CORONAVIRUS

Ciao a tutti, come state?
Sembra una vita fa che vi annunciavo di essere su Instagram dal 1 gennaio 2020 con le pillole illustrate, e invece son poco più di due mesi in cui è successo di tutto. Decreti Legge, mascherine, amuchina, scope in piedi, psicosi varie. Non so voi, ma le mie mani hanno la pelle accartocciata, a forza di disinfettarle. Non c’è crema che mi aiuti.
La domanda non era retorica: come state? Io bene, nonostante viva in una città (Padova) già in allerta da due settimane prima del decreto dell’8 marzo, e mi ero già auto quarantenata uscendo per il minimo indispensabile. E’ tutto molto difficile, muoversi, comunicare, concentrarsi e portarsi a casa quelle belle giornate produttive e soddisfacenti.
Sto bene e ringrazio ogni giorno per questo, ma rispetto alla montagna di tempo libero che la quarantena italiana regala, non concludo quanto potrei e vorrei. Anche voi? Quanto siete preoccupati da 1 a 10? Io oscillo 6/7, ma considerato che sono ipocondriaca doc, è un successo storico.

Mi faccio viva con questo post per ricordare che, come sempre ha fatto questa Pagina/blog, ogni crisi è una benedizione e anche questa lo sarà. Col passare delle settimane sono passata da “è la fine del mondo” a “è la fine di un mondo” e, per essere realistica, non credo riavremo più lo stato di cose di prima, ma ne avremo sicuramente uno nuovo. E opporsi fa più male che gestirlo, anche se a riguardo dobbiamo imparare ancora tutto.
Mi sono resa conto di quanto potere OGNUNO DI NOI ha, di come le nostre singole scelte influenzino (mai parola fu più adatta) gli altri e ricadano sulle loro teste, in positivo o in negativo. Mi sono resa conto di quanto questo potere ce lo dimentichiamo alla grande, pensando di non poter fare la differenza e invece… invece oggi conta la nostra distanza in pubblico, il nostro isolamento, le nostre protezioni, il non entrare in casa di un anziano ma lasciargli le cose sull’uscio. Conta il NO. Per non parlare del mangiare bene per rafforzare il sistema immunitario, il non deprimersi e impaurirsi per lo stesso motivo.
Siamo come quel battito d’ali di farfalla che causa un uragano all’altro capo del mondo. Tocca a noi.

Mi faccio viva per ricordare che il nostro Paese (che in queste settimane ha dato prova anche delle peggiori nefandezze), in questo momento storico è sotto gli occhi di tutto il mondo, e viene guardato come si guarda La Più Bella di Tutte che finalmente cade sul palco. C’è una massa di mondo che per un selfie ai faraglioni di Capri o alle Cinque Terre, spende follie. Che spende follie per il nostro design italiano, per la manifattura Made in Italy, per i nostri mille cibi unici al mondo. Che non bada a spese per visitare il nostro 70% del patrimonio artistico mondiale e che fa carte false per comprare una casa con questo clima mediterraneo.
Siamo questa meraviglia: La Più Bella di Tutte è inciampata, caduta e, come adesso, è in ginocchio fra le critiche le i pomodori lanciati (sicuramente italiani).
Vi ricorda qualcosa? Lo abbiamo visto tutti come brillano di soddisfazione gli occhi di chi ci ha visto per terra, quando fino a prima eravamo nelle sue grazie, vero?
Ebbene, sempre sotto quegli occhi, ci rialzeremo, perchè lo sappiamo benissimo che abbiamo risorse che ci invidia tutto il mondo. Altrimenti non saremmo così criticati come siamo adesso.
Siamo avanti rispetto agli Stati Uniti e a molti altri Paesi, mentre la Cina (capofila) ci sta tendendo una mano inviando i loro migliori medici a lavorare coi nostri. Quando ci rialzeremo saremo in quel mondo nuovo, non più come quello di prima del #coronavirus, ma sicuramente ancora più belli, più adulti e con nuove competenze.
Come di fatto si diventa quando si esce da un abuso.
Non potevo non fare un parallelo tra chi segue i temi di questa Pagina/blog e tutto il sacrificio, l’adattamento, la lucidità che richiede questo periodo storico in cui tutti i giorni sembra domenica e questa primavera ha una luce strana.
Io penso e spero che molti di voi comprendano il mio messaggio, il post esce solo per questo: CORAGGIO A TUTTI NOI!
(e chiudete più possibile i social, non leggete i commenti, non reagite alla rabbia)

