ANORESSIA SENTIMENTALE

Uomini e donne si frequentano, al giorno d’oggi, con una intensità di cui non si ha riscontro in altre epoche storiche; le occasioni di contatto si moltiplicano e proliferano sotto ogni forma (scuole, università, luoghi di lavoro, attività turistiche e di svago, società sportive, club, locali, agenzie matrimoniali, luoghi d’incontro virtuali…), eppure vi sono uomini e donne che hanno rimosso e dimenticato cosa sia l’amore. In senso stretto, l’anoressia sentimentale, l’incapacità di amare, è una vera e propria pandemia che colpisce, su larghissima scala, tutte le età ed entrambi i sessi, soprattutto nel mondo a modello occidentale.

La fenomenologia è la più varia: chi ne è affetto può essere tanto un individuo solitario quanto una persona in apparenza socievole, amante della buona compagnia e dei divertimenti. Ma la struttura di fondo del disturbo è identica: il bisogno affettivo è rimosso in virtù di una personalità autarchica, chiusa in se stessa, regolata da abitudini e ritmi personali e ogni qual volta la possibilità di amare si apre un varco nella rigida armatura difensiva sorge dal fondo dell’animo in taluni una malinconia profonda, in altri una rabbia cieca e devastante, in altri ancora una fredda razionalità che vede nell’oggetto amato (nella persona che ha penetrato il cuore) solo vizi e difetti e nella nuova opportunità una fonte incessante di dubbi e preoccupazioni. A questo punto, l’indifferente può diventare — con l’incertezza, il disprezzo o il sadismo — un persecutore di colui/colei che ha osato turbare il suo equilibrio.

Ecco come lo descrive lo psicoanalista Otto Kernberg

In circostanze patologiche, come la patologia narcisistica grave, lo smantellamento del mondo interno di relazioni oggettuali può portare all’incapacità di desiderio erotico, accompagnata da una diffusa, non selettiva e perpetuamente insoddisfatta manifestazione casuale di eccitazione sessuale, o perfino dalla mancanza di una capacità di eccitazione sessuale.

L’incapace di amare talvolta si tormenta per ciò che è divenuto; talaltra invece se ne fa un vanto, perché la sua resistenza alla lusinga è — secondo lui — una superiore prova di forza; infine, altre volte ancora vive in una razionalità così astratta da non accorgersi nemmeno della solitudine dell’anima e della aridità del cuore che ha generato dentro di sé.

Intuibile che la patologia narcisistica cui fa riferimento Kernberg ha almeno due possibili sviluppi: uno sul versante ossessivo coincide con l’uomo — o la donna — che vive in un suo ordine solitario, rigido ed efficiente e più o meno relazionato (l’incapace di amare può essere un single, ma anche un uomo o una donna che vive in famiglia, ma che non degna più il partner delle proprie attenzioni giudicando la sessualità e l’amore delle inutili e scomode perdite di tempo o attività noiose, prive di senso o vagamente disgustose); l’altra è sul versante dell’isteria, dove l’incapace di amare oltre a ostentare indifferenza, può talvolta intrappolare i suoi partner in tormentose dinamiche nelle quali ora avvengono inattese fusioni sentimentali, spesso accompagnate da appassionate manifestazioni di tenerezze, cui seguono repentini distacchi, un fare freddo e scostante, talvolta contrassegnato dal disprezzo.

Chi vive in questa strana condizione esistenziale è qualcuno che ha individuato nell’amore la maggior fonte di sofferenza umana o, per via di traumi subiti, della sua personale sofferenza e ha deciso di non soffrire mai più. Talvolta è stato un bambino deprivato di amore in età nelle quali poteva avvertirne la mancanza e perciò soffrirne, oppure un bambino o un adolescente intenzionalmente trascurato, non amato o anche trattenuto in un rapporto ora seduttivo ora rifiutante. Altre volte, cresciuto fiducioso, è andato incontro a lunghe sofferenze sentimentali in età adulta. Altre ancora, illuso di poter realizzare nel mondo scopi di ordine superiore e deluso in profondità in questa aspettativa, rinuncia alla vita e fa pagare all’innamorato/a il prezzo di questa catastrofica delusione.

In termini più generali, egli ha smesso di credere nell’affidabilità degli esseri umani e nella capacità retributiva e restaurativa della fiducia e dell’amore. In modo più o meno consapevole, ha abbracciato l’ideologia anestetica contemporanea, intesa a far sentire forte, superiore, colui che relega la passione nell’altro, riservando per sé il ruolo del bell’indifferente, dello spassionato razionale, dello sprezzatore dell’umana vulnerabilità.

La mia esperienza umana e clinica mi suggerisce che questa condizione esistenziale va sempre più costituendo il “doppio speculare” della soggettività contemporanea. Per un verso animata da innumerevoli e frenetici desideri, l’umanità attuale va per altro verso elaborando una strategia di difesa per la quale ogni desiderio — ma soprattutto i bisogni relazionali — sono trappole da evitare.

