che la nobiltà, in pratica si ama ed esalta la propria parte Ombra, la si riconosce, la si soccorre, si può davvero passare una vita intera a curare nell’altro quello che va assolutamente messo a posto in sé stessi. L’amore di un DA è distruttivo, perchè comunque manipolativo: deve tendere alla fissità, all’immobilità, alla chiusura al mondo cattivo, alla protezione dalle paure e, alla lunga, fra le mani non si stringe veramente nulla.
Melania Emma

ARCOBALENI

La Gratitudine è sicuramente il miglior spazio da cui si funziona. Ogni cosa, situazione, persona che ci attraversa, ci riporta a Casa. A Noi.
Magari non capiamo tutto subito. E fa male. Ed è orribile. Oppure è stupendo e ci scivola dalle mani.
Non ho niente di relativo al narcisismo o alla manipolazione affettiva da dire oggi. Da un po’ di stagioni ci sono solo io che mi godo la “pioggia” senza la quale nessun arcobaleno mai ci sarebbe.
Oggi ho fatto un regalo alla mia più cara amica ed ero io che piangevo di commozione per i suoi occhi lucenti nel trovarsi tra le mani l’oggetto che desiderava, proprio come lo aveva sognato.
L’innocenza dell’apprezzamento: quand’è stata l’ultima volta che ti sei fermato a dire grazie per tutte le cose fantastiche che fanno funzionare la tua vita? Perché apprezzi qualcosa dopo e non durante?
Qui, per esempio, siamo connessi tramite una app che vi fa leggere le mie parole, solo pochissimi anni fa questo non esisteva. Siamo una piccola comunità che condivide la ricerca della consapevolezza, alcuni di voi sono nuovi ed altri son qui con me dall’inizio quando c’era rabbia e dolore, con me ad ogni passo della strada. Tutti, comunque, sotto la pioggia in cerca di arcobaleni.
Intendo essere grata per il grande e per il piccolo, al tanto e al poco, a chiunque legge mie parole, per la connessione e le app che la permettono, per la pioggia, gli arcobaleni, le nuvole, la luce morbida, per il buonissimo cibo appena mangiato, per questa fantastica estate che sta finendo e l’autunno ancora migliore che si annuncia, per le primavere difficili, per le persone che ancora mi amano, per chi ha sempre creduto in me. Per la mia salute, le mie passioni, le scoperte, le conquiste, la lucidità. Grazie a chi mi insegna la forza e l’umiltà. E grazie a Dio, perché senza la sua grazia, non sarei qui a scriverlo.
Melania Emma

KETTY

Riusciremo mai ad essere preparati per la Felicità? Quando riusciremo a non resisterle, non sabotarla e stoppare i meccanismi di controllo?
La volta che per un attimo volo al super in pantalone di tuta, coi capelli ancora maleodoranti di Henné fresco e senza correttore in viso, giusto per prendere le ultime cose per il pranzo da amici di domani, la Felicità è in agguato alla cassa: guardo bene la tizia davanti a me pensando quanto cacchio ci sta mettendo a riempire la borsa e pagare. Quel profilo, la voce, capelli inconfondibili, pronuncio il suo nome e mi dico che al massimo può dirmi no. Ma le pupille in quegli occhi chiari si dilatano all’istante, mi riconosce, fa domande agitate, spontanee, di circostanza. Io tiro indietro imbarazzata e sulla difensiva ma lei mi aspetta fuori mentre pago: la mia prima, grande e unica amica d’infanzia vuole il mio numero. Oddio, come accidenti li riempiamo questi decenni adesso? Impreparata e nervosa, resto comunque a parlare coi miei primi dieci anni di vita. La studio nei gesti. La sua rilassatezza mi tranquillizza, i ricordi sono una valanga che non sono preparata a veder scorrere. É sempre stata più disinvolta di me, lei. Se fosse stato per me, la conversazione sarebbe finita imbarazzata alla cassa e ciao, ma i suoi occhi erano azzurri come l’infanzia e ringrazio Dio per questo. Adesso, dopo oltre trent’anni, stesso super e stesso quartiere, vicine di casa come allora. E, come allora, lei scoppiettante, io cauta. La depositaria, l’una dell’altra, di ogni vergogna, segreto, follia. Bambine grandi, già su WhatsApp a decidere per il nostro primo appuntamento.
Melania Emma

FRIDA

Ieri sera ho visto il film dedicato a Frida Kahlo, all’anagrafe Magdalena Carmen Frida Kahlo y Calderòn, la celebre pittrice messicana. In molti, immagino, conosceranno la sua storia, una storia di sofferenze fisiche atroci, intollerabili, di interventi chirurgici per mezzo dei quali verrà “rattoppata” molte volte – per usare un termine a lei caro – come si rattoppano i vestiti ormai dismessi e che la obbligheranno a dipingere nelle posizioni più assurde, senza che lo spirito ne risenta o la mente indulga, un attimo di troppo, nell’idea dell’impossibilità di risalire la china: un’anima d’acciaio e leggerezza, quella di Frida, chiusa dentro un corpo minuto, che la vita proverà a storpiare ripetutamente, incapace, tuttavia, di fiaccarne la sensualità vibrante, potentissima.

Ha soltanto diciotto anni quando resta coinvolta in un grave incidente stradale, mentre viaggia in autobus: il corrimano del veicolo la attraversa da parte a parte, all’altezza del bacino, entrando nel fianco e uscendo dalla vagina; la spina dorsale e l’osso pelvico si spezzeranno in tre punti, la gamba sinistra in undici. Dimessa dall’ospedale, sarà costretta a indossare “un’armatura” di gesso che la avvilupperà come un bozzolo, dal seno alle caviglie. Subirà trentadue operazioni, e non potrà mai diventare madre.