Vi abbraccio a due metri!
Melania Emma
#celafaremo #iorestoacasa #andratuttobene

IL NARICISISMO PATOLOGICO è UN CANCRO

feb

Forse per qualcuno non dirò nulla di nuovo con questo post, sicuramente è una riflessione già fatta e rifatta, ma per me è qualcosa che va comunque ricordato. Giorni fa chiacchieravo del più e del meno su Instagram con una lettrice del blog “l’indorata pillola”, chiedendole come stesse dopo la sua storia con il NP e lei mi fa: “Sono in fase di remissione, come si dice dei tumori; sta rimpicciolendo, ma non è ancora guarito del tutto”.
Questa efficace analogia mi ha colpita molto perchè d’un tratto mi sono ricordata io dov’ero e chi ero un tempo e tutta la strada in mezzo e, senza nulla togliere alle sofferenze di chi vive davvero con un tumore addosso (e con l’incubo che ritorni), è davvero così che alcune persone le abbiamo estirpate.
Esse avevano infiltrato tutto il nostro sistema, è stato necessario un pesante “reset” e soprattutto un cambio totale di abitudini di vita, proprio quelle abitudini che ne hanno favorito l’instaurarsi.
Ma ci pensate con che razza di “cosa” abbiamo avuto a che fare? Esagero se dico che il Narcisismo Patologico è un cancro? E quante testimonianze esistono di donne ammalatesi delle più svariate diagnosi (compresa la scrivente), a seguito di anni ed anni passati nel dolore e nell’abuso? Questo va ricordato sempre.

Per chi ne è uscito: sì, abbiamo ospitato un tumore.
Per chi ne sta uscendo: non contiamo quanto ci vorrà, ma da dove siamo partiti.
Per tutti: attenzione, perchè il NP è come la merda, accade. E dobbiamo farci trovare pronti, sani, capaci. Immuni.
Per chi non ci è passato: passare pure oltre questo post.

Quindi grazie infinite alla preziosa lettrice per questo piccolo ma grande remind, che ci tenevo a condividere con voi. Mi ha dato il permesso di pubblicare le sue parole citandola, ma alla fine non me la sento di citarla, l’argomento è delicato; se vorrà si paleserà lei.

Forza sempre, forza a tutti, ogni giorno una piccola cosa per noi farà una montagna.
Melania Emma

A PRESTO

C’è una tizia che un tempo mi era amica intima, prima di scartarmi perché il mio affetto sincero e, senza scopi non le serviva più. Aveva quasi trent’anni e non aveva mai fatto sesso in vita sua, forse data la sua estrema bruttezza fisica (doveva sorridere con accortezza perché, se scopriva i denti per ridere, era ributtante) o forse dato il suo malcelato disprezzo per il suo stesso genere. Incolta e di basse origini, oggi usa i social per parlare di ciò che non ha: sesso, talento, cultura. Per vivere fa divinazione, perché il dolore altrui rende.
C’è una tizia che un tempo mi era amica intima, prima di scartarmi perché il mio affetto sincero e senza scopi non le serviva più. Aveva cinquant’anni passati ed ogni lavoro intrapreso era fallito, con grandi perdite economiche. La salute l’ha abbandonata nella sua ultima, fallimentare, impresa. Quando per aiutarla economicamente, le comprai un servizio settimanale, dalla rabbia lo sabotó per non fornirlo, tenendosi il denaro. Fallita, malata e divorata dalla sue stesse ambizioni irreali, oggi usa i social per parlare di ciò che non ha: successo, salute e appagamento. Per vivere fa (in privato) un mestiere antico, l’unico senza crisi.
C’è un tizio con cui un tempo ero intima, ma i suoi agiti son talmente gravi, che rischio anche solo ad accennarne. Dico solo che ha pagato alla grande.
Questo per dire?
Che nei social (e prima dei social la messa della domenica, il mercato, le feste, il passaparola) i profili persona ostentano esattamente quello di cui si è più privi. Proprio quando nella realtà il livello è basso. Bassissimo. Talmente basso che, come per FB, se si scordano pure gli amici in comune, a nulla serve avere il profilo chiuso, se poi taggandoli durante le ostentazioni, si mostra al pianeta (e quindi a me) la fortuna di non avere nella propria esistenza dei personaggi così perdenti.
Ecco.
Un punto e un augurio a tutti quelli che mi leggono e sono ancora qui con me: festeggiate, cazzo! Vi hanno usato di brutto? Scartato di brutto? Festeggiate!!! Non avete nemmeno l’onere del senso di colpa, la decisione è stata la loro. Tenetevela ben stretta, che lungo il fiume il cadavere passa eccome. E non vendicatevi: la vita è dolcemente puntuale.
Un abbraccio e (per chi ci sarà) ci vediamo prestissimo su Instagram con Pillolina.
Melania Emma

