FOCUS

Il Narcisismo Patologico non è una patologia che, una volta individuata e diagnosticata nell’altro, spiega poi tutto il TUO dolore e magari anche il TUO comportamento passato.
Fai prima ad accettare il fatto che TU sei rimasto a lungo in una relazione abusante, sopportando e giustificando. Oppure che attrai, anche brevemente ma reiteratamente, personaggi abusanti e manipolatori, senza riuscire a reagire.
Cercare di capire perché TU lo fai e individuare bene i TUOI schemi, ti allontanerebbe dal NP molto più dello stesso no contact. Portare il focus su di TE e toglierlo all’altro, é difficile ma risolutivo. Ed è per questo che, spesso, lo si mantiene ostinatamente e comodamente sull’altro.
Melania Emma

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Ah, è un inferno essere amati da chi non ama né la felicità, né la vita, né se stesso, ma soltanto te!

ElsaMorante

Tutta questa voglia di “aggiustare” qualcuno di rotto, non è una dinamica sana. Tutto il pensiero colonizzato dal trovare il “come fare” ad aggiustare qualcuno che andrebbe aggiustato, siamo sicuri che sia il bene della persona “rotta”? E, ammesso che lo sia, chi dà il via alle danze? Voi o la persona rotta? Davvero pensate che si possa “portare qualcuno ad aggiustare” o indicargli dove andare e come fare e tutto va a posto? O forse (forse) c’e qualcosa da aggiustare prima in chi ha questo pensiero fisso? E soprattutto: cosa sareste, che vita avreste voi, senza qualcuno di rotto da aggiustare (aggiustare=amare)?
Melania Emma

Un Dipendente Affettivo ama comunque e disperatamente e potrebbe annullare la sua intera vita per questo. Crede che amare lo salverà e lo garantirà dalla solitudine, crede che sarà amato solo se ama. Per questo sogno, si costruisce con le sue mani una cattedrale con le sbarre, dove diventa prigioniero dei suoi sterminati bisogni e paure. Al contempo vorrebbe essere libero e sa bene di aver pagato un prezzo per quella cattedrale di pseudo-sicurezze. Poi rinforza le sbarre proprio appena vede uno spiraglio di occasione di libertà, perché se volasse perderebbe i punti di riferimento che, anche se nel frattempo sono diventati nocivi e limitanti, lo identificano e radicano comunque.
È un lavoro possibile quello di uscire dalla DA, e che ripaga infinitamente.
Melania Emma

SUL PERCORSO

Ciao lettori cari, rispondo alla domanda che una lettrice mi ha fatto nei commenti del post precedente, perché è una domanda che altre volte ho ricevuto, ma ho trattato con poca importanza. Come sempre, rispondo portando solo la mia esperienza, ecco la domanda di Paola:

“Mel volevo chiederti un parere. Quando una dipendente incontra un altro dipendente affettivo che accade? Possibile che vedendo nell’altro quegli aspetti di sè che attua inconsapevolmente, ma consapevolmente rifiuta, ne provi repulsione?”

Cara Paola, repulsione è la parola perfetta ma è adatta quando uno dei due DA é pienamente consapevole di sé. Consapevole vuol dire che tu sai bene qual è il sentiero e hai ogni mezzo per percorrerlo, ci cammini ma non lo pratichi, o non lo imbocchi affatto, oppure lo imbocchi ma cadi, retrocedi, vai su e giù (é una fase anche quella). Da consapevole, sai benissimo quali sono i tuoi “agganci”, ma i tuoi muri di protezione hanno ancora qualche falla. Questione di tempo. Preciso quindi che “consapevole” non è “risolto”.

Io qui rispondo per la mia esperienza personale, avendo vissuto la tua domanda proprio nella fase sopra: la repulsione arriva eccome, ma passa prima attraverso un breve sentimento sconfinato di empatia (che è l’unica vera “chimica” possibile tra due DA). Perché breve? Perché per fortuna quando sei consapevole capisci quando chiudere e, più di quanto soffra il tuo beneamato DA, ti preme solo uccidere al più presto la tua crocerossina, perchè senti “l’aggancio” e non vuoi più soffrire.