Esce da questa patologia — invisibile in un mondo che la invidia e la favorisce — solo chi vuole uscirne e accetta l’idea che coraggioso non è chi reprime il desiderio, ma colui che accetta il rischio esistenziale di vivere fino in fondo le qualità specifiche della natura umana, fra le quali fa spicco proprio quella capacità di immedesimarsi, fondersi ed amare da cui l’anoressico sentimentale rifugge con disgusto e con paura. (un contributo del dott. Nicola Ghezzani)

Il narcisista è maestro nel provocare reazioni.
Di rabbia, di opposizione, di giustizia, di ordine.
Viola “involontariamente” confini e diritti.
Lo scopo?
Usare la reazione ottenuta per dimostrare.
Quanto lo han capito male.
Quanto era in buona fede.
Quanto soffre per le ingiustizie.
Quanto gli altri sono un problema.
Quanto è vittima degli altri.
Quanto, ma quanto, è buono.
E non c’è niente di più narcisistico di una vittima inconsapevole.
Melania Emma

SUOCERE

Cari lettori, ciao.
Non abbiate mai nessuna remora o senso di colpa nel tagliare i ponti con certi vostri “amici”.
Mi rivolgo soprattutto a noi donne: una VERA amica conosce e ricorda SEMPRE le parole “scusa”, “mi dispiace”, “non volevo”, “a te ci tengo”, “grazie” e non le dà per scontate in virtù della confidenza. Una vera amica si accerta che tu abbia capito bene cosa intende dirti, se non hai capito lo rispiega, non lascia MAI che tu capisca qualcosa che non è. Una vera amica ti critica molto ma sempre con fare gentile, dalle sue parole di critica devi sentire AMORE, devi sentire attenzione alla tua sensibilità, devi sentire che parla PER TE.
Invece ci sono “amiche” che quando ti parlano lo fanno da SUOCERE. Se ciò accade, quella “cara amica” ha qualcosa di traverso con te, stanne certa e se vuoi la certezza di questo (perchè a chiederle se ha qualche mal di pancia con te, negherebbe) dille che ti ha ferita con le sue parole, dille che le sue critiche ti fanno male, dille che non te lo aspettavi: se fosse una cara amica che non intendeva farti male, starebbe malissimo nel sapere di averti ferita, ma di certo non serve spiegare come si comporta una persona che ti ama ed è contrita per te, giusto? Se invece non è dispiaciuta, quella è una SUOCERA, e la vedrai offendersi, indurirsi nei toni e modi, arrivare a dirti che TU hai frainteso e che TU sei permalosa, infine girare il culo e sparire nel silenzio. E anche questo copione non serve spiegare che nome ha, giusto?
Allora: non abbiate mai nessuna remora o senso di colpa nel tagliare i ponti con QUESTI “amici”, perchè se vi tenete un rapporto così, state acconsentendo ad accettare un abuso emotivo: venite feriti e l’altro se ne frega. NO!
Molto ma molto spesso queste “suocere” sapete chi sono? Sono donne sane, normalissime, empatiche, sensibili e dotate, che per inconsapevolezza (o convenienza) stanno a loro volta dentro a rapporti malati o dentro situazioni di abuso narcisistico. E purtroppo sappiamo come si diventa co-narcisisti stando accanto e dentro situazioni abusanti di questo tipo, ma ciò non toglie che NOI si debba tollerare il riverbero velenoso di qualcuno che vive dentro situazioni e rapporti disturbati, specie se anche noi ci abbiamo messo anni a scollarci di dosso quel veleno narcisista.
Non perdete niente se chiudete questi ponti, se restate perdete un altro pezzo di voi stessi.
Vi abbraccio!


Melania Emma

Se vuoi vincere con un narcisista patologico, non giocare.
Se stai giocando, smetti.
Se stai pensando di vendicarti, sappi che dovrai farlo sporcandoti del suo fango.
La tentazione di dirgli che hai capito chi è, di dirgli ogni cosa che pensi, è grandissima, ma non farlo: per lui quello è cibo nutriente e gli daresti altro potere.
Mantieni il segreto, mantieni il silenzio, mantieni il sorriso. Dagli ragione. Dagli indifferenza. Dagli assenza.
Prega che abbia un’altra storia in cui si sente bravo, capace e potente così se lo nutre un’altra. E non cedere mai alla tentazione di allertare quell’altra: anche tu volevi continuare a illuderti, ricordi? Lasciala dormire e pensa a star sveglia.
Se c’è un dio per te, quello è il Tempo: col Tempo lo vedrai in tutto il suo squallore (oh..se lo vedrai!), proprio quello dove ti trascinava, che chiamava “amore” e da cui però sei uscita insozzata.
Uscita.
Sei uscita.
Resta fuori.
Melania Emma

CO-NARCISISMO: COME CI SI ADATTA A GENITORI NARCISISTI – Alan Rappoport

Questo articolo introduce il termine “co-narcisismo” in riferimento al modo in cui le persone si adattano a genitori narcisistici. Uso qui il termine narcisismo per descrivere persone con un’autostima molto bassa che tentano di controllare il modo in cui gli altri li vedono a scopi difensivi. Queste persone sono rigide sul piano dei rapporti interpersonali, si offendono facilmente, sono concentrate su se stesse, ipercritiche, e trovano difficile empatizzare con gli altri.
Le persone co-narcisistiche, come risultato dei loro tentativi di andare d’accordo coi propri genitori narcisistici, lavorano duramente per compiacere gli altri, sono sempre d’accordo con le opinioni altrui, si preoccupano di cosa gli altri pensano e provano nei loro confronti, sono spesso depresse o ansiose, faticano a sviluppare un proprio punto di vista e una propria personale esperienza e si prendono tutta la colpa in caso di problemi nei rapporti interpersonali. Essi temono di essere considerati egoisti se agiscono in maniera assertiva. Un’elevata percentuale di pazienti in psicoterapia presenta un disturbo co-narcisistico. L’articolo discute la sindrome del co-narcisismo e il suo trattamento, e fornisce esempi clinici di pazienti che soffrono di questo disturbo.