Alejandro Gòmez Arias, lo studente di diritto con lei al momento dell’incidente e con il quale Frida intrattiene una relazione, la lascia qualche tempo dopo, non volendo immolare la sua vita ad una “storpia”, come dice di se stessa più volte, con ironia disarmante e lucidissima. Mentre Alejandro le comunica l’intenzione di trasferirsi lontano, e con questa l’epilogo della storia d’amore che li ha visti insieme, Frida comincia a disegnare sopra il gesso, nel punto sotto il quale preme la femminilità del suo seno sinistro, una piccola farfalla. “Voglio che tu esca da questa stanza prima che la farfalla sia finita” gli dice. Nelle settimane successive, il gesso che costringe il corpo di Frida all’immobilismo della rigidità, si riempie di farfalle dalle tinte vive, sempre più vive, ogni volta più vive, mentre chiede che le montino uno specchio sul soffitto, in corrispondenza del letto, da cui non ha modo di alzarsi, così che possa disegnare se stessa e perciò realizzare la meravigliosa collezione di autoritratti che, oggi, diffusamente conosciamo. Alla fine, la prigione del suo corpo diventa il coacervo di decine e decine di ali bellissime. Quando il medico le taglia finalmente il gesso, aprendolo in verticale, sulla schiena, sembra quasi che le farfalle di Frida, fino ad allora posate su quel giaciglio severo, necessario a raddrizzarle le ossa, possano librarsi in volo e guadagnare il cielo.

Frida trasforma il suo carcere personale in un inno alla vita, un canto di lode al coraggio, alla libertà, alla non arrendevolezza. Quando, ormai grande, patendo il travaglio della separazione da Diego Rivera, l’amore di sempre, chiederà a suo padre di ricordarle chi voleva essere da bambina, lui le risponderà: “Te stessa, volevi essere te stessa”, carezzando la testa di quella figlia ribelle che aveva sempre, segretamente, preferito alle altre.

Non per forza sono fatte di gesso o di sbarre, le prigioni. Il carcere più duro, io l’ho visto nei rimpianti; nelle occasioni di felicità che non abbiamo saputo riconoscere e che perciò sono andate smarrite lungo la strada; nelle piccole meschinità; nella tensione a non deludere l’altro – un genitore, un figlio, un compagno – e così ricercandone l’approvazione, come fosse misura del nostro valore umano; nella povertà che sventra il concetto di uguaglianza, sottraendogli la dimensione di concretezza, e perciò riducendolo a un’idea alienata, impalpabile, buona solo dentro ai libri, quando, seduti intorno a un tavolo, la pancia brontola perché c’è poco o niente da mangiare; nella frustrazione dei tentativi che non abbiamo mai osato, credendo che le circostanze fossero sempre, in ogni caso, più forti di noi; nell’amore che non abbiamo ricevuto, pur avendolo dato, e dal quale ci siamo lasciati cambiare, pensando che un cuore più duro ci avrebbe preservati da sofferenze future, mentre ci allontanava da noi stessi; nella vita sprecata ogni giorno, con colpevole noncuranza, come acqua che travasiamo da un recipiente all’altro, servendoci distrattamente di un imbuto e lasciandone colare molta lungo i margini, incapaci di centrare quel piccolo forellino di passaggio che ci richiama alla perizia, alla dedizione, e che ci permetterebbe di non disperderne nemmeno un goccio. Le ho viste anche lì, dicevo, le prigioni. E perciò mi batto, oggi, per farmi leggera, per farmi libera. Come le farfalle colorate di Frida.

Antonia Storace – 21 luglio 2018

MA CHE STRONZA!

Diventa libera dall’approvazione, autonoma in quasi ogni pratica, guarita da ogni dipendenza. Lavora sodo su questo, perchè è impagabile. La paura sa di sangue e attira gli squali. La paura di restare soli, senza aiuti o supporti, la paura di cosa penserà chi. Di cosa farà chi.
La preda più succosa per un narcisista patologico è una persona dipendente emotivamente, affettivamente, finanziariamente, mentalmente. Diventa sana al punto da creare imbarazzo per la tua autenticità e schiettezza. Sii gentile, sorridi molto, anche ingenuamente, tanto quanto poi infili le lame giuste. Difenditi senza scalpore, agisci senza annunciarlo, pronuncia il No quando é No. Non rendere le cose facili per un quieto vivere che non è nemmeno tuo. Tu esisti!
Quando sarai troppo sana per lui, quando sarai troppo lucida, troppo svelta, troppo pratica, troppo poco contorta, al punto da incartarlo nella sua stessa ambiguità e creargli delle difficoltà, allora sarai finalmente troppo a rischio smascheramento e, laddove non riuscirà ad evitarti, ti saluterà con timore.
Un narcisista che finge rispetto e ti tratta con finta educazione ricacciandosi tra i denti il veleno perché sa che sei una rogna, é un buonissimo traguardo. Sentirlo mormorare “Ma che stronza!” mentre ti allontani, non è una provocazione, ma un successo.
E poi: conserva l’amore per i tuoi simili.
Melania Emma

Una donna del suo uomo ama le sue lacrime e le sue sconfitte. Quanto a lungo si può amare il suo bel corpo e il suo fascino? Cosa resta di un giorno di sole splendente se non la serenità di un quieto e avvolgente tramonto, dove lenire le scottature? Se non ti accorgi dei suoi occhi tristi dietro i sorrisi rassicuranti, della mascella tesa o della schiena curva nelle difficoltà e non ami profondamente quelle sue lacrime e quelle sue sconfitte, non dirgli nemmeno mai che lo ami.
Melania Emma

Il vuoto nel cuore fa ammalare l’anima. Riémpiti il cuore di Bene, o la perderai.
Melania Emma