VUOI UN GERBILLO? PRENDITI UN GERBILLO.

Non si può avere una discussione con un Narcisista Patologico. Anche se mantengono un tono accattivante e ben modulato, sono proprio i contenuti che languono.
I contenuti sono limitati, non spaziano, non aprono, non creano nulla, non portano a NULLA. Parlano per riempire il vuoto (il loro). Sono contenuti per interlocutori fino a 12 anni al massimo. E non per questione di cultura, ma di “adultità”: non sono adulti.
Se tu sei adulto, non ti relazioni con loro. Punto. Se perseveri, l’infante non é più uno solo.
Bene che vada, un NP parla del suo monotema “lavoro”, del suo monotema “hobby” (entrambi vissuti ossessivamente e come riempitivo del loro vuoto) e del monotema “odio-tutti-bleah”.
Di quei “tutti” egli però ha bisogno come l’aria, per non sentirsi incorporeo. E quei “tutti” pensano che sia possibile parlare con quello splendore che appare, dimenticando che mentalmente é al livello 12.
E qui si crea il merdone.
“Gli ho soltanto chiesto una spiegazione, volevo capire il perché di […] ed é finita che mi ha ricoperta di insulti bloccandomi dappertutto e la cosa peggiore è che mi sento in colpa. Non ho fatto nulla ma mi sento una merda. Sto malissimo.”
Anni e anni consumandosi a riprovarci da tutte le angolazioni, non faranno di uno scorpione un gerbillo. Lo scorpione fa il suo mestiere, punge, per quale motivo con te dovrebbe essere un puccioso gerbillo? Ha senso un adulto che piange perché punto da uno scorpione trattato da gerbillo?
Ahhh… “adultità” portami via…
Melania Emma
(per questo post nessuno scorpione é stato ucciso o maltrattato, ma solo usato come metafora)

CAMBIAMENTO?

AGGIUNGO:
– Due sedute di psicoterapia al mese 150 euro: non ho i soldi, costa troppo, ho già il mutuo, le rate auto, ecc.
– Fumare un pacchetto di sigarette al giorno 140 euro: é l’unico vizio che ho, lasciami almeno morire felice.

Non ci sono più scuse per non investire su se stessi. Quando parli di cambiamento, esattamente cosa intendi?

Melania Emma

EMOZIONI? INSERT COIN

Capisci quanto valgano le tue emozioni solo quando qualcun’altro che risuona come te ti avvolge col calore delle sue. E capisci quanto devi proteggerti, gelarti e indurirti quando invece per qualche altro sei solo uno strumento per il suo spettacolino.
Non dare emozioni solo perché tu sei solare o spontaneo. C’è chi ti scambia per un distributore di emozioni, ti usa come reagente al suo bisogno di avere un pubblico. Perché vuoi fare la sostanza che prende parte ad una reazione chimica, quando hai capito che sei un flusso continuo di vita che molti sono costretti a rubare?
Non dare emozioni é la prima delle contromanipolazioni. Passi per strano, duro, rigido, pesante, difficile, problematico, troppo serio? Certo, ma il prezzo da pagare è ancora più alto quando fai il donatore spontaneo di vita e il gettone te lo inserisce un manipolatore.
Melania Emma