Tra due DA soccombe purtroppo chi ha meno amor proprio, meno autostima, meno narcisismo sano. E un DA non lo può salvare nessuno, se non lo vuole lui perché, per farlo, il suo ipotetico salvatore/crocerossina dovrebbe lottare invano contro un SABOTATORE, ossia la parte Ombra del DA che fa di tutto per non essere veramente amato e veramente felice (sappiamo già quanto per un DA sia realmente difficile accettare amore incondizionato, piuttosto si dedica anima e corpo ad una causa d’amore persa, ma venire amato in modo davvero sano lo mette a disagio).

Io ho incontrato il mio “corrispondente” nella fase di piena consapevolezza e autostima e conoscevo i miei meriti. Ma praticavo poco affettivamente, perché ero coinvolta in problemi esterni più grossi di me, ero molto pressata e stressata e ho accettato la sua corte nella mia vita più per leggerezza, per evasione, per sentire la vita, sicuramente per vanità. L’altro invece era in balia di sé stesso emotivamente, accudente, impulsivo, poco lucido, incapace di negarsi, incapace di cattiveria, di azione e di reazione, un fiume di emozioni, una tenerezza da spezzare il cuore. Aveva mille debolezze che offriva come amore, aveva molti problemi (seri) ma li negava/aggirava appena si profilava aiuto, preferendo scaricarli nella “relazione” simbiotica, aveva mille sofisticati modi per sabotare tutto il bello e tutto il buono e cospargere poi il Tutto di una dolcissima patina di “oh, quanto vorrei essere felice ma non riesco e soffro tanto per questo!”. Era totalmente emotivamente appoggiato a me ed io lo reggevo anche bene (perché mi era facilissimo capirlo), ma un vero DA concepisce l’amore solo come un puntello, di crescere e bagnarsi nell’amore vero lui ha una paura fottuta. Proprio come me un tempo, lui era un alto-spendente, un gran consumatore di beni per stare bene, ossia “illusioni per raccontarsela”. Gratificazioni materiali con acquisti compulsivi di oggetti che diventavano un must-have, perché sono portati all’innamoramento istantaneo, alle ossessioni, al non discernimento, all’affidarsi a voci esterne che loro interpretano come “istinti suggeritori”. Ma è proprio l’interpretazione, l’affare sbagliato del DA. E un DA procede a cazzo, trasportato da folate di vento, folate mosse da una macchina che non guida MAI lui.

È stato incontrare tutta me, vedere quella vecchia ME che con l’impotenza, l’innocenza, la debolezza e senza mai imporsi, manipolava per avere quello che chiamava amore. Quindi, davanti a tutti quei miei ben noti vecchi schemi, oltre a smascherare lui, inorridivo per me stessa e nemmeno riuscivo a incazzarmi con lui, perché facendolo avrei dato addosso a me stessa, e con quale diritto, se io stessa mi riconoscevo uguale? Ecco, sì, la mia repulsione e disistima crescevano proporzionalmente al riconoscermi troppo sana per lui, così ho preso quei miei sentimenti finalmente sani, mi sono fatta un fagottino-regalo e mi sono imposta di chiudere. Quella persona è stata per me un grosso ponte sulla Libertà, l’ultima porta che mi son chiusa alle spalle prima di (finalmente) vivere. Addirittura, nel suo volo di autodistruzione, il suo ultimo gesto drammatico e scomposto (forse per ferirmi) mi ha liberata ancora di più, come se la sua persona, cadendo in basso, desse propulsione a me per volare verso l’alto.

