LA NASCITA DEL NARCISISMO

Semplice e sconvolgente. A lezione da Mauro Scardovelli.

ANATEMA DI FAMIGLIA (finalmente felice!)

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Il modus operandi di un dipendente affettivo è: se riesco a farlo felice (soddisfacendolo, compiacendolo, studiandolo, comprendendolo, aiutandolo in tutto e aderendo al suo mondo) diventerò per lui indispensabile (cioè produrrò dipendenza da me) e con tutto quello che riceverà da me, non potrà non amarmi!
Questo pensiero fisso e automatico, viene applicato istintivamente e involontariamente fin dalla tenera età per farsi amare da un genitore sempre infelice, scontento, assente, triste, malato, problematico e diventando poi un modo di funzionare e un’autentica condanna da adulti. Perciò il dipendente affettivo adulto verrà attratto da persone problematiche e problemi da risolvere. L’amore sarà: “tirar fuori qualcuno dalla merda” o peggio “amare cosi tanto da insegnare ad amare anche a un sasso”. La bandiera dell’amore che salva tutto e tutto risolve, sarà la sola idea di relazione.
Lo scopo è rendere finalmente felice qualcuno che si ama (che si crede di amare): il modus operandi diventa il modus vivendi e questo è, per il dipendente affettivo, purtroppo l’unico modo di amare che ha imparato.
Quel “finalmente” è la chiave di tutto il dolore adulto: un tempo il bambino non è riuscito a rendere felice il genitore infelice, ma da adulto vibrerà d’amore non appena incontrerà un infelice da salvare e rendere “finalmente” felice.
Come vediamo, le emozioni e i sentimenti d’amore sono legati alla sofferenza. Anzi, diventano il meritato premio (!) per tanta sofferenza. Il dipendente affettivo sa sopportare molto bene il dolore, è stato addestrato a trattenere rabbia, lacrime e necessità in favore di chi stava (guardacaso) peggio di lui.
Questa condanna a vita ad amare qualcuno di infelice, è una maledizione trasmessa, un anatema lanciato da chi avrebbe dovuto amare quel bambino senza manipolare, ma non poteva saperlo, perchè stava male a sua volta, dunque la tragicità di tutto questo è a volte anche in buonissima fede, come in buona e ignorante fede si tramanda per generazioni.
Essere condannati in questo modo ad amare qualcuno da rendere felice, significa manipolare, significa architettare tutta una serie di azioni finalizzate a farsi amare, per giunta, di un amore che durerà poco, perchè si è appunto scelta una persona impossibile da rendere felice.
Senza calcolare la rabbia sorda che cova chi è costretto ad amare maledettamente, rabbia che esce a tratti devastando tutto e poi si fa subito tacere per non sembrare matti o per non sentirsi in colpa, rabbia che però erode e fa ammalare il corpo, l’unica bocca della verità che non tace mai.
Un dipendente affettivo risponde alla sofferenza nell’esatta proporzione in cui un narcisista patologico si dà alla fuga davanti ad essa. Non ho mai visto un dipendente affettivo non animarsi volonteroso dicendo “Eccomi!” quando odora la sofferenza altrui. E non ho mai visto un narcisista patologico non imbracciare velocemente una porta quando odora la sofferenza altrui, specialmente se gli si dipana (orrore!) davanti agli occhi.
Ma spesso anche due dipendenti affettivi si uniscono tra loro e, partendo dalla stessa condanna di base ad amare maledettamente, col tempo creeranno comunque una disparità: il narcisismo di uno prevarrà su quello dell’altro e sull’altro si rafforzerà. In pratica, chi dei due (partendo entrambi dal bisogno di accudire e far finalmente felice qualcuno) riuscirà a rialzarsi prima e a star meglio prima (grazie all’altro, ovviamente!), prospererà di più, sarà il meno malato fisicamente, il meno depresso, il più attivo e vitale.
In realtà sono due perfetti incastri che altro non avrebbero potuto fare nella vita e vivono nella paura che l’altro si “svegli” dalla maledizione e si tolga dal gioco (o giogo). Quasi sempre il più patologico dei due è anche il più ossessivo e possessivo.
Due succhiatori e manipolatori, oh… ma a fin di bene, eh? (ironica) Strano che con un fine tanto nobile come l’amore non si riesca mai a star bene, no???
Sta, ancora una volta, al più debole il dovere di spezzare questo anatema per sempre: non è forse una catena fatta di infiniti anelli sempre uguali? La catena (come dice un proverbio) non si spezza che da un anello, quello più debole, appunto.
Che lo si faccia almeno per i figli, se questo amore ne ha generati.
Un anatema non è per sempre!
Melania Emma

(Illustrazione di Tim Burton)

ECCO LA BRECCIA APERTA: le tre ferite della dipendenza affettiva

Questo articolo spiega molto bene ciò che io chiamo “la breccia”, ossia la nostra parte sprotetta in cui un narcisista patologico si innesta e produce devastazione. Nel tempo, l’esposizione a questi rapporti con queste persone, crea un indebolimento, un’ assuefazione e un sentimento di perdita di speranza. La parte reattiva e consapevole di noi viene annullata, diventiamo ALTRO.

L’esperienza della dipendenza affettiva è vissuta dalle vittime come una frattura dell’identità. I loro racconti in terapia parlano di un “prima” e di “un dopo” l’incontro col partner da cui dipendono, evidenziando in modo netto la percezione di un drastico e drammatico cambiamento della percezione di se stesse sia nella relazione disfunzionale che rispetto ad altre persone e situazioni, con gli amici e nel lavoro.
In particolare, sperimentano una marcata riduzione dell’autostima, difficoltà nell’auto-regolazione emotiva e la riduzione della capacità intuitiva e dell’empatia. Questi tre elementi si pongono nelle storie di mal d’amore come denominatori comuni e concomitanti, ed anticipano di mesi o di anni la comparsa di sintomi clinici come disturbi del sonno, depressione, ansia, panico, ossessioni.

La riduzione dell’autostima
Si manifesta con la convinzione pervasiva di essere inferiori agli altri -ma soprattutto all’amato-, di sentirsi indesiderabili, fisicamente impresentabili e intellettualmente limitati, poveri o stupidi. Anche se non è (ancora) codificata, credo che questa intensa sensazione di vuoto mentale data dalla certezza di essere sbagliati, ignoranti e fuori posto, possa rappresentare uno dei cardini psicodiagnostici della dipendenza affettiva, soprattutto la persona non ha vissuto in passato emozioni analoghe ma si sono sviluppate in concomitanza con il legame patologico.
Infatti, i pensieri centrali in questo disturbo relazionale sono, invariabilmente, il non essere importanti per l’altro e, quindi, per nessuno; l’idea di poter essere sostituiti facilmente, traditi ed abbandonati e in qualunque momento.
Questa prospettiva angosciante è spesso corroborata dall’incostanza e dall’ambiguità tipiche delle interazioni dipendenti: il partner è ambivalente, contraddittorio, svalutante e conflittuale. Delega per intero la responsabilità del legame infelice, si defila spesso e lascia intuire, con allusioni o scenate ad effetto, che troverà altrove ciò che non ricava dalla relazione attuale. Così la vittima si abitua a riconsiderare se stessa nello specchio nero dell’amore malato, che le restituisce un’immagine abbozzata e cupa di sé.
Come la ninfa Eco condannata e ripetere in eterno le parole dell’amato Narciso, la dipendente amorosa si sorprenderà a ripetersi “Sei brutta”, “Sei un mostro”, “Sei inadeguata” … incapace di distinguere le parole dell’altro dai propri pensieri. Nel mito greco, la ninfa innamorata si disincarna, diventa incorporea, proprio come accade simbolicamente nella realtà della dipendenza affettiva: ci si isola e non si è più visti dagli altri, ma soprattutto si perde la capacità di vedere se stessi.
Il crollo dell’autostima è allo stesso tempo causa e conseguenza della dipendenza affettiva, infatti, una volta che il senso di inadeguatezza si struttura saldamente, la vittima si convince di non avere altre opzioni nella vita, che nessuno la vorrà mai e, pertanto, sente di doversi aggrappare con tutta se stessa al suo unico amore, al di là del bene e del male.

Auto-regolazione emotiva carente
Nella dipendenza affettiva la perdita del controllo emotivo si manifesta molto presto: pianti a dirotto, scenate di gelosia, monitoraggio ossessivo delle attività del partner, verbalizzazione aumentata, scoppi di rabbia seguiti da prostrazione e sensi di colpa.
A controbilanciare il peso delle emozioni negative, si aggiungono momenti di profonda estasi, di commozione amorosa, in cui si spergiura sull’eternità del legame malato e si decanta al firmamento la sua celestiale e unica autenticità.
Chi vive nella dipendenza affettiva si abitua all’eccesso, esattamente come avviene in altre forme di dipendenza da sostanze e non. Parole, fatti, silenzi, gesti, ingiurie, orgasmi. Ogni accadimento della relazione diventa estremo, e questa abnormità non è percepita tale se non a sprazzi, sino all’arrivo di una sintomatologia psichica, quando la misura del dolore tracima ed erode l’illusione d’amore che alimenta il legame.
La progressiva difficoltà della vittima di modulare le proprie risposte emotive non si limita al rapporto amoroso, ma diventa presto percettibile in altri ambiti. Amici, parenti e colleghi di lavoro assistono a una metamorfosi segnata dalla mancanza di concentrazione, perdita di interesse verso attività precedentemente abituali, silenzi prolungati o riferimenti continui alla propria situazione sentimentali.
All’inizio, le vittime sembrano inconsapevoli dell’anomalia dei propri comportamenti e cercano l’ascolto altrui in modo sfrenato. Successivamente, quando cominciano a ricevere dagli altri il consiglio di lasciare il partner, quando sentono che gli amici giudicano negativamente la relazione per la sua influenza nefasta e fanno l’errore fatale di criticare il partner complice di tanto dolore, i dipendenti affettivi rispondono isolandosi. Non si sentono capiti e, allo stesso tempo, provano sentimenti di vergogna e di rabbia per il mondo esterno. Allo stesso modo, chi tenta senza successo di aiutare una vittima, prima o poi si stanca delle sue lamentele, delle lunghissime telefonate e dei messaggi sconfortati, così finisce per ridurre significativamente i contatti la persona.
Dal punto di vista della vittima, la solitudine in cui precipita costituisce una prova ulteriore della sua indegnità e incoraggia l’attaccamento morboso al partner che, in alcuni casi, diventa il protagonista assoluto della sua vita.
Il vuoto della solitudine funziona come una cassa di risonanza emotiva, dove le anche emozioni più lievi possono essere percepite come esasperanti ed incontrollabili, tali che la vittima è portata ad agire d’impulso e a sorprendersi a fare o dire cose che non avrebbe mai pensato in una condizione di equilibrio psicologico, salvo poi pentirsi, sentirsi in colpa e, in un circolo vizioso, essere sempre più soverchiata dal dolore.

Riduzione dell’intuizione e dell’empatia
E’stupefacente la frequenza con cui i/le dipendenti affettivi/e raccontino in terapia di aver ignorato la voce del proprio intuito che, sin da subito, li avvisa del pericolo implicato nella relazione disfunzionale.“Qualcosa mi diceva che non fosse una persona limpida”, “Sentivo di giocare col fuoco”, “All’inizio quella persona non mi piaceva, la trovavo strana, a tratti irritante … ma adesso mi manca come l’aria.” Frasi come queste si ripetono con ridondanza sconcertante nella narrazione dei pazienti, che si accorgono troppo tardi di aver subito un processo di congelamento della funzione empatica e della capacità intuitiva, tale da impedire loro di orientarsi nella relazione con autenticità, lucidità e rispetto per se stessi.
Anche se non ne siamo coscienti, siamo dotati di un sistema emotivo in grado di riconoscere situazioni e persone che possono nuocerci o giovarci. È quello che chiamiamo comunemente “sesto senso”, una combinazione di intuizione e di empatia che non può essere razionalizzato, ma di cui ogni essere umano avverte l’esistenza.
Nella dipendenza affettiva il presentimento del pericolo si innesca precocemente, ma la vittima tende a ignorarlo per due motivi essenziali. Il primo motivo è che sperimenta un conflitto interiore dato dal percepire dalla relazione segnali ambigui e contraddittori: da una parte, il partner sembra premuroso, interessato, pronto ad intraprendere una storia; dall’altra dimostra ambivalenza, insofferenza, inquietudine e rabbia. A dispetto dell’intuizione, le future vittime risolvono il conflitto interiore coltivando l’immagine buona dell’altro, idealizzandolo e, in molti casi, si accollano l’illusorio obiettivo di cambiare il partner col proprio amore, con pazienza e spirito si sopportazione.
Un secondo motivo per cui i dipendenti affettivi silenziano l’intuito è insito nelle modalità manipolative del partner, che risultano particolarmente sofisticate quando presenta tratti narcisisti disfunzionali. L’altro, più o meno consciamente, si comporta come un prestigiatore, dà spettacolo, distorce a proprio favore la realtà, giustifica con abilità illusionistiche le proprie mancanze allo scopo di mantenere il controllo sulla relazione e di continuare, sin quando gli pare e piace, il gioco del possesso e della dominazione.
Per la vittima è difficile sottrarsi al fascino e all’intensità delle manovre dell’altro. Anche se le riconosce come manipolazioni, rimane imbrigliata e sedotta come lo spettatore che ammira incantato la magia delle colombe che si materializzano all’improvviso dal cilindro di un mago. Sa che c’è un trucco, che è tutta una messa in scena, eppure non può, né desidera sottrarsi dalla fascinazione.
Quando trovano la forza di chiedere l’aiuto di uno psicoterapeuta sono stremate da mesi e anni di guerriglia psicologica. Sentono di aver tentato di tutto, col risultato di aver stremato gli amici, e aggravato incomprensibilmente la situazione che volevano sanare con tutte se stesse.
Enrico Maria Secci, Blog Therapy

COS’è L’HYBRIS?

La dipendenza affettiva si alimenta e nutre del rifiuto, di quel dolore e quella fatica impliciti nelle difficoltà e cresce in proporzione alla loro irrisolvibilità. E’ un motore che senti partire (e lo senti, poche balle!) giusto quando si presenta l’ostacolo, il NO, la chiara evidenza dell’impossibilità che una persona o una situazione ti stanno mostrando, la piega difficile che i fatti stanno prendendo, le prospettive difficili per realizzare qualcosa che dappertutto grida “No!”. Ma ecco che, proprio davanti a quel NO, quella persona (o quella situazione contorta) la guardi meglio e…la vuoi ancora di più, la vuoi comunque, ti convinci che poi in fondo è proprio così che va bene in questo momento poco chiaro anche per te, anzi guarda, sarà proprio col tuo amore assoluto e incondizionato che quella persona INFINE capirà che siete proprio fatti per amarvi. Dopotutto, è solo che ancora non lo sa, mentre tu già sei investito (o invasato) da un nobile scopo: quello di amare.
Quello che seduce è la lotta. Quello che incatena è l’Hybris, cioè l’ingiustificata, assurda, sconsiderata presunzione di farcela. La presunzione di riuscire prima o poi nella vita a farsi amare da chi proprio non vuole saperne. Variante: di riuscire a curare chi non può o non vuole essere curato, di salvare chi non può o non vuole essere salvato. E via così ditruggendosi.
La psichiatra milanese Mara Selvini Palazzoli è stata la prima in Italia ad usare la parola Hybris per descrivere questa brama presuntuosa e cieca, e da quando lavoro su questo mio buonismo (che mi ha portato infiniti danni), questo atteggiamento lo trovo dappertutto: molte persone, per puro bisogno di amore, pur di ottenerlo, come prima cosa che fanno? Amano, danno, si prodigano (o prostrano?) e partecipano con un ardore inaudito alla vita di chi dovrebbe, secondo i loro progetti (calcoli?) restituire finalmente l’amore tanto desiderato. Non è forse così che ci è stato insegnato? Prima soffri e poi godi. Oppure: godi solo se prima soffri. Oppure: per arrivare là bisogna passare per di qua. Vabbè.
Alla fine (e auguro a tutti che una fine ci sia, per questa follia) questo tipo di amore finisce col diventare una sola cosa: manipolazione. Ecco, l’Hybris è quanto di più distruttivo e sconsiderato possa esistere, è come una zampetta del diavolo, che gratta e tamburella, ma che va mozzata assolutamente appena la si individua, sia in noi che negli altri.
Melania Emma

SONO BENEDETTA…

…sì, mi sento benedetta!
Quando vengo a contatto con certe realtà, mi sento portata in braccio da un Dio che ho troppo spesso ignorato, ma che c’era e c’è insistentemente, invece, al mio fianco. Con certe realtà non riesco nemmeno ad arrabbiarmi, da tanta è la pena che provo.
Ok, siamo tutti vittime, lo siamo stati e sappiamo che cosa significhi subire. E guardarci dal di fuori, mentre stavamo in quel quadretto macabro, fa ancora (più) male. Ma rassegnarsi ad una esistenza insultando la Vita: MAI finchè respirerò.
Ho una vita benedetta proprio dalle disgrazie, quelle non scelte arbitrariamente, come una famiglia disfunzionale con padre alcolista e madre profondamente disturbata. Ho preso botte fisiche e psicologiche. Ho una presunta diagnosi sclerosi multipla risalente a molti anni fa. Ho una malformazione congenita del canale midollare che può decidere di ingrandirsi e mandarmi in carrozzina prima di qualsiasi presunta diagnosi. Per non farmi mancare nulla, ho perso poi la dignità per delle persone veramente orribili che pretendevo di amare e credevo amabili. Ho sprecato anni senza sapere chi fossi.
Eppure, tutto questo mi fa sentire fortunata, perché vedo come, in molto meno, la gente si perde la sua vita intera e non si rialza più. Pensa in piccolo. Non lotta per sè. Si accanisce sugli altri “cattivi” per stare meglio. E’ ossessionata dal pareggio dei conti per l’imparità in cui si vede. Si accoccola dietro etichette che si è accuratamente scelta. Si modella attorno alle presunte diagnosi e impersona la parte del malato. Accetta di fare la vittima e ne veste i panni fatalisti ogni benedetto giorno.
Faceva parte della mia Codipendenza venire attratta da persone che soffrono davvero, con problemi umani e sommerse dall’impotenza di non sapere come alzare la testa. Mi veniva automatico aiutare, salvare, mettere quanto io avevo disposizione, senza riserve.
Ma ora fa anche parte della mia (sudata) rinascita bloccarmi nell’istante preciso in cui vedo che quanto sto offrendo viene usato per altro.
E così oggi, lunedì 22 giugno 2015, ringrazio che queste preziose persone infelici e che questi fatti orribili sulla mia strada, mi facciano ricordare quanto sono luminosa. Un punto di luce nel loro buco nero.

Melania Emma

NON è COLPA TUA!

Parliamo di una cosa, utile a tutti noi dipendenti affettivi:
definire la propria madre come “narcisista” (o il partner) è a volte un modo per giustificare una certa parte del nostro disagio (per non dire terribile sofferenza), attribuendo appunto le responsabilità a qualcun’altro. Ma questo atteggiamento di mettere la colpa all’esterno è esso stesso narcisista. Perciò, attribuire la “colpa” esterna a noi non serve a molto, anzi, non serve nemmeno ragionare in termini di colpa, se poi la nostra intenzione è quella di migliorarci e crescere. La colpa andrebbe considerata responsabilità.
Loro hanno un proprio disturbo, ma ce l’hanno ai nostri occhi. Ai loro, di occhi, essi vivono bene (egosintonici).
Noi abbiamo un proprio disturbo e lo vediamo in tutta la sua portata “grazie” a loro che ci hanno messi in ginocchio. Soffriamo da bestia, vogliamo stare bene (egodistonici).
A questo punto, faccio notare che, una volta riusciti finalmente a ritrovarci lontani da quell’inferno dello stare accanto a persone simili, più passano i mesi e più serpeggia il Vuoto. Ed eccola là, la nostra responsabilità! Ci manca una causa cui dedicarci, ci manca qualcuno da raddrizzare.
Dunque, anche stando ben lontani da loro e sotto stretto no contact, avremo la prova che la colpa non è tutta la loro, ma siamo anche noi ad avere un problema (sempre se non ci siamo già gettati nella prima storia tampone che capita, e via che il ciclo infernale ricomincia).
L’ ESSERE ABITUATI A DIPENDERE si può cambiare prendendoci le nostre responsabilità.
Non la responsablità-colpa di aver fallito il rapporto (per quello eravamo in due), ma la responsabilità di adulti di segnare la fine della nostra sudditanza psicologica e capire dove abbiamo agito male con noi stessi finora.
Che loro restino al loro disturbo, ignari che si chiama tale, tanto nessuno li potrà aiutare.

Melania Emma

#16

“Mi sento INADEGUATO”

Quante volte ti ripeteva questa litania negli anni insieme? Era un martello che batteva e tu facevi affanosamente di tutto per farlo sentire ADEGUATO, oramai il tuo pensiero era volto a come-non-farlo-sentire-come-si-sentiva, ma più facevi, creavi, sistemavi, ADEGUAVI, più lui stava male.
Ovvio (eh sì, adesso lo è), perchè così lui faceva risaltare ancora di più la tua capacità, la tua forza, la tua luce: tutte quelle tue infinite risorse che venivano a soccorrerlo lo facevano sentire sempre peggio, sempre più infimo, sempre più inetto. INADEGUATO, appunto.
Così, quando la sua INADEGUATEZZA fu ormai amplificata a mille, egli anelò unicamente ad una cosa: distruggerti. Tu eri impossibile da stare a guardare per lui, eri (ora lo sai) la sua Nemesi. Eri, sei e rimani, la dimostrazione vivente di tutto quello che lui non sapeva essere e non sarà mai. Così ADEGUATAMENTE, fastidiosamente, luminosamente. Semplicemente da eliminare.

Melania Emma

“MI SENTO INADEGUATO…”

Quante volte hai sentito questa litania? Era come un martello che batteva e tu facevi affanosamente di tutto per farlo sentire ADEGUATO, oramai il tuo pensiero era volto a come-non-farlo-sentire-come-si-sentiva, ma più facevi, creavi, sistemavi, ADEGUAVI, più lui stava male. Ovvio (eh si, adesso lo è), perchè più ti prodigavi e più risaltava la tua capacità, la tua forza d’animo, la tua luce: tutte quelle tue infinite risorse che venivano a soccorrerlo lo facevano sentire sempre peggio, sempre più infimo, sempre più inetto.
INADEGUATO, appunto.
Così, quando la sua INADEGUATEZZA diventava amplificata a mille, egli anelava unicamente ad una cosa: distruggerti. Tu eri impossibile da stare a guardare per lui, eri (ora lo sai) la sua Nemesi. Eri, sei e rimani, la dimostrazione vivente di tutto quello che lui non sapeva essere e non sarà mai.

Melania Emma

PERCHè IL DOLORE DIVENTA QUALCOSA DA AMARE?

Un articolo sconvolgente questo, che tocca punti essenziali della relazione perversa, con parole cosi semplici da andare molto a fondo….fatelo girare, vi prego. Mel

Ci sono uomini, ma anche tante donne così come scrivono anche alcuni miei colleghi psico-blogger su Tiscali che sono incapaci di amare e che nella relazione con l’altro non possono fare a meno di usare la manipolazione affettiva come modalità pervasiva nel contatto con l’altro/a. La manipolazione dell’altro e della relazione è il pane quotidiano di questa tipologia di persone, che anche se spesso inconsapevolmente, ha lo scopo di distruggere, di annientare l’altro/a, ora amato, ora odiato, ora ammirato, ora invidiato
Nell’entrare in relazione con questa tipologia di persone, che non basterebbe chiamarle solo narcisisti, perché da un punto di vista clinico spesso hanno tratti borderline, istrionici, antisociali e paranoici si entra nel mondo di una relazione d’amore perversa, al limite della tortura. Nel dialogo con loro si ha spesso la sensazione una volta di parlare con un gattino che fa le fusa, altre volte si ha la sensazione di parlare con un boia che vuole decapitare le teste. E’ la dualità di queste personalità quella che in un certo senso “confonde” le prede d’amore, che si ancorano alla parte più buona, ma che è sempre e comunque manipolatrice e incapace di amore. Queste persone hanno un alta considerazione di sé e ovviamente scelgono per loro stessi/e chi li/le ama e tendono in ogni modo a tenerlo/le in pugno. Sicuramente non per costruire una storia d’amore, ma trarne un vantaggio, in termini di sicurezza e di base sicura (vedi in archivio i miei articoli sull’attaccamento)
Se è vero che spesso le vittime agiscono con il massimo sforzo per ottenere il minimo delle briciole d’amore, è vero che il manipolatore o la manipolatrice agiscono con il minimo sforzo per ottenere il massimo vantaggio. Sono inconsapevoli perlopiù. Agiscono con molta naturalezza e senza fretta, anzi, sarà proprio la preda a consegnarsi ogni volta alle sue mani, perché anche la più banale delle mosse, come per esempio quella del silenzio, non serve ad altro che stabilire l’asimetria della relazione (chi ha il potere, chi no). E chi ama spesso non ha potere in queste relazioni. Questo succede spesso perché la preda è stata toccata su un nodo profondo che ha a che fare con la sua vita affettiva e non ha strumenti per poter gestire “il vecchio” che ancora vive nel presente. Nella preda spesso si assiste ad una vera e propria scissione, la mente può sapere che tutto quello che sta succedendo è nocivo per la propria salute e per il proprio equilibrio, che la vita personale si sta prosciugando, che si hanno meno energie per il lavoro e per lo studio, che non si frequentano più spesso familiari e amici. L’amore è diventato totalizzante, come una droga nei confronti del/della proprio/a aguzzino/a. La scissione è un aspetto molto interessante anche nei racconti che la preda d’amore fa: un giorno lui o lei è amorevole, un giorno è un boia. Questo confonde totalmente anche chi sta vicino alla persona e sente i suoi racconti, pensiamo agli amici, che nel vortice dell’ambivalenza non capiscono più cosa sta succedendo alla persona cara. Spesso, se non sono amici che amano davvero, si allontanano.
L’effetto di queste relazioni è spaventoso, proprio perché si diventa lo specchio del narcisista, e la preda d’amore non comprende che tutto è finalizzato ad un utilizzo egoistico dell’amore incondizionato della preda, e la speranza che provino un senso di colpa per quello che stanno facendo in realtà è impossibile perché non hanno occhi per vedere l’altro. Con questo intendo che, non riuscendo a vedere sé stessi, perché non sanno chi sono, non possono sviluppare una capacità empatica nei confronti dell’altro, e se gli viene richiesta, scimmiottano, solo perché hanno paura di perdere il loro giocattolino.
La tenerezza è un’arma per nutrirsi della vittima, sino a svuotarla. Sono tanti e tante, le donne e gli uomini, che sono rimasti/e imbrigliati nella rete di una relazione così disfunzionali. Eppure, per ciò che ho potuto sentire, nonostante il riconoscere che la relazione è tossica rimangono appesi. Nonostante depressione, disforia, attacchi di panico, disturbi alimentari ecc….
Credo che una delle maggiori difficoltà sia proprio nella capacità di centrare su se stessi l’analisi sulla situazione, ma con il tempo mi sono reso conto che questo non basta, perché le persone sentivano comunque che qualcosa rimaneva appeso, rimaneva legato. E in questo caso, facendo tesoro degli insegnamenti della Telfener sulla forme di addio, ognuno ha il suo modo di esprimerlo. Trovare il centro non basta a risolvere una relazione di quel tipo, ma va rotto il gioco perverso che il narcisista ha messo su per tenere imbrigliata l’altra persona, (e spesso è la promessa d’amore) e questo ha sempre a che fare con un nodo molto profondo della preda (il narcisista spesso non lo sa) e che esprime emozioni di rabbia, di dolore. E’ per questo che queste relazioni finiscono sempre con dolore, con rabbia, perché non sono legami di bontà.
I/le manipolatori/trici scimmiottano l’amore, fanno finta di amare, sono in grado di dire di voler bene, possono persino parlare che un giorno ci sarà un matrimonio, un viaggio assieme. Ma la regola è sempre la stessa: ad ogni finta carezza sussegue un colpo di martello che spaccherà il cuore. Più carezze ci saranno, più colpi si prenderanno. L’obiettivo del narcisista è tenere in qualsiasi modo vicino la preda d’amore. E la preda dev’essere disposta davvero a vedere di tutto: altro che le 6 frustate finali in cinquanta sfumature di grigio…
E allora la domanda più semplice da porsi è questa: Cosa sto amando di lui/lei? Perché il rifiuto, il maltrattamento, la manipolazione e il raggiro divengono qualcosa da amare?
La situazione peggiore e il campanello di allarme aumenta di volume quando si sente di non avere più scelta, persino quando si dice: “Ho incontrato lui/lei nella mia vita e ora non posso tornare indietro“. Sembrano le maledizioni del cielo, ma non è così. Lui/lei è solo una persona molto danneggiata che si è incontrata nella propria vita. Si può andare avanti invece. Il manipolatore non è mai autentico e se lo vedeste in faccia per quello che realmente è fuggireste a gambe levate. Ma comprendo, dai racconti che sento, che questo processo avviene solo dopo un po’.
Dietro la trappola c’è sempre un ricatto affettivo a volte molto impercettibile, e una minaccia, costruita ad hoc proprio sul vostro tema più dolente. Se avevate paura degli schiaffi di vostra madre, probabilmente il vostro manipolatore ha intercettato questa paura e la usa contro di voi spaventandovi o minacciandovi di lasciarvi se continuate a confrontarlo o chiedergli/le tutto ciò di cui voi avreste bisogno per poter sopravvivere.
Scordatevi che il manipolatore si attribuisca una colpa, e quando lo fa è solo per fini egoistici, per esempio tenervi lontani per un po’. Non ci sarà mai un discorso profondo di riconoscimento di quanto può avervi ferito/e. La colpa sarà prevalentemente vostra, sia nei vostri difetti, e quelle più difficili da scardinare sono proprio quelle che fanno diventare i pregi una colpa. Perché se sapete amare, probabilmente questo diventerà una colpa del fatto che il vostro rapporto non andrà bene.
Un occhio di riguardo alle lusinghe. Queste sono sempre finalizzate ad ottenere qualcosa da voi, a mantenervi vicino, e a farvi ingerire un boccone amaro. Perché non dimenticate che siete il giocattolo preferito del narcisista. A questo ricordate tutte le volte che invece vi ha denigrato senza chiedervi mai scusa. Il narcisista non ha capacità di integrare, ma è un bambino capriccioso e arrabbiato che non si impegna, che vede 1000 giochi e non ne sceglie nemmeno uno. Questo il suo triste destino.
Un aspetto molto importante per le prede d’amore è quello di riconoscere di vivere all’interno di una relazione che crea sofferenza, e che ci si sta nutrendo di quello. Decidete quante scorpacciate volete ancora farvene, ma prima o poi dovrete fare i conti con le forze che saranno sempre meno, e con la vostra vita che sta diventando un deserto.

Fonte

Abbiate cura di voi.
Proprio la stessa cura che prestate a quel qualcuno da cui vorreste tanto venire amati.
Non si può convincere nessuno ad amarci curandocene allo spasimo, questa è manipolazione che chiamiamo “amore”.
Melania Emma

#14

Abbiate cura di voi.
Proprio la stessa cura che prestate a qualcuno che amate.
O, più precisamente, a qualcuno da cui volete essere amati.
Non si può “convincere” nessuno ad amarci curandocene, questa è manipolazione che chiamiamo speranza.
O peggio, amore.

Melania Emma

Ti amavo cosi tanto che mentre tu mi ferivi io ti consolavo. (Anonimo)