PATOGENI e DIFESE

Oggi ascoltavo per caso una tizia parlare al telefono dei “patogeni” al microscopio, ma non ho capito se era un medico o parlava in senso lato. Ho scelto il senso lato e ho proseguito nel mio volo mentale: “Parlerà dei narcisisti, dei manipolatori?” e mi notavo quanto si accaniva, perdendo le virgole e le pause, tutto per parlare dei patogeni a qualcuno che doveva assolutamente sapere. Anch’io mi sono sgolata a parlare dei patogeni quando ho aperto il blog e la pagina fb. Ma il vero beneficio l’ho avuto quando ho iniziato a fare focus su di me e da lì non ho mai smesso. Allora vi giro la domanda che avrei fatto oggi alla tizia (che sembrava la me stessa di un tempo), se avesse parlato con me:
“Quanto paga sezionare i patogeni al microscopio? Quanto paga invece rafforzare le difese?”
Buonanotte cari lettori 🧡
M

Quanto ti amo quando mi sorprendi mentre non ti penso! Mi incanto a guardare che ti offri, perdo un battito e tu, immobile, da sempre mi spalanchi il cuore.

Melania Emma

SUL PERCORSO

Ciao lettori cari, rispondo alla domanda che una lettrice mi ha fatto nei commenti del post precedente, perché è una domanda che altre volte ho ricevuto, ma ho trattato con poca importanza. Come sempre, rispondo portando solo la mia esperienza, ecco la domanda di Paola:

“Mel volevo chiederti un parere. Quando una dipendente incontra un altro dipendente affettivo che accade? Possibile che vedendo nell’altro quegli aspetti di sè che attua inconsapevolmente, ma consapevolmente rifiuta, ne provi repulsione?”

Cara Paola, repulsione è la parola perfetta ma è adatta quando uno dei due DA é pienamente consapevole di sé. Consapevole vuol dire che tu sai bene qual è il sentiero e hai ogni mezzo per percorrerlo, ci cammini ma non lo pratichi, o non lo imbocchi affatto, oppure lo imbocchi ma cadi, retrocedi, vai su e giù (é una fase anche quella). Da consapevole, sai benissimo quali sono i tuoi “agganci”, ma i tuoi muri di protezione hanno ancora qualche falla. Questione di tempo. Preciso quindi che “consapevole” non è “risolto”.

Io qui rispondo per la mia esperienza personale, avendo vissuto la tua domanda proprio nella fase sopra: la repulsione arriva eccome, ma passa prima attraverso un breve sentimento sconfinato di empatia (che è l’unica vera “chimica” possibile tra due DA). Perché breve? Perché per fortuna quando sei consapevole capisci quando chiudere e, più di quanto soffra il tuo beneamato DA, ti preme solo uccidere al più presto la tua crocerossina, perchè senti “l’aggancio” e non vuoi più soffrire.

Tra due DA soccombe purtroppo chi ha meno amor proprio, meno autostima, meno narcisismo sano. E un DA non lo può salvare nessuno, se non lo vuole lui perché, per farlo, il suo ipotetico salvatore/crocerossina dovrebbe lottare invano contro un SABOTATORE, ossia la parte Ombra del DA che fa di tutto per non essere veramente amato e veramente felice (sappiamo già quanto per un DA sia realmente difficile accettare amore incondizionato, piuttosto si dedica anima e corpo ad una causa d’amore persa, ma venire amato in modo davvero sano lo mette a disagio).