Cosa fanno due DA é qualcosa che può durare una vita di intera follia: l’uno sa cosa pensa l’altro e soprattutto perché lo pensa, si soffre all’unisono e ci si lega per questo, si comprende bene e si esalta più il difetto che la virtù, più la vigliaccheria che la nobiltà, in pratica si ama ed esalta la propria parte Ombra, la si riconosce, la si soccorre, si può davvero passare una vita intera a curare nell’altro quello che va assolutamente messo a posto in sé stessi. L’amore di un DA è distruttivo, perchè comunque manipolativo: deve tendere alla fissità, all’immobilità, alla chiusura al mondo cattivo, alla protezione dalle paure e, alla lunga, fra le mani non si stringe veramente nulla.
Melania Emma

CHI CI RICORDA?

Agire d’istinto, vivere sempre d’impulso, farsi guidare dal sentimento. Sono tutti modi di essere basati su istanze e motivazioni emotive e istintuali. Un bagaglio di comportamenti che ognuno può mettere in atto in alcuni momenti della vita come “opzioni” adatte a una particolare situazione, ma che non dovrebbero costituire l’unico e solo timone dell’esistenza quotidiana.

La chiave di tutto è sempre la consapevolezza
Questo è proprio ciò che accade ai cosiddetti irrazionali, persone che in quasi tutto ciò che fanno privilegiano un approccio che esclude a priori la logica e, appunto, la razionalità. Riservare un posto adeguato all’istinto dovrebbe essere il frutto di quella consapevolezza di sé che nasce dall’osservazione priva di giudizio verso i propri sentimenti, e non la semplice coazione a ripetere, l’incapacità di riconoscere le proprie istanze emotive. In queste persone, il “sentire” prevale sempre sul “capire”, e diventa il solo criterio di analisi della realtà, dalla quale si sganciano senza rendersene davvero conto e senza comprendere i motivi delle numerose frustrazioni e fallimenti, in ogni ambito. Così, quando discutono, l’argomentazione è pervasa di sentimentalismi, di ragionamenti emotivi, oppure si fonda su sensazioni e intuizioni personali vissute come totalmente oggettive. In alcuni casi compare anche quello che, in psicopatologia, si chiama “pensiero magico”, cioè il considerare possibile ciò che non lo è e il vivere come reali delle suggestioni “da sesto senso”.

Gli irrazionali a oltranza non concretizzano mai
Possono essere persone dotate di notevole magnetismo, perché lo scarso filtro mentale li pone più in contatto con l’interiorità, la fantasia, la creatività e l’immaginazione. E dunque relazionarsi con loro è all’inizio molto stimolante. Ma è nel tempo che si percepisce il limite dell’incapacità di utilizzare la razionalità come strumento per gestire e modulare questi aspetti profondi e fascinosi. Nella vita individuale spesso gli irrazionali non riescono a concretizzare in modo costante i loro talenti e nella vita sentimentale o amicale non riescono a creare una relazione stabile nel tempo perché gli impulsi emotivi disturbano di continuo il rapporto. Sono dunque avvantaggiati nel creare e nell’iniziare, ma non nel gestire e nel concludere. Ciò non significa che la razionalità debba essere predominante – anzi, non è proprio auspicabile – ma che cuore e ragione, coscienza e inconscio, istinto e calcolo devono essere compresenti nella nostra vita in modo armonico e integrato. Saper vivere gli opposti non solo protegge la salute ma fa anche accadere le cose più adatte a noi, perché ci dispone in armonia con la nostra vera natura.