NARCISISMO
Il narcisismo, uno stato psicologico radicato in un’autostima estremamente bassa, è una sindrome comune tra i genitori dei pazienti in psicoterapia. Le persone narcisiste sono molto timorose di non essere tenute in giusta considerazione dagli altri, e tentano dunque di controllare i comportamenti e i punti di vista altrui al fine di proteggere la propria autostima. La dinamica sottostante al narcisismo è un profondo, solitamente inconscio, senso di sé come pericolosamente inadeguato e passibile di critiche e rifiuto. L’uso comune del termine si riferisce ad alcuni dei modi in cui le persone si difendono da questa dinamica narcisistica: la preoccupazione relativa alla propria immagine fisica e sociale, la preoccupazione relativa ai propri pensieri e sentimenti, e un senso di grandiosità. Ci sono, tuttavia, molti altri comportamenti che possono derivare da preoccupazioni narcisiste, come l’immersione nelle proprie questioni personali al punto da escludere gli altri, l’incapacità di empatizzare con l’esperienza altrui, la rigidità interpersonale, l’insistenza sul fatto che solo le proprie opinioni e i propri valori sono “giusti” e una tendenza a offendersi facilmente e a prendere le cose sul piano personale.

Un’elevata percentuale di persone in psicoterapia si è adattata alla vita con persone narcisiste e, come risultato, non è stata capace di sviluppare modi sani di esprimere e orientare se stessi. Ho coniato per questo adattamento il termine “co-narcisismo”, che ha la stessa relazione con il narcisismo di quella che “co-alcolista” ha con l’alcolismo e che “co-dipendente” ha con la dipendenza. I co-alcolisti colludono inconsciamente con gli alcolisti, fornendo loro delle scuse senza metterli di fronte ai propri problemi in maniera decisa. Lo stesso vale per la persona co-dipendente, che trova scuse per la dipendenza dell’altro e se ne prende la responsabilità se necessario. La moglie di un marito che abusa di sostanze che si dichiara responsabile per il comportamento del marito non è che uno dei tanti casi in cui ci si prende la colpa per i problemi di qualcun altro. Sia il narcisismo che il co-narcisismo sono adattamenti che il bambino ha messo in atto per far fronte a figure genitoriali narcisiste. Per quanto ne so, ogni persona narcisisticae co-narcisistica che ho incontrato ha avuto genitori narcisisti, e i genitori dei loro genitori sono stati descritti come ancor più narcisisti.

Questi genitori narcisisti, sono controllanti, critici, concentrati su se stessi, intolleranti nei confronti del punto di vista altrui, inconsapevoli dei bisogni dei propri bambini e dell’effetto dei propri comportamenti su di essi, ed esigono che i figli li vedano come essi desiderano essere visti. Inoltre tali genitori possono pretendere un certo comportamento da parte dei figli perché li vedono come un’estensione di se stessi, e hanno bisogno che i figli li rappresentino nel mondo nei modi più confacenti ai propri bisogni emotivi. (Ad esempio, un padre narcisista che aveva lavorato come avvocato pretendeva che suo figlio, da sempre trattato come il “favorito” all’interno della famiglia, intraprendesse a sua volta la professione legale. Quando il figlio ha scelto un’altra carriera, il padre l’ha rinnegato e denigrato). Queste caratteristiche porteranno il genitore a essere molto intrusivo in certi casi, e completamente trascurante in altri. I figli vengono puniti se non rispondono adeguatamente ai bisogni dei genitori. Questa punizione può assumere una varietà di forme, inclusi maltrattamenti fisici, scoppi d’ira, biasimo, tentativi di instillare senso di colpa, ritiro emotivo e critiche. Qualsiasi forma essa assuma, lo scopo della punizione è di rinforzare la sottomissione ai bisogni narcisistici dei genitori.

CO-NARCISISMO
I figli dei narcisisti sono propensi a sentirsi eccessivamente responsabili per gli altri. Essi tendono a supporre che i bisogni degli altri siano simili a quelli dei propri genitori, e si sentono costretti ad andare incontro a questi bisogni rispondendo in modo adeguato. In genere sono inconsapevoli dei propri sentimenti, dei propri bisogni e della propria esperienza, e restano nell’ombra nelle relazioni.

Le persone co-narcisiste sono tipicamente insicure perché non sono state valutate per quello che sono, e sono state considerate dai propri genitori solo nella misura in cui rispondono ai loro bisogni. Esse sviluppano opinioni di sé basate sul trattamento loro riservato dai propri genitori e quindi hanno spesso delle idee estremamente distorte di chi sono. Per esempio, possono temere di essere innatamente insensibili, egoiste, manchevoli, timorose, incapaci di amare, eccessivamente esigenti, difficili da soddisfare, inibite e/o prive di valore.