Io ho incontrato il mio “corrispondente” nella fase di piena consapevolezza e autostima e conoscevo i miei meriti. Ma praticavo poco affettivamente, perché ero coinvolta in problemi esterni più grossi di me, ero molto pressata e stressata e ho accettato la sua corte nella mia vita più per leggerezza, per evasione, per sentire la vita, sicuramente per vanità. L’altro invece era in balia di sé stesso emotivamente, accudente, impulsivo, poco lucido, incapace di negarsi, incapace di cattiveria, di azione e di reazione, un fiume di emozioni, una tenerezza da spezzare il cuore. Aveva mille debolezze che offriva come amore, aveva molti problemi (seri) ma li negava/aggirava appena si profilava aiuto, preferendo scaricarli nella “relazione” simbiotica, aveva mille sofisticati modi per sabotare tutto il bello e tutto il buono e cospargere poi il Tutto di una dolcissima patina di “oh, quanto vorrei essere felice ma non riesco e soffro tanto per questo!”. Era totalmente emotivamente appoggiato a me ed io lo reggevo anche bene (perché mi era facilissimo capirlo), ma un vero DA concepisce l’amore solo come un puntello, di crescere e bagnarsi nell’amore vero lui ha una paura fottuta. Proprio come me un tempo, lui era un alto-spendente, un gran consumatore di beni per stare bene, ossia “illusioni per raccontarsela”. Gratificazioni materiali con acquisti compulsivi di oggetti che diventavano un must-have, perché sono portati all’innamoramento istantaneo, alle ossessioni, al non discernimento, all’affidarsi a voci esterne che loro interpretano come “istinti suggeritori”. Ma è proprio l’interpretazione, l’affare sbagliato del DA. E un DA procede a cazzo, trasportato da folate di vento, folate mosse da una macchina che non guida MAI lui.

È stato incontrare tutta me, vedere quella vecchia ME che con l’impotenza, l’innocenza, la debolezza e senza mai imporsi, manipolava per avere quello che chiamava amore. Quindi, davanti a tutti quei miei ben noti vecchi schemi, oltre a smascherare lui, inorridivo per me stessa e nemmeno riuscivo a incazzarmi con lui, perché facendolo avrei dato addosso a me stessa, e con quale diritto, se io stessa mi riconoscevo uguale? Ecco, sì, la mia repulsione e disistima crescevano proporzionalmente al riconoscermi troppo sana per lui, così ho preso quei miei sentimenti finalmente sani, mi sono fatta un fagottino-regalo e mi sono imposta di chiudere. Quella persona è stata per me un grosso ponte sulla Libertà, l’ultima porta che mi son chiusa alle spalle prima di (finalmente) vivere. Addirittura, nel suo volo di autodistruzione, il suo ultimo gesto drammatico e scomposto (forse per ferirmi) mi ha liberata ancora di più, come se la sua persona, cadendo in basso, desse propulsione a me per volare verso l’alto.

Cosa fanno due DA é qualcosa che può durare una vita di intera follia: l’uno sa cosa pensa l’altro e soprattutto perché lo pensa, si soffre all’unisono e ci si lega per questo, si comprende bene e si esalta più il difetto che la virtù, più la vigliaccheria che la nobiltà, in pratica si ama ed esalta la propria parte Ombra, la si riconosce, la si soccorre, si può davvero passare una vita intera a curare nell’altro quello che va assolutamente messo a posto in sé stessi. L’amore di un DA è distruttivo, perchè comunque manipolativo: deve tendere alla fissità, all’immobilità, alla chiusura al mondo cattivo, alla protezione dalle paure e, alla lunga, fra le mani non si stringe veramente nulla.
Melania Emma

ARCOBALENI

La Gratitudine è sicuramente il miglior spazio da cui si funziona. Ogni cosa, situazione, persona che ci attraversa, ci riporta a Casa. A Noi.
Magari non capiamo tutto subito. E fa male. Ed è orribile. Oppure è stupendo e ci scivola dalle mani.
Non ho niente di relativo al narcisismo o alla manipolazione affettiva da dire oggi. Da un po’ di stagioni ci sono solo io che mi godo la “pioggia” senza la quale nessun arcobaleno mai ci sarebbe.
Oggi ho fatto un regalo alla mia più cara amica ed ero io che piangevo di commozione per i suoi occhi lucenti nel trovarsi tra le mani l’oggetto che desiderava, proprio come lo aveva sognato.
L’innocenza dell’apprezzamento: quand’è stata l’ultima volta che ti sei fermato a dire grazie per tutte le cose fantastiche che fanno funzionare la tua vita? Perché apprezzi qualcosa dopo e non durante?
Qui, per esempio, siamo connessi tramite una app che vi fa leggere le mie parole, solo pochissimi anni fa questo non esisteva. Siamo una piccola comunità che condivide la ricerca della consapevolezza, alcuni di voi sono nuovi ed altri son qui con me dall’inizio quando c’era rabbia e dolore, con me ad ogni passo della strada. Tutti, comunque, sotto la pioggia in cerca di arcobaleni.
Intendo essere grata per il grande e per il piccolo, al tanto e al poco, a chiunque legge mie parole, per la connessione e le app che la permettono, per la pioggia, gli arcobaleni, le nuvole, la luce morbida, per il buonissimo cibo appena mangiato, per questa fantastica estate che sta finendo e l’autunno ancora migliore che si annuncia, per le primavere difficili, per le persone che ancora mi amano, per chi ha sempre creduto in me. Per la mia salute, le mie passioni, le scoperte, le conquiste, la lucidità. Grazie a chi mi insegna la forza e l’umiltà. E grazie a Dio, perché senza la sua grazia, non sarei qui a scriverlo.
Melania Emma

KETTY

Riusciremo mai ad essere preparati per la Felicità? Quando riusciremo a non resisterle, non sabotarla e stoppare i meccanismi di controllo?
La volta che per un attimo volo al super in pantalone di tuta, coi capelli ancora maleodoranti di Henné fresco e senza correttore in viso, giusto per prendere le ultime cose per il pranzo da amici di domani, la Felicità è in agguato alla cassa: guardo bene la tizia davanti a me pensando quanto cacchio ci sta mettendo a riempire la borsa e pagare. Quel profilo, la voce, capelli inconfondibili, pronuncio il suo nome e mi dico che al massimo può dirmi no. Ma le pupille in quegli occhi chiari si dilatano all’istante, mi riconosce, fa domande agitate, spontanee, di circostanza. Io tiro indietro imbarazzata e sulla difensiva ma lei mi aspetta fuori mentre pago: la mia prima, grande e unica amica d’infanzia vuole il mio numero. Oddio, come accidenti li riempiamo questi decenni adesso? Impreparata e nervosa, resto comunque a parlare coi miei primi dieci anni di vita. La studio nei gesti. La sua rilassatezza mi tranquillizza, i ricordi sono una valanga che non sono preparata a veder scorrere. É sempre stata più disinvolta di me, lei. Se fosse stato per me, la conversazione sarebbe finita imbarazzata alla cassa e ciao, ma i suoi occhi erano azzurri come l’infanzia e ringrazio Dio per questo. Adesso, dopo oltre trent’anni, stesso super e stesso quartiere, vicine di casa come allora. E, come allora, lei scoppiettante, io cauta. La depositaria, l’una dell’altra, di ogni vergogna, segreto, follia. Bambine grandi, già su WhatsApp a decidere per il nostro primo appuntamento.
Melania Emma

FRIDA

Ieri sera ho visto il film dedicato a Frida Kahlo, all’anagrafe Magdalena Carmen Frida Kahlo y Calderòn, la celebre pittrice messicana. In molti, immagino, conosceranno la sua storia, una storia di sofferenze fisiche atroci, intollerabili, di interventi chirurgici per mezzo dei quali verrà “rattoppata” molte volte – per usare un termine a lei caro – come si rattoppano i vestiti ormai dismessi e che la obbligheranno a dipingere nelle posizioni più assurde, senza che lo spirito ne risenta o la mente indulga, un attimo di troppo, nell’idea dell’impossibilità di risalire la china: un’anima d’acciaio e leggerezza, quella di Frida, chiusa dentro un corpo minuto, che la vita proverà a storpiare ripetutamente, incapace, tuttavia, di fiaccarne la sensualità vibrante, potentissima.

Ha soltanto diciotto anni quando resta coinvolta in un grave incidente stradale, mentre viaggia in autobus: il corrimano del veicolo la attraversa da parte a parte, all’altezza del bacino, entrando nel fianco e uscendo dalla vagina; la spina dorsale e l’osso pelvico si spezzeranno in tre punti, la gamba sinistra in undici. Dimessa dall’ospedale, sarà costretta a indossare “un’armatura” di gesso che la avvilupperà come un bozzolo, dal seno alle caviglie. Subirà trentadue operazioni, e non potrà mai diventare madre.

Alejandro Gòmez Arias, lo studente di diritto con lei al momento dell’incidente e con il quale Frida intrattiene una relazione, la lascia qualche tempo dopo, non volendo immolare la sua vita ad una “storpia”, come dice di se stessa più volte, con ironia disarmante e lucidissima. Mentre Alejandro le comunica l’intenzione di trasferirsi lontano, e con questa l’epilogo della storia d’amore che li ha visti insieme, Frida comincia a disegnare sopra il gesso, nel punto sotto il quale preme la femminilità del suo seno sinistro, una piccola farfalla. “Voglio che tu esca da questa stanza prima che la farfalla sia finita” gli dice. Nelle settimane successive, il gesso che costringe il corpo di Frida all’immobilismo della rigidità, si riempie di farfalle dalle tinte vive, sempre più vive, ogni volta più vive, mentre chiede che le montino uno specchio sul soffitto, in corrispondenza del letto, da cui non ha modo di alzarsi, così che possa disegnare se stessa e perciò realizzare la meravigliosa collezione di autoritratti che, oggi, diffusamente conosciamo. Alla fine, la prigione del suo corpo diventa il coacervo di decine e decine di ali bellissime. Quando il medico le taglia finalmente il gesso, aprendolo in verticale, sulla schiena, sembra quasi che le farfalle di Frida, fino ad allora posate su quel giaciglio severo, necessario a raddrizzarle le ossa, possano librarsi in volo e guadagnare il cielo.

Frida trasforma il suo carcere personale in un inno alla vita, un canto di lode al coraggio, alla libertà, alla non arrendevolezza. Quando, ormai grande, patendo il travaglio della separazione da Diego Rivera, l’amore di sempre, chiederà a suo padre di ricordarle chi voleva essere da bambina, lui le risponderà: “Te stessa, volevi essere te stessa”, carezzando la testa di quella figlia ribelle che aveva sempre, segretamente, preferito alle altre.

Non per forza sono fatte di gesso o di sbarre, le prigioni. Il carcere più duro, io l’ho visto nei rimpianti; nelle occasioni di felicità che non abbiamo saputo riconoscere e che perciò sono andate smarrite lungo la strada; nelle piccole meschinità; nella tensione a non deludere l’altro – un genitore, un figlio, un compagno – e così ricercandone l’approvazione, come fosse misura del nostro valore umano; nella povertà che sventra il concetto di uguaglianza, sottraendogli la dimensione di concretezza, e perciò riducendolo a un’idea alienata, impalpabile, buona solo dentro ai libri, quando, seduti intorno a un tavolo, la pancia brontola perché c’è poco o niente da mangiare; nella frustrazione dei tentativi che non abbiamo mai osato, credendo che le circostanze fossero sempre, in ogni caso, più forti di noi; nell’amore che non abbiamo ricevuto, pur avendolo dato, e dal quale ci siamo lasciati cambiare, pensando che un cuore più duro ci avrebbe preservati da sofferenze future, mentre ci allontanava da noi stessi; nella vita sprecata ogni giorno, con colpevole noncuranza, come acqua che travasiamo da un recipiente all’altro, servendoci distrattamente di un imbuto e lasciandone colare molta lungo i margini, incapaci di centrare quel piccolo forellino di passaggio che ci richiama alla perizia, alla dedizione, e che ci permetterebbe di non disperderne nemmeno un goccio. Le ho viste anche lì, dicevo, le prigioni. E perciò mi batto, oggi, per farmi leggera, per farmi libera. Come le farfalle colorate di Frida.

Antonia Storace – 21 luglio 2018