I “vantaggi” dell’irrazionalità…
– Marcia in più nelle attività creative e negli studi letterari
– Carisma, fascino, impatto iniziale, magnetismo
– Capacità di empatia e di seduzione
– Spinta a osare l’insperabile, con più possibilità di raggiungerlo
– Maggiore spettro di emozioni vivibili

…e i suoi limiti
– Difficoltà a capire i problemi nei quali sono emotivamente coinvolti
– Blocco di fronte a questioni pratiche o burocratiche
– Maggior fatica negli studi medici e scientifici e nelle professioni ripetitive
– Influenzabilità da parte di elementi e persone esterni
– Difficoltà nelle discussioni: eccesso di emotività o assenza di argomenti logici

Cosa fare se ti accorgi di essere così
Non identificarti col tuo personaggio
C’è chi collega all’irrazionalità qualità artistiche, genialità, empatia, originalità e “qualcosa in più”, e alla razionalità assenza di vitalità, grigiore, freddezza. Ma la realtà non è divisa e l’Irrazionale è un personaggio parziale e infelice. Mantieni l’esubero di istinto ed emozioni, ma offrigli l’aiuto “tecnico” della tua ragione, che c’è e vuole essere usata.

Incontra le gioie della razionalità…
Prendi un libro di Storia dell’Arte ricco di immagini. Sfoglialo e impara a distinguere le opere in cui prevale l’espressività istintiva (ad esempio le tele di Velasquez) da quelle a espressività razionale (ad esempio le geometrie di Piero della Francesca). Se dopo un po’ riuscirai a godere di entrambe le visioni, vuol dire che il cervello sta integrando le sue funzioni.

…Ma prendi atto anche dei suoi svantaggi
Se vedi che la tua irrazionalità è troppo dominante, che non accetta interventi di tipo mentale e che ti crea seri problemi, per alcune scelte importanti affidati al confronto con una persona più razionale, ovviamente leale e disinteressata. Può essere chiunque ma certo una figura neutra come quella di uno psicoterapeuta potrebbe essere la più indicata.

FONTE

Le persone affamate d’amore non sono affatto buone. Associare un dipendente affettivo ad una bontà d’animo presunta, fa sì che ancora si metta “il cattivo” fuori da sé.
A chi ha fame d’amore, riconoscimento, calore, poco gli frega di camminare con scarpe chiodate sopra un prato di fiori se, alla fine del prato, c’è la tanto agognata promessa (illusoria) di felicità e amore.
Le persone affamate d’amore sono disperate, ossessive, in allarme, impaurite, quindi pronte a tutto pur di salvare le loro briciole e di tenere più riempito possibile il buco d’amore mai sazio.
Le persone affamate d’amore affrontano sofferenze e sacrifici inumani, si prestano all’abuso, assumono la colpa, praticano espiazione, rinunce, solitudine.
Una “persona buona” di questo tipo, vive in uno Stato di Bisogno, non in uno Stato d’Amore e per favore, siamo onesti: dallo Stato di Bisogno qualsiasi cosa la si dà per ricevere. Di incondizionato c’è solo la Paura e quest’ultima è il contrario dell’Amore.
Melania Emma

Non farti andare bene ciò che non ti convince. Una volta zittito il tuo suggeritore interno, stai mentendo sapendo di mentire. Si chiama COMPIACENZA. E via-via ti abituerai anche a questo, scomparendo. Non farti andare bene ciò che non ti convince. Il salatissimo conto lo pagherai quando, un giorno, proprio ciò che ti sei fatto andare bene, ti dirà “Basta”. E tu, ormai scomparso, per sentire che esisti ancora un po’, ti aggrapperai proprio a quel nulla che ti facesti andare bene ma che non ti convinceva.
Melania Emma

LA DOMANDA

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Nel post del 25 aprile sulla Stima, una cara lettrice commentava sulla Pagina FB: “…mi domandavo perché, nonostante l’amore che pensavo di provare, avessi così poca stima di lui”. Ebbene, io una mia risposta l’ho trovata ed è in realtà LA domanda che mi ponevo anni fa iniziando la terapia, capendo pian piano che razza di specie aliena avessi mai amato. Sì, la mia risposta è questa domanda: E SE INVECE AVESSI PRETESO DI AMARE QUELLA PERSONA PER ESSERGLI SUPERIORE? Io credo che sia tutto qui, la famosa Hybris (termine greco che indica tracotanza e superbia) che incatena un dipendente affettivo e che solo la psichiatra Selvini Palazzoli ha usato in Italia per descrivere questa tragedia (qui il mio articolo).
E se, dunque, quel nostro immenso amore non avesse un bel nulla a che fare con Amore, Stima e Rispetto, ma fosse solo una gara (al massacro) per dimostrare quanto si è bravi e degni di venire amati (da chi ovviamente è perdutamente anaffettivo e indisponibile)? Preciso che la “superiorità” di cui parlo, è di tipo affettivo: quante volte un dipendente affettivo vede benissimo l’anaffettività del suo oggetto d’amore e, invece di mollare il colpo e fuggire lontano, gli parte da molto lontano quel “io ce la farò!” che racchiude tutta la presunzione narcisistica della fame d’amore? La “dote” di cui si sente pervaso il dipendente affettivo è più o meno questa: la grande capacità di amare/contenere/sopportare fino a colmare addirittura quel loro vuoto che, una volta pieno del nostro amore, si riverserà su di noi restituendoci l’amore che desideriamo ricevere. A questa follia si troverà guarigione solo invertendo il processo: tappando il NOSTRO buco affettivo, cosi che nessun NP risulti sfida appetibile ma solo quel che è: vuoto cosmico, noia, malattia, povertà di spirito.
Sono sempre più convinta che il dipendente affettivo abbia un bel demone da distruggere, la Hybris, appunto. Tolta quella assurda sfida, la devastazione e il dolore di sottoporsi alle angherie dispensate dal narcisista patologico sarebbero inesistenti, quindi la “guarigione” di un dipendente affettivo consiste “solo” nell’uccidere la Hybris, sempre ben travestita da buonista, da crocerossina, da soccorritrice, da accudente, da principessa, da maestra, da angelo, vittima, martire, santa.
Un NP per sua natura non può fare altro che il mestiere di NP, è un dead man walking condannato a fare quello che fa, ma quanto senso ha starci sopra per anni a studiarli in tutte le loro sfumature e gradi, se proprio il dipendente affettivo è la toppa perfetta in cui entra la loro chiave e si spalanca la porta dell’abisso di dolore in cui si precipita al rallentatore? Per “vincere” l’amore di una persona senz’anima, ci si ipoteca la salute fisica e mentale, si stringono i cordoni coi figli, si attendono anni illudendosi che alla fine il premiato amore arriverà. In realtà arriveranno vecchiaia, malattia, delusione, stanchezza e la certezza di una vita senza Amore, vissuta nella pretesa di amare una persona di molto inferiore a noi, solo per essergli superiori. NON PERMETTETE QUESTO A VOI STESSI. Un abbraccio!
Melania Emma

LA STIMA

Ammettiamolo: la forza di un legame è data anche dalla Stima, oltre che dal puro amore oblativo di cui un empatico è dotato. Quanto si può amare senza anche stimare il nostro oggetto d’amore? Senza la Stima, per cosa e da cosa ci si sente legati a lui, veramente? Siamo sinceri: quanto quel nostro “amore” era basato anche su profonda Stima e quanto invece era un puro Stato Infiammatorio?

Melania Emma

IL NARCISISTA è IL VERO CODIPENDENTE

Spiegazione chiara ed esaustiva.

HO BISOGNO CHE TU ABBIA BISOGNO: LA CO-DIPENDENZA

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Esiste un aspetto, nei rapporti patologici, che non sempre ha a che fare col NP (narcisismo patologico), bensì con la dipendenza affettiva. Piccolo cappello: quelli che “il np è il cattivo e l’empatico è il buono”, per favore non leggano questo articolo, perché tra buono e cattivo c’è prima il “sano” e spesso chi è empatico si ritiene “buono” in default, ma non è affatto così.
L’aspetto patologico di cui parlo è quello del “sentirsi meglio quando l’altro sta peggio“. Da qualche mese mi “applico” nell’osservazione diretta di questo aspetto, nei fatti, nelle persone reali, come in me medesima. Dapprima ero incredula io stessa, “forse è solo un caso, IL caso…forse sono io che vedo manipolazione dappertutto”, mi sono detta. No, esistono casi eccome. No, non sono io. Sentirsi meglio quando l’altro sta peggio non è andare a farsi un giro nel reparto di oncologia pediatrica per tirarsi su quando ci sentiamo sfigati e poi, vedendo chi è condannato alla nascita, magari ritroviamo l’amore per la nostra vita. E non è neanche quel breve, inconfessato, istintivo moto di gioia nell’ascoltare i guai altrui. Che però poi restiamo ad ascoltare veramente dispiacendoci. SENTIRSI MEGLIO QUANDO L’ALTRO STA PEGGIO è dare un senso alla propria vita col dolore altrui allo scopo di alleviare il nostro. E ho detto “alleviare”, non “stare bene”, perché comunque dispiacere/partecipazione per chi sta peggio ci sono, ma se chi sta peggio poi si rialza e sta bene, ecco che chi si sentiva meglio proprio grazie a quel peggio, rivela subito il terreno di fondo da cui proviene: la depressione. È come se il problema guarito, di uno, slatentizzasse il problema dell’altro, che fino a ieri spargeva cure amorevoli e che ora non sa più chi curare, perché una persona sana in realtà gli crea disagio, non sa gestire la gioia che non ha bisogno e perde tutta la sua importanza come “care giver”. Cosí, quando un Salvatore non ha più niente da salvare, resta un vuoto che oso chiamare narcisistico: per rimpinguare in fretta il perduto “malato guarito”, egli manipola e simula come un attore, fino a ricostruirsi una nuova cuccia: gli serve una causa cui dedicarsi e una persona che soffra per quella causa. Allora riprende vita, serenità, forza e progetti, credendoli pure suoi. Questa è la Co-dipendenza: “io ho bisogno che tu abbia bisogno” è la modalità automatica del Co-dipendente.

Chi sono i due danzatori?
1) – Il Dipendente è colui che sta male, punto. Versa in uno stato di bisogno (cronico o momentaneo), si aggrappa a qualsiasi cosa o persona pur di trovare AIUTO. Una volta trovato AIUTO e risolto i suoi mali, una volta consapevole del suo schema relazionale,
dovrà purtroppo allontanarsi dal ballo-rapporto, constatandone la non reciprocità: l’altro non gioisce del suo ritrovato benessere, si deprime e si svela in tutta la non capacità di un rapporto adulto e alla pari in cui potrebbero essere felici e risolti. Il Dipendente somatizza sempre, è sempre pieno di malattie croniche, spesso immunitarie, alla pelle o ai “sistemi” di difesa e protezione, ha stati d’ansia, ha a che fare con la sfida di alzarsi e camminare ed esporsi in prima persona con la vita.
2) – Il Co-dipendente non cerca mai AIUTO per sé. Egli piuttosto mette in campo tutto l’aiuto di cui è capace per il Dipendente. Se non le ha, le risorse le cerca, perché è in corso il programma di recupero del suo “malato”. Il suo guaio è che l’altro, che cercava solo AIUTO, a volte ne esce. Il Co-dipendente non somatizza, ma la sua buona salute prospera su quella malandata dell’altro, curare è la sua cura e malattia, controllare l’ansia del Dipendente placa la sua, può avere disturbi agli apparati di “sostegno” come muscoli e scheletro, polsi, ginocchia, spalle e quanto ha a che fare con la sfida di lasciare gli altri liberi dal suo amore-controllo e osservarli semplicemente cadere senza intervenire. Ma questo significherebbe occuparsi di sé e si sentirebbe “spietato”.

Più spesso, purtroppo, invece accade che il “malato guarito” voglia poi aiutare l’altro, avendo sì chiara la visibilità di come il Salvatore soffra la perdita di qualcosa che ormai non serve più e tiri fuori ansie e problemi che, ben saldo nei suoi panni di eroe, prima non manifestava, ma non avendo ancora ben chiaro come la dinamica patologica possa invertirsi e quanto sia invischiante e circolare. E questo, di aiutare il Salvatore, è un grande errore per il “malato guarito”: la riconoscenza, il sincero amore e dispiacere per l’altro possono diventare “bisogno che tu abbia bisogno di me” e perpetrare la danza (sempre in nome dell’amore), perché la sensibilità a chi sta male non si perde certo stando bene e il ballo può ricominciare a ruoli invertiti. Anche tutta la vita.
Il Dipendente (e Co-dipendente) può dichiararsi “guarito” quando si sottrae coscientemente alla modalità AIUTO=IO TI SALVERO’ ed è qualcosa di difficilissimo, perchè la “matrice” di provenienza di entrambi i danzatori è la stessa (quella del bisogno patologico degli altri), un Dipendente riconosce a pelle un suo simile e scambia quel sentimento per amore, mentre il miglior amore sarebbe quello di non legarsi a chi “poverino non ha pesce” ma mostrargli come si fa a “pescare”. Questo richiede l’autonomia emotiva la cui unica via praticabile è un atto volontario di fuga da questi rapporti, spesso un vero e proprio strappo. Richiede sobbarcarsi il titolo di colui che “abbandona”, egoista, crudele, prepotente, duro, ribelle. L’abbandonato non ha nemmeno idea di quanto dovrebbe essere fiero e fortunato di avere (avuto) accanto una persona che vuole pescare e che per farlo deve invece cercare altre acque. Purtroppo la musica di questa danza patologica è un canto di sirene che le nostre orecchie udiranno per sempre, ma oggi abbiamo più mezzi di Ulisse per sottrarci. La Dipendenza non ha niente a che fare con l’interdipendenza necessaria tra le persone: in ogni rapporto e per ogni persona c’è bisogno di dipendere, ma è un sano prendere/dare reciproco, è come un elastico che si tende e ritira in cui ognuno riceve/dà AIUTO senza trarre vantaggi psicologici, senza legarsi nel bisogno… troppo sano per essere vero, eh?

In sostanza, quindi, il Dipendente è aggrappato all’AIUTO, il Co-dipendente è aggrappato a chi riceve l’AIUTO e i ruoli sono intercambiabili al bisogno. Senza contare il possibile sabotaggio nel non far mai stare completamente bene il Dipendente, quando il Co-dipendente ha in mano l’AIUTO di cui l’altro abbisogna. Ma questo del sabotaggio è un altro aspetto che meriterebbe un altro post. Questa dinamica della Co-dipendenza è forse più “gettonata” del rapporto vittima-psicopatico in cui spesso c’è il botto finale per distruzione: la Co-dipendenza non prevede sempre violenza, urla e piatti rotti, si crea a volte in una nicchia ben arredata, una cuccia calda e al riparo dalle cose “brutte e cattive” della vita. L’importante è che nessuno stia veramente bene anche senza l’altro, sennò è “tradimento”. Riconoscere che quel motto “chi ti ama veramente lo riconosci quando hai bisogno” è un FALSO, sarebbe già una gran cosa: chi ti ama veramente lo riconosci quando sei felice! Basta guardare quanto si legano le persone nel dolore e quanto poco si legano nella gioia. Basta guardare chi non ha amici disinteressati. Basta guardare come il bisogno e il dolore creano attrazione e legame.
La parola chiave in questo post, credo sia AIUTO e l’uso che se ne fa: la vera vittima cerca AIUTO e spesso risolve. Il vittimista vive benissimo senza AIUTO, sennò potrebbe risolvere il suo problema e non sia mai. E anche qui ci sarebbe un intero post da fare su come un vittimista “risolve” i suoi problemi. Per ora, buon week end a tutti noi pillolosi, sempre svegli e senso critico, mi raccomando :)
Melania Emma