Le persone che si comportano in modo co-narcisista condividono un certo numero delle seguenti caratteristiche: tendono ad avere una bassa autostima, a lavorare duramente per compiacere gli altri, a dipendere dalle opinioni altrui, a basarsi sulle altrui visioni del mondo e sono inconsapevoli dei propri orientamenti, spesso depresse o ansiose, trovano difficile capire ciò che pensano e sentono riguardo a un dato argomento, mettono in dubbio la validità dei propri pensieri e opinioni (specialmente quando essi sono in conflitto coi punti di vista degli altri), e si prendono la colpa per i problemi nei rapporti interpersonali.

Spesso, la stessa persona mostra comportamenti sia narcisistici che co-narcisistici, a seconda delle circostanze. Una persona che è stata cresciuta da un genitore narcisista o co-narcisista è propensa a ritenere che, in qualsiasi relazione interpersonale, una persona sia narcisistica e l’altra co-narcisistica, e che spesso possano assumere l’una il ruolo dell’altra. Generalmente, un genitore era principalmente narcisista e l’altro principalmente co-narcisista, e così entrambi gli orientamenti hanno costituito un modello per il bambino. Entrambe le condizioni sono radicate in una bassa autostima. Entrambe sono modi di difendere se stessi dalle paure derivanti da critiche internalizzate e di convivere con coloro da cui vengono queste critiche. Coloro che sono primariamente co-narcisisti possono comportarsi narcisisticamente quando la loro autostima viene minacciata, o quando i propri partner assumono il ruolo co-narcisista; le persone che si comportano primariamente in modo narcisista possono agire co-narcisisticamente quando temono di essere ritenute responsabili e di venire punite per l’esperienza di qualcun altro.

Le persone narcisiste incolpano gli altri per i propri problemi. Tendono a non richiedere un trattamento psicoterapeutico perché temono che il terapeuta le vedrà come manchevoli, e sono quindi molto sulla difensiva nella relazione con quest’ultimo. Non si sentono libere o sicure abbastanza di analizzare il proprio comportamento, e tipicamente evitano la situazione psicoterapeutica. Le persone co-narcisiste, tuttavia, sono pronte a prendersi la colpa e la responsabilità dei problemi, e sono molto più propense di quelle narcisiste a cercare aiuto perché spesso si rendono conto che sono loro ad averne bisogno.

L’immagine che ho spesso in mente, e che condivido con i miei pazienti riguardo al narcisismo, è che il narcisista ha bisogno di essere sul palcoscenico, e il co-narcisista funge da pubblico. Il narcisista è sulla scena, che recita e ha bisogno di attenzioni, apprezzamento, supporto, lodi, rassicurazioni e incoraggiamento, e il ruolo del co-narcisista è di fornirgli tutto questo. I co-narcisisti sono apprezzati e premiati quando recitano bene il proprio ruolo ma, in caso contrario, sono rimproverati e puniti.

Uno degli aspetti critici della situazione interpersonale che viene a crearsi quando una persona è narcisista o co-narcisista è che questa situazione non è una relazione nel vero senso della parola. Per relazione intendo un’interazione interpersonale in cui ciascuna persona è in grado di pensare e agire in base ai propri bisogni, alla propria esperienza e al proprio punto di vista, così come è in grado di tenere in considerazione e rispondere all’esperienza dell’altra persona. Entrambe le persone sono importanti l’una per l’altra. In un incontro narcisista invece c’è, da un punto di vista psicologico, una sola persona. La persona co-narcisista scompare per entrambi i membri della relazione, e conta solo l’esperienza della persona narcisistica. I bambini cresciuti da genitori narcisisti finiscono per credere che tutte le altre persone siano in qualche misura narcisiste. Il risultato è che essi orientano se stessi intorno all’altra persona nelle relazioni, perdono un chiaro senso di se stessi, e non riescono ad esprimersi facilmente né a vivere pienamente le proprie vite. Tutti questi adattamenti sono relativamente inconsci, dunque la maggior parte delle persone co-narcisiste non è consapevole delle ragioni del proprio comportamento. Questi soggetti possono considerarsi inibiti e ansiosi di natura, mancanti di ciò che serve per essere decisi nella vita. La loro tendenza a non esprimere i propri pensieri e sentimenti e a sostenere e incoraggiare i bisogni altrui crea una sorta di disequilibrio nelle loro relazioni, e le altre persone, come risultato, possono prendersi più dello spazio interpersonale che spetta loro, dando così realmente l’impressione di essere narcisisti, come temono di essere i co-narcisisti.

Le persone co-narcisiste spesso temono di essere considerate egoiste se si comportassero in modo più risoluto. Solitamente, sono state abituate a pensare in questo modo perché uno o entrambi i genitori li dipingevano come egoisti se non soddisfavano i loro bisogni. Io considero le preoccupazioni dei pazienti riguardo all’idea di essere egoisti come un indicatore di un disturbo narcisista nei genitori, perché la motivazione dell’egoismo predomina nelle menti delle persone narcisiste. Si tratta della componente di maggior peso del loro stile difensivo, ed è quindi una motivazione che essi attribuiscono facilmente agli altri (o la proiettano su di essi).

Ci sono tre tipologie comuni di risposta dei figli ai problemi interpersonali causati loro dai propri genitori: identificazione, sottomissionee ribellione (vedi Gootnick, 1997, per una discussione più ampia di questi fenomeni). L’identificazione è l’imitazione di uno o entrambi i genitori, che può essere richiesta dai genitori stessi al fine di mantenere un senso di unione con il proprio figlio. Secondo i genitori narcisisti, il bambino deve esibire le stesse qualità, valori, sentimenti e comportamento che il genitore utilizza per difendere la propria autostima. Per esempio, un “genitore bullo” può non solo comportarsi come tale nei confronti del figlio, ma pretendere che il bambino diventi un bullo a sua volta. Un genitore la cui autostima dipende dai suoi risultati accademici può esigere che il figlio sia a sua volta concentrato solo su di essi, e valutarlo (o svalutarlo) in relazione ai suoi successi in quest’ambito. L’identificazione è una reazione al fatto che il genitore vede il figlio come colui che lo o la rappresenta, ed è il prezzo da pagare per mantenere un legame con il genitore in questione. Ciò porta il bambino a diventare narcisista a sua volta.

La sottomissionesi riferisce all’adattamento co-narcisista descritto in precedenza, in cui il bambino si trasforma nel pubblico compiacente ricercato dal genitore. Il bambino si sottomette ai bisogni del genitore diventando la controparte che egli cerca. Tutte e tre le forme di adattamento (identificazione, sottomissione, ribellione) possono essere viste come una sottomissione in senso più ampio, dal momento che, in ogni caso, il bambino si sottomette in qualche modo ai bisogni del genitore ed è influenzatoda quest’ultimo. Ciò che delinea una sottomissione in questo senso è il fatto che il bambino diviene la controparte di cui il genitore di volta in volta ha bisogno, per aiutarlo a gestire le minacce alla propria autostima.

Per ribellione si intende una lotta per non accettare i dettami del genitore, comportandosi in modo oppositivo nei suoi confronti. Un esempio di tale comportamento è quello di un bambino intelligente che va male a scuola in risposta al bisogno del genitore che il figlio sia uno scolaro modello. La questione critica qui è che il bambino sta inconsciamente tentando di non sottomettersi all’immagine di lui voluta dal padre, nonostante la sua innata tendenza ad adeguarsi ai bisogni di quest’ultimo. Egli agisce comunque in modo autodifensivo, per provare a mantenere un senso di indipendenza. (Se la pressione a sottomettersi non fosse stata internalizzata, il bambino si sentirebbe libero di andar bene a scuola nonostante la tendenza del genitore a pilotare il suo rendimento scolastico).

PSICOTERAPIA
Le persone co-narcisiste ritengono automaticamente e inconsciamente che chiunque sia narcisista. Esse hanno la stessa paura per quanto riguarda il terapeuta, ma sono in grado di intraprendere un trattamento perché pensano anche che il terapeuta potrebbe essere diverso dagli altri. L’aspetto più significativo del lavoro del paziente co-narcisista in terapia consiste nel determinare in che grado il terapeuta sia narcisista. Possiamo anche affermare che la terapia consiste nell’aiutare il paziente ad acquisire fiducia nel fatto che il terapeuta non è narcisista. Sperimentare una relazione non basata sul narcisismo è profondamente curativo per il paziente. Le persone co-narciste sono inoltre molto aiutate dall’incarnazione nel terapeuta dei principi, teorizzati da Carl Rogers: fedele empatia, calore interpersonale, considerazione positiva del paziente e autenticità. Questi comportamenti del terapeuta forniscono una contraddizione concreta alle esperienze che hanno causato i problemi di queste persone. I pazienti cercheranno di capire quanto siano al sicuro non adeguando il proprio comportamento ai bisogni immaginari del terapeuta, ma essendo in grado di fare esperienze ed esprimere se stessi liberamente. Il paziente osserverà attentamente l’atteggiamento del terapeuta e formulerà giudizi rispetto a quanto egli sia in grado di tenere in considerazione i suoi bisogni e a quanto sia aperto nei confronti della sua esperienza. Il paziente vorrà anche rendersi conto che il terapeuta non è co-narcisista, così da poterlo usare come modello che mostri ad esempio di credere che è conveniente essere decisi e non orientarsi in base ai bisogni di qualcun altro. Il paziente osserverà inoltre il terapeuta alla ricerca di segnali di quanto sia assertivo, e farà attenzione agli esempi che egli potrà fornirgli della sua vita per stabilire quanto sia libero dal co-narcisismo.

Oltre all’effetto benefico della relazione tra il terapeuta e il paziente, la maggior parte dei processi terapeutici coinvolgono la comprensione di come gli eventi e le esperienze dell’infanzia dei pazienti abbiano influito sulle loro attuali paure, inibizioni, e sul fatto che essi regolano i propri comportamenti in base agli altri. Ritengo molto utile nel mio lavoro di terapeuta spiegare ai miei pazienti le dinamiche del narcisismo e del co-narcisismo. Avere una comprensione intellettuale della natura del problema costituisce un grande passo in avanti per aiutare i pazienti a dare un senso alla propria vita e a capire perché le loro relazioni assumano queste caratteristiche. Ciò ci fornisce inoltre una cornice all’interno della quale è possibile discutere con essi delle caratteristiche del problema, e li aiuta a capire su cosa lavorare per liberarsene1.

Le persone narcisiste cercano l’aiuto di uno psicoterapeuta molto meno frequentemente di quelle prevalentemente co-narcisiste, e sono più difficili da aiutare. La loro convinzione, radicata nel profondo, della propria mancanza di valore, e le loro forti difese all’idea che il terapeuta possa scoprire la “verità” su di loro rende per questi pazienti difficile sentirsi al sicuro con il terapeuta e trarre beneficio dalla relazione terapeutica. Il terapeuta deve inoltre fronteggiare la scarsa abilità del paziente di empatizzare con lui. Questa mancanza di empatia è evidente in una serie di comportamenti privi di rispetto, e può mettere a dura prova la capacità del terapeuta di mantenere una buona autostima. Le persone narcisiste, rispetto a quelle co-narcisiste, danno meno gratificazioni personali al terapeuta che lavora con loro, anche quando cercano spontaneamente un trattamento. Esse danno inoltre meno soddisfazioni professionali a causa della loro difficoltà di farsi coinvolgere nel processo terapeutico. Trattarle in modo empatico, aiutandole a sentirsi sicure di empatizzare con gli altri, senza perdere la propria autostima di fronte ad atteggiamenti privi di riguardo da parte loro, ed esprimendo il proprio punto di vista come appropriato sono tutti elementi importanti nel lavoro con persone narcisiste. (Una volta, quando ho detto a una mia paziente narcisistica che il suo atteggiamento critico nei miei confronti stava ferendo i miei sentimenti, lei è rimasta esterrefatta. Ha detto che non pensava che il suo comportamento potesse avere qualche effetto su qualcuno. E’ diventata molto più gentile nei miei confronti dopo quella conversazione). Come con quello co-narcisista, anche con questo paziente aiutarlo a comprendere le origini dei suoi problemi (in genere l’identificazione con un genitore narcisista) può rivelarsi molto utile.

ESEMPI DI CASI CLINICI
Mario è figlio di due genitori narcisisti. I suoi genitori hanno divorziato quando lui aveva dieci anni e, da allora in poi, ha trascorso metà settimana a casa di sua madre, l’altra metà a casa di suo padre. Le difficoltà che questa nuova sistemazione ha creato in lui sono state sottovalutate da entrambi i genitori. Il padre di Mario era così isolato e concentrato su se stesso che, durante i periodi che trascorrevano insieme, Mario veniva spesso completamente ignorato da lui e aveva imparato a sopportare molte ore di solitudine senza lamentarsi. La madre di Mario era maggiormente in grado di entrare in relazione con il figlio, finchè lui stava attento a rispettare i suoi bisogni emozionali e a non farle richieste. Entrambi i genitori si trasferivano frequentemente, rendendo difficile per Mario farsi delle amicizie e sviluppare un senso di appartenenza, sicurezza interpersonale e un buon livello di autostima al di fuori della cerchia ristretta dei suoi familiari. Ciò che si è dimostrato di immensa importanza per Mario nel prevenire disturbi psicologici più gravi di cui potrebbe invece soffrire è stato il fatto di passare le estati con i membri della sua famiglia allargata in Spagna. Queste persone erano molto più sane psicologicamente, e i rapporti che Mario aveva con loro erano di sostegno e gratificanti.

Alcuni degli effetti del modo in cui Mario è stato allevato sono stati: una diminuita consapevolezza dei propri sentimenti, dei propri bisogni e del proprio punto di vista; una tendenza a sentirsi isolato e una difficoltà a costruire legami emotivi con gli altri; una predisposizione ad accettare le critiche, il controllo da parte degli altri e i maltrattamenti senza lamentarsi e spesso senza rendersi conto di quanto stesse succedendo; e una perdita del senso di direzione e progettualità per la propria vita. Egli poteva inoltre mostrarsi lunatico e irritabile.

Da adolescente, Mario ha avuto una storia con Jill, i cui genitori erano psicologicamente più sani, ma la cui madre era in qualche modo narcisistica. La sua familiarità con il narcisismo e il co-narcisismo ha aiutato la ragazza a relazionarsi con Mario, e Mario ha tratto beneficio dal trascorrere il suo tempo con la famiglia di Jill, che era affettuosa e accogliente nei suoi confronti. Mario e Jill hanno finito per sposarsi e hanno avuto due bambini. Mario non ha concluso l’università, nonostante la sua grande intelligenza, ma ha avuto successo nella sua carriera in campo economico. E’ giunto in psicoterapia a causa dell’insistenza di sua moglie, preoccupata per le sue difficoltà nel costruire buone relazioni con i figli e la sua tendenza a essere distaccato e insensibile nei confronti degli altri. La donna era preoccupata, inoltre, dal grado di influenza che i genitori del marito avevano su di lui. Mario mostrò di riconoscere in qualche modo la fondatezza delle preoccupazioni di Jill, ed era stressato per i problemi sorti nel suo rapporto con lei.

Mario ha fatto un buon uso della terapia. Inizialmente ha parlato delle preoccupazioni della moglie, e dei problemi che queste gli creavano. Queste preoccupazioni riguardavano principalmente la sua tendenza a isolarsi, a pensare agli affari propri senza considerare l’effetto che poteva avere sugli altri, e a non mantenere o ritenere importante uno stretto legame emotivo con i suoi figli. La donna era inoltre preoccupata per la tendenza del marito a idealizzare i propri genitori, in particolare sua madre, e ad accampare scuse per il comportamento di quest’ultima senza riconoscere il fatto che fosse concentrata su se stessa rispetto a lui o ai membri della sua famiglia. Mario, tuttavia, è stato presto in grado di capire come le esperienze avute con i suoi genitori gli abbiano impedito di relazionarsi con gli altri in modo soddisfacente per lui o per l’altra persona. Egli ha apprezzato l’interesse del terapeuta nei suoi confronti, la sua capacità di mettersi nei suoi panni e l’importanza di comprendere come le sue esperienze passate abbiano influito sulla sua visione attuale di se stesso e degli altri. Oltre al tempo trascorso ad analizzare il passato e le relazioni attuali di Mario, molte delle sedute consistevano nella descrizione da parte di quest’ultimo delle proprie attività quotidiane e dei propri progetti per il futuro. E’ stato di grande beneficio per lui avere qualcuno interessato ad ascoltarlo e a cui faceva piacere conoscerlo meglio e condividere con lui gli episodi della sua vita. Oltre ad aiutarlo nel suo rapporto con Jill, questa è stata per lui un’esperienza nuova, e l’ha aiutato molto a sviluppare una maggiore stima di sé. La chiave per Mario, e per molte persne che soffrono per il dilemma narcisista/co-narcisista, è stata sperimentare una relazione in cui nessuno ha dovuto sacrificarsi per l’altro, e ciascuno ha potuto apprezzare ciò che l’altro aveva da offrire. Finchè la relazione terapeutica è centrata sul paziente, è importante che il terapeuta venga coinvolto in essa come in una vera relazione, cosicchè il paziente possa trarre beneficio dall’esperienza di un rapporto sano in cui entrambi i partecipanti possono esprimere se stessi e trarre valore e soddisfazione dalla propria esperienza con l’altro.

Man mano che la terapia progrediva, Mario ha riferito di essere molto più contento del rapporto con i suoi figli, di sentirsi meno influenzato da sua madre e di vederla in modo più obiettivo, di isolarsi meno e di essere più soddisfatto della sua vita e delle persone che ne fanno parte.

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Jane è figlia di un padre narcisista e di una madre co-narcisistica. Il padre di Jane era autoritario con la famiglia e con gli impiegati dell’azienda di grande successo che aveva fondato, nonostante, cosa interessante, fosse abbastanza co-narcisista nel rapporto con il proprio padre. Il padre di Jane era estremamente critico nei confronti suoi, di sua sorella e di sua madre. La madre di Jane era stata gravemente rifiutata e criticata da bambina e, alla fine, ha sviluppato un grande senso di mancanza di valore, una perdita di progettualità personale e una tendenza ad adeguarsi alle aspettative altrui. Essa ha provato due volte a divorziare dal marito, ma la sua scarsa autostima le ha impedito di farlo; ciononostante, ha deciso di intraprendere una formazione post-universitaria mentre cresceva i suoi bambini, ha ottenuto un Ph.D. in arte e ha insegnato all’università. Tuttavia, le critiche e la denigrazione ricevute da parte del marito hanno rinforzato la sua bassa stima di sé e le hanno impedito di riconoscere il proprio talento o nutrire rispetto verso se stessa. Jane, malgrado la sua notevole intelligenza e il suo spirito indipendente, non andava bene né a scuola né sul piano sociale. Sembrava che le mancasse la motivazione ad avere successo, sebbene mentre frequentava il college avesse avviato un’impresa di design di interni e prestasse la propria consulenza nel campo della grafica. Nessuno dei suoi sforzi suscitava riconoscimento o approvazione da parte di suo padre, che la sminuiva implacabilmente. Come risultato del costante discredito subìto da parte del padre e del modello co-narcisista presentatole da sua madre, Jane ha finito per credere di essere incapace di fare carriera e di non poter sviluppare relazioni soddisfacenti e stabili. Le sue relazioni erano marcate dal suo sacrificarsi, e non aveva prospettive nella vita.

Jane ha fatto buon uso della terapia. Inizialmente, ha descritto i modi in cui la sua famiglia era disfunzionale, e ha acquisito fiducia nella validità dei suoi punti di vista grazie all’accordo del terapeuta con la sua analisi della situazione familiare. Essa ha inoltre verificato se il terapeuta sentisse il bisogno di criticarla caratterizzandosi come inadeguata in una varietà di modi, ma il terapeuta ha dimostrato, esprimendo una visione più positiva e realistica di lei, di non volerla sminuire. Quest’ultimo ha interpretato queste inadeguatezze come un adattamento al modo in cui suo padre la considerava e alla sua identificazione con sua madre. Il terapeuta ha inoltre sottolineato le sue numerose capacità, la sua creatività, iniziativa e intelligenza. Jane è stata capace di servirsi di questo supporto ottenendo migliori risultati a scuola, diventando meno invischiata con la sua famiglia e intraprendendo una nuova attività di graphic design. Jane è arrivata in ritardo per un certo numero di sedute, anche in questo caso verificando se il terapeuta desiderasse essere critico o svalutante nei suoi confronti, come avrebbe fatto suo padre. Invece di criticarla, il terapeuta ha interpretato questi ritardi come un’inibizione ad agire nel proprio interesse traendo pieno beneficio dalla terapia, e allo stesso tempo un adattamento alla visione che suo padre aveva di lei. Jane si è fatta coraggio grazie alle reazioni del terapeuta, continuando a sviluppare relazioni personali più sane, essendo meno sottomessa con suo padre e diventando maggiormente assertiva e di successo nel proprio percorso di studi.

CONCLUSIONI
Tutti noi siamo narcisisti, e co-narcisisti, a vari livelli. Quando la nostra autostima varia in relazione a ciò che gli altri pensano e sentono di noi, ci troviamo in uno stato di vulnerabilità narcisistica. Quando ci sentiamo colpevoli o ansiosi perché temiamo di non soddisfare i bisogni o le aspettative altrui, siamo co-narcisisti. Queste esperienze ordinarie diventano problematiche quanto più interferiscono con la nostra capacità di avere successo e di goderci la vita. E’ spesso utile, per superare le angosce narcisiste, realizzare che il comportamento degli altri è un risultato dei loro punti di vista e della loro esperienza, non un riflesso di noi stessi, e che la nostra autostima non deve essere influenzata dal loro comportamento. Per le persone co-narcisiste, che provano forti sentimenti di colpa e responsabilità, riconoscere di non essere responsabili dell’esperienza altrui costituisce un grande sollievo. E’ importante per le persone con problemi sia narcisisti che co-narcisisti giungere alla consapevolezza di avere un valore intrinseco, indipendente dalle proprie abilità o da ciò che gli altri possono pensare di loro.

BIBLIOGRAFIA
BROWN N W (2001) Children of the Self-Absorbed New Harbinger Oakland Ca
GOLOMB E (1992) Trapped in the Mirror Morrow New York
GOOTNICK I (1997) Why you behave in ways you hate And what you can do about it Penmarin Books Roseville Ca
SILBERSCHATZ G (a cura di) (2005) Transformative Relationships Taylor & Francis New York
WEISS J (1993) Come funziona la psicoterapia, Bollati-Boringhiueri, Torino
WEISS J , SAMPSON H (1999) Convinzioni patogene, QuattroVenti, Urbino
Il lettore può fare riferimento al libro di Elan Golomb, Trapped in the Mirror (1992) per avere una varietà di esempi di relazioni narcisiste/co-narcisiste tra genitore e bambino. Un’altra discussione sul narcisismo si può trovare in Children of the Self-Absorbed (Brown, 2001).
1) Una descrizione del mio approccio teorico si può trovare nei testi Transformative Relationships (Silberschatz, 2005) e Weiss , Sampson (1999) Convinzioni patogene, ed inoltre in Come funziona la psicoterapia (Weiss, 1993).

FONTE

Il narcisista può essere molto intelligente, e per questo può anche arrivare primo in classifica. Ma la sua non è un’intelligenza ecologica, cioè rispettosa di tutte le parti implicate. E’ piuttosto un’intelligenza manipolatrice, al servizio dell’espansione dell’ego.
Il rapporto che il narcisista ha con il mondo non è di amore e cura, ma di sfruttamento e manipolazione.

Mauro Scardovelli

Estrosi e sofferenti, tormentati e tormentatori, euforici ma nostalgici, acuti ma cinici, colti ma poco saggi, infanzia perduta e grossi dolori. Tutto loro, tutto al massimo, incompresi. Vittime col megafono.
Melania Emma

TUTTI I NUMERI DEL NARCISISMO

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Veniamo subito al sodo.
Il Narcisismo è una condizione di amor proprio sano e indispensabile all’autostima di ogni persona integra.
Il Narcisismo Patologico è una grave condizione disfunzionale nella sfera dell’empatia e attaccamento affettivo. I cosiddetti anaffettivi.
Il Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP) è una malattia mentale di prognosi infausta. Ha 9 criteri diagnostici secondo il DSM-4.
Il Disturbo Dipendente di Personalità (DDP) è anch’esso una malattia mentale che lede gravemente l’autonomia. Ha 8 criteri diagnostici secondo il DSM-4.
Moltissimi psichiatri e psicoterapeuti con fior di letteratura all’attivo, NON si sbilanciano mai nel chiarire QUANTO l’uno sia grave o ancora passabile, limitandosi alla laconica frasetta “…non è facile identificare il punto in cui il narcisismo sano si tramuta in narcisismo patologico”.
Bene, tento di farlo io.

Immaginiamo una scala da 1 a 10:
1-2 è la totale assenza di autostima del DDP, la percezione di sè è compromessa, come la funzionalità sociale. Autonomia decisionale zero, obbedienza e sofferenza come stile di vita.
3-4 è la condizione tragica in cui un paziente arriva con le sue gambe in psicoterapia (non che il punto 1 non ci arrivi, ma è meno consapevole e quindi meno motivato), è spolpato, massacrato e annullato, in genere è alla fine o all’interno di un rapporto di coppia malato. Qui si chiede aiuto, in genere dopo una fuga o dopo essere stati abbandonati.
5 è la condizione mentale sana di un individuo equilibrato e assertivo, dotato di amor proprio, scevro da sensi di colpa, manie di grandezza e nevