#12

Quando sei dipendente affettivo, inizi una NON-relazione con una persona che fin da subito si dimostra dolce e gentile (e moltissime altre cose), ma che spesso sottolinea di non voler nulla di serio e di impegnativo. E tu a quelle parole (pensaci bene quando ti chiederai dov’è mai cominciato tutto quel dolore), sei presa da un sentimento di sfida, rivalsa e speranza (l’Hybris) e ti convinci che, col tuo amore grande e la tua pazienza, riuscirai a fargli cambiare idea e a renderlo il compagno più innamorato che ci sia. Peccato non tener conto che l’amore non nasce perché TU desideri quella persona.

Melania Emma

“Non lo amo perché è bello, Nelly, ma perché è ancora di più uguale a me stessa di quanto possa esserlo io. Di qualsiasi cosa siano fatte le nostre anime, la sua e la mia sono identiche.”

Emily Bronte, “Cime tempestose” (L’amore simbiotico porta alla distruzione!)

L’AMORE “OLTRE”

“Cresciamo con l’idea che innamorarsi e amare siano un fatto normale, un’esperienza a cui siamo predestinati in quanto esseri umani. Dai giocattoli ai cartoni animati, dalla letteratura al cinema, passando per tv e internet, ovunque nella nostra cultura è diffuso il (pre)concetto che l’amore sia un obiettivo esistenziale spontaneo e alla portata di tutti, un sentimento “naturale” che prima o poi ci convoglia in coppie e famiglie felici e prolifiche. Ci viene proposto come normale e come norma un modello astratto di relazione stabile e soddisfacente basato sulla reciprocità e sull’armonia, un modello che in nessun modo rispecchia la realtà delle relazioni di coppia. A dispetto dell’iconografia culturale che rappresenta l’idillio, l’innamoramento e l’amore non solo sono per lo più esperienze transitorie, ma nella gran parte dei casi sono normalmente e fisiologicamente aree di ambivalenza, di conflitto, di sofferenza e di delusione per uno o per entrambe le parti in causa. Vale a dire che le relazioni che funzionano e che durano sono il frutto di combinazioni eccezionali tra bisogni e desideri profondi di individui capaci d’amore, e non certo la regola. Molte persone si considerano sfortunate perché non riescono a garantirsi una relazione equilibrata e perché hanno vissuto più di una storia tormentata o diversi rifiuti amorosi e per questo arrivano a considerasi “sbagliate”. Quando poi la tensione verso l’ideale amoroso diventa ossessione e deraglia nella dipendenza affettiva, l’idea di avere qualcosa che non vada nella propria identità si concretizza nella sintomatologia e nelle sue conseguenze: la stagnazione in relazioni realmente impossibili e autodistruttive o il ritiro in una solitudine amara e rassegnata. L’impossibile realizzazione dell’utopia dell’Amore “modello” apre il campo alla perdita della stima di sé, al pessimismo, alla vergogna e alla depressione. Spesso gli stereotipi dell’amore come esperienza universale e della coppia indivisibile e sacra sono assurti a Verità e chi non raggiunge lo standard si sente come se avesse qualcosa di rotto, di disfunzionale. E si condanna.

Donne intrappolate nei labirinti di uomini che non solo non le amano, ma non amano affatto, né loro né nessuna; uomini imprigionati nel deserto affettivo di compagne ipercontrollanti e frustranti che non li amano, ma non amano affatto, né loro né nessuno. Persone che non si innamorano per quanto si sforzino di farlo e per quanto siano dall’altro amate esistono e esistono non come espressione di patologia in una frazione infinitesima della casistica generale, ma come variante fisiologica e relativamente frequente dell’affettività umana. La psichiatria stigmatizza con l’etichetta di “alessitimia” il deficit nella capacità di provare emozioni e di riconoscere quelle altrui, ma il disturbo alessitimico può essere visto come l’estremo clinico di un continuum che descrive la comune condizione affettiva di individui perfettamente inseriti nel tessuto sociale e capaci di mantenere un equilibrio emozionale anche senza “amare”. Non c’è alcuna ragione per pensare che la mancanza di attitudine al sentimento d’amore, inteso nella sua accezione romantica più comune, sia il sintomo di una patologia, l’esito di un trauma o la conseguenza di una qualche deviazione dalla norma. L’innamoramento e l’amore possono essere viste come strategie di adattamento positivo nel complesso mondo della psiche, ma non sono probabilmente le uniche, né quelle valide per tutti, a meno di stabilire arbitrariamente che la piena realizzazione dell’essere umano sia subordinata alla costruzione di una coppia, al di là delle sue più profonde e autentiche inclinazioni. Sarebbe come dire che esistono persone di serie A che si innamorano e condividono floridi rapporti di coppia e altre di serie B che non ci riescono o che, in fondo, non lo desiderano. La realtà delle emozioni umane è molto più complessa di quanto si vorrebbe e sfugge al cliché onnipresente e riduzionista della coppia: in questa realtà ci sono uomini e donne che semplicemente non si innamorano e non amano, oppure che si innamorano ma non amano, o, infine, che amano ma non si innamorano. Nessuna di queste condizioni individua di per sé una patologia, ma descrive uno stato, una possibilità tanto “normale” quanto quella considerata usualmente “sana”.

La patologia scaturisce quando una persona che propende alla coppia incontra un’altra persona che per proprie dinamiche non necessariamente disfunzionali non vuole, non può o non riesce a corrispondere il sentimento d’amore canonico e a comunicare nel registro “normale” delle relazioni amorose. Quando ciò accade, si apre lo scenario più tetro della dipendenza affettiva: la rabbia, l’incomunicabilità, l’inseguimento, il rifiuto, il compromesso, la disistima e la disperazione. E a soffrirne, a volte sino ad ammalarsene, è il soggetto “normale”, quello la cui capacità d’amare è integra e più consona alla norma socio-culturale vigente; l’altro, invece, sembra mantenere il proprio equilibrio anche senza l’amore che gli viene richiesto, che dovrebbe provare e che non sente, e si avvantaggia delle lusinghe e dei riconoscimenti che la relazione gli procura a costo zero. Ci sono persone del tutto normali che non hanno bisogno d’amore, non lo cercano e, anzi, lo sfuggono e combattere contro la loro modalità di relazione vuol dire lottare contro mulini a vento. Se si vuole l’amore meglio cercarlo altrove. L’amore non è per tutti, ed è una cosa normalissima…”

Enrico Maria Secci

#8

Dipendenza affettiva è attesa esasperata della presenza e di un segno di riconoscimento da parte dell’Altro, come analgesico e palliativo momentaneo per non sentire il dolore di una perdita arcaica e di una fame di affetto, che continuano tuttavia a rimanere in cerca di soddisfazione. È sentirsi un leone in gabbia in attesa che qualcuno venga ad aprire la porta per liberarti e quando questo accade, ti ritrovi solamente dentro un’altra gabbia più grande.
Melania Emma

UNA COME ME

LE CARATTERISTICHE DELLA DIPENDENTE AFFETTIVA
Donare il proprio cuore senza chiedere nulla in cambio è tipico di una come me.
Essere il mondo per qualcuno restando il niente per sè è tipico di una come me.
Imprimersi a fuoco nel cuore degli altri, senza spesso rimanere nel cuore degli altri è tipico di una come me.
Ascoltare più che parlare è tipico di una come me.
Fare tanto per gli altri e fare niente per sè è proprio di una come me.
Volere bene tanto e volersi bene niente è tipico di una come me.
Essere presente sempre nella vita degli altri e dedicarsi poco a se è di una come me.
Far sognare gli altri e veder svanire i propri sogni è tipico di una come me.
Accarezzare il cuore degli altri e farsi graffiare il proprio è proprio di una come me.
Amare in silenzio e farsi urlare l’amore è tipico di una come me.
Ingoiare le lacrime ma farsi inondare da un temporale è di una come me.
Darsi sempre e totalmente farsi prendere e gettare tipico di una come me.
Entrare in punta dei piedi ma farsi calpestare è tipico di una come me.
Essere ciò che si è e accettare chi sembra quel che non è tipico di una come me.
Dire sempre la verità anche a chi da solo mezze verità è tipico di una come me.
Amare per sempre anche chi non ti ha amato per niente è proprio di una come me.
Continuare a credere anche quando ti stracciano l’anima è di una come me.
Dare sempre una risposta a chi non ascolta neanche la domanda è tipico di una come me.
Essere una comparsa fra mille falsi protagonisti è di una come me.
Eppure proprio di quelle come me tu hai bisogno per non sentire tutto il peso della tua inutilità…
Mena Lamb
www.maldamore.it

DIPENDENZA RELAZIONALE

Preferisco a volte non chiamarla “dipendenza affettiva” e sai perché?
Perché non riguarda solo la sfera degli affetti, di coppia o parentali che siano, bensì riguarda le relazioni tutte.
Si può avere una relazione anche con oggetti, con un animale, un pc, un hobby. Ma soprattutto la relazione malata non ha nulla di affettivo o che abbia a che fare con i SENTIMENTI, è solo un tourbillon di SENSAZIONI, che pretendiamo di chiamare amore, sentimento, coppia, ecc.
Non intendo aprire un insegnamento su cosa sia l’amore o una coppia, devo ancora spiegarmelo anch’io…ma ti invito a distinguere bene tra sentimento e sensazione.

Nelle sensazioni esiste una variante che nei sentimenti manca del tutto, una dannazione che ti può condizionare la vita e la quotidianità: ecco il CRAVING, letteralmente “brama, voglia, smania, desiderio ardente”. Niente di sexy, eh? E’ quella condizione in cui stai obbedendo a un richiamo, cosciente di farlo, cosciente che non dovresti, ma che fai comunque. Nella gestione del cibo, di un social, di una slot-machine, di una sostanza, di un hobby, come di una persona. E’ tutta una serie di gesti, rituali, atti compulsivi, che ti occupano la mente e guidano il corpo come se fossi una macchina che obbedisce. E’ tremendo, lo percepisci, non è sempre piacevole da provare ma per placare il craving puoi solo procurarti una dose, un momento, un controllo, un boccone. E’ vita questa?

Nella dipendenza relazionale (che NON è un sentimento e NON si chiama affetto/amore) si vive di sensazioni, esattamente come il drogato cerca la dose, aumenta la dose, muore senza dose. L’ho capito io stessa sulla mia pelle quando lui lasciandomi, mi ripeteva lentissimamente “non ti amo”, scandendolo bene, calmo e solenne. Io, che racchiudevo nella parola amore tutto il mio bene (ossia lui), impazzivo solo a pensare cosa sarebbe stato di me l’indomani, il prossimo week end, le prossime ferie senza lui, tutta la mia quotidianità senza lui e trovavo il vuoto. Il nulla assoluto. Senza lui io non mi vedevo neanche da lì a poche ore. Ero nell’abisso al rallentatore. Ed una parte di me però (probabilmente quella sana, dico oggi) non poteva fare a meno di notare che quel “non ti amo” era l’unica cosa vera, sensata e sicura che avesse mai pronunciato quell’uomo nei miei confronti. Era finalmente pronunciato il nome di quel gioco orrendo scambiato per amore.

Durante un craving di anni, una lucida parte di me sapeva benissimo chi era lui, quante ma quante volte mi aveva lasciata, quanto poco mi aveva dato e sempre a caro prezzo, quanto quel rapporto negli anni mi aveva ammalata e consumata, quanto dolore quotidiano provavo per una manciata di coccole e parole dolci, quanto dovevo darmi da fare per essere stretta in uno dei suoi indispensabili abbracci, quanto inferiore fosse a me culturalmente, spiritualmente, progettualmente…quanto fosse pericoloso per la mia salute e la mia autostima. Continuo?

Chi beve o si droga sa benissimo quanto male faccia quello che assume, ma lo fa. Per la sensazione di sollievo che riceve e in cui gli piace indulgere. La relazione con lui era comunque vitale per me, pur sapendo che persona era. Nella dipendenza dalla relazione non importa più che persona sia quella con cui sei, importa la relazione, il legame quotidiano e tutto quel tran-tran che fai per farti amare: il tourbillon, appunto. Sei dentro una giostra che funziona solo con la tua energia, e tu sai bene quanta ce ne vuole per far produrre alla giostra solo un breve giretto! A volte pensi anche di scendere dalla giostra, ma poi pensi che non sapresti procurarti diversamente quelle sensazioni e concludi che quella relazione è un investimento troppo grosso ormai, hai puntato tanto, ne va del tuo valore se molli. E non molli.

Questa è la dipendenza relazionale. Un’illusione come tutte le dipendenze, che fa leva sulle sensazioni che hai bisogno di provare per essere felice e stare finalmente bene. Respiri solo così, ti senti libero così, ma non dura. Sei schiavo.

Melania Emma

BREAKING THE WAVES

waves

Un film per capire la dipendenza e l’ossessione e l’amore perverso. Lars Von Trier “disturba” molto bene coi suoi films e molti di noi cadono spesso così in basso.

“La persona “matura”, “felice”, è quella capace di amare se stessa e amare gli altri. Fromm dice che non si nasce  capaci di amare, ma la capacità di amare è un percorso, è un allenamento e amare non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza.
Egli dice che ci sono fondamentalmente due tipi di persone.
C’è un tipo di persone che amano solo se stessi, non amano assolutamente gli altri e non provano nessun senso di colpa, in questo caso l’io si ingrandisce all’infinito: io sono tutto, cioè: io amo solo me stesso.
Poi c’è un altro tipo di persone: quelle che si annullano completamente per amare soltanto gli altri. Amano se stesse proiettandosi sugli altri. In questo caso l’altro è soffocato, non ha nessuna autonomia di esistenza. Questo non è amore autentico perchè manca la libertà, io sono costretto a fare questo.
Queste ultime non sono capaci di sopportare il senso di colpa che le assale se provano ad amare se stesse e allora devono spostarsi e proiettarsi sugli altri. In questo caso l’altro è soffocato, non ha nessuna autonomia perchè queste persone pensano che i loro bisogni siano quelli dell’altro. Una prova di questo è che l’altro non si sente amato, perchè non è amato per se stesso. Questo tipo di amore non dà gioia nè a chi lo dà nè a chi lo riceve. Amare non è annullarsi per l’altro, non è non poter vivere senza l’altro, questo è bisogno, questa è simbiosi.
Vedremo nel film che Bess non ama se stessa e non può amare Yan, si annulla in Yan. L’amore non è annullamento di sé. L’amore è dono nella libertà. L’amore di Bess arriva fino al sacrificio ma non al dono perché il dono presuppone la libertà e Bess non è libera, è preda del suo bisogno. Amare è godere del dono della vita, accettare anche gli eventi traumatici quando non è in nostro potere cambiarli, accettare il dolore come elemento di trasformazione e di crescita.
In mezzo a questi due grandi filoni ci sono persone che oscillano dall’uno all’altro polo con moltissime sfumature di comportamento. Louise L. Hay nel CD “Guarisci il tuo corpo” dice che le persone che provano sensi di colpa e odio per loro stesse non possono godersi la vita, non riescono ad esprimersi, cercano sempre di far piacere agli altri o sono continuamente tesi ed arrabbiati. Ella dice: meno odio proveremo verso noi stessi e meno sensi di colpa avremo e più potremo amarci, nel senso di volerci bene, possiamo aggiungere noi.
Nel libro “Donne che amano troppo”, viene trattato il tema dell’amore e di quello che si fa in nome dell’amore. Sembra infatti che siano più le bambine che non i bambini ad essere educate  all’empatia, al sacrificio a mettere al primo posto il “benessere” dell’altro. Così da grandi queste bambine, diventeranno madri e mogli sacrificali, sceglieranno professioni in cui possono aiutare gli altri, si occuperanno dei propri malati ed anziani. Fino a che punto è giusto e sano  occuparsi degli altri e dimenticarsi di se stessi? Forse ognuno di noi dovrà trovare un equilibrio tra amore e sacrificio, tra amore di sé e amore per l’altro, che dipenderà dalla sua storia personale, dal suo percorso, dai suoi valori, per cui quello che può essere “giusto” per una persona  può non  esserlo per un’altra. Ciò non toglie che sia molto importante riflettere su questi temi particolarmente coinvolgenti e scottanti. Atteggiamenti di altruismo possono celare a volte scarsa stima di sè, il bisogno di prendersi cura dell’altro potrebbe nascondere il forte desiderio che qualcuno si prenda cura di noi o noi che ci prendiamo cura di noi stessi. Andare dietro ai bisogni dell’altro potrebbe essere un modo anche per controllare l’altro. Occorre imparare  a mettere se stessi al centro della propria vita, pensare di meritare di esseri amati e di esseri felici.
Louise  L. Hay afferma che spesso  noi diciamo: non sono abbastanza bravo, non faccio abbastanza, non me lo merito. Ma rispetto a chi, in base a quale istanza? Se questi sentimenti sono molto forti allora non si può creare una vita gioiosa  e in salute.
Bess vive un amore grande e meraviglioso per Yan che soddisfa un suo grande bisogno e un suo grande desiderio di amare e di essere amata. Ella aveva pregato tanto Dio perché le facesse incontrare l’amore. Yan la desidera molto, la possiede, la trova bellissima e la ama. Lei lo riama con ardore, per lei Yan è “tutto”, da lui può avere quella accoglienza e quelle carezze che forse i suoi genitori non le hanno mai dato.
La madre è fredda e distante e non può esprimere nessuna emozione e quasi non si rassegna ad avere Bess, questa figlia, buona, desiderosa di affetto, ma molto fragile. La madre di Bess è totalmente identificata con la comunità e le sue rigide regole, tanto che non può accettare la trasgressione della figlia, aprire il suo cuore e lasciarsi andare al sentimento. Ella non apre  la porta alla figlia neanche quando ha disperatamente bisogno di aiuto. Il nonno è lontano, è completamente preso dalla religione, non c’è posto per nessuno. Bess ha bisogno di Yan, non ne può fare a meno, pensa continuamente a lui, ha bisogno proprio del contatto fisico. Forse “rivive” con lui le esperienze profonde di quando un bambino nasce e ha bisogno di tutto per continuare a vivere. Ha bisogno delle “cure” materne, del nutrimento, di tutto, altrimenti muore.
Il personaggio di Bess esprime bene il bisogno di amare e di essere amati di ogni essere umano. Il bisogno forte e indispensabile come lo sono l’aria e l’acqua per vivere. Questo porta Bess a vivere il rapporto con Yan in modo simbiotico e totalizzante, fino a perdere di vista se stessa, proiettata interamente su di lui. Ella è sorda è cieca alle preoccupazioni amorevoli e alle cure del medico, che le si propone come una figura paterna positiva. Ella non accoglie i suoi ripetuti inviti, che forse avrebbero potuta salvarla. Bess crede al potere dell’amore e questa è già una componente dell’amore,  ma questa fede nel potere dell’amore è però inquinata e confusa dal suo bisogno assoluto di essere amata. Tutto quello che Bess fa , fino a distruggersi, lo fa spinta da questo suo grande bisogno d’amore.
Il suo bisogno d’amore non riesce a decollare in capacità di amare, perché?  Perché amare presuppone soprattutto amore e rispetto di sé e anche libertà, libertà dai bisogni infantili. Ella ha un innamoramento travolgente per Yan, non sopporta che si debba separare perché lui deve allontanarsi per lavoro. Bess ha una parte “bambina” molto sviluppata e ha un  forte super-io che proietta in Dio. Dio è buono, ma anche severo e punisce.
Si sente in colpa di avere questo grande amore e desidera tanto Yan e non riesce a superare la separazione. Quando Yan ha un grave incidente sul lavoro che lo renderà gravemente menomato, pensa che è colpa sua. Si sente in colpa per l’amore possessivo che ha verso di lui e quindi deve espiare. Anche Yan è una persona fragile e contorta, crede di poter continuare a vivere attraverso lei,  spingendola a fare l’amore con altri uomini, facendosi poi raccontare i particolari amorosi.
Bess non si considera niente, non sa di essere un valore, non ha avuto quasi mai un amore e adesso lei crede di continuare ad averlo umiliandosi e facendosi del male. Louise L. Hay direbbe che sono i “nostri pensieri”, i nostri modi di fare, i nostri atteggiamenti che fanno sì che siamo attratti da persone che poi si approfitteranno di noi e ci aggrediranno.
Questo immolarsi incontrando, per sua scelta, prima il dolore e poi la morte, convinta di poter così salvare la vita al marito, non è amore per l’altro ma odio per se stessa con cui lei si incontra, in particolare, prostituendosi l’ultima volta, sulla barca, in balia di una violenza inaudita. Bess agisce la sua vendetta e il suo odio verso sua madre. Facendosi aggredire è come se lei fosse nello stesso tempo e sua madre e i suoi aguzzini, così, facendosi aggredire, aggredisce sua madre.
Questo è l’odio rimosso, di cui spesso non ne siamo neppure consapevoli. Quando ci capita di metterci in situazioni distruttive dobbiamo sempre chiederci il perché. Quindi riaffermiamo che Bess non ama se stessa, ma neppure Yan perché non l’aiuta ad uscire dalla sua parte malata “perversa” e non ama gli uomini che lei incontra perché  lei li usa e li disprezza e dai quali è “usata” e disprezzata.
Bess non ce la farà, ma Yan inaspettatamente migliora e riesce addirittura a camminare da solo. Bess morirà felice di averlo salvato, ma triste perchè sa che non ce la farà.
Yan si riscatta in tutto questo e ruberà il corpo di Bess affinché i padri della chiesa non le dicano che lei andrà all’inferno: l’ultima immensa punizione per la sua colpa di essere nata senza amore.”

di Graziella Maria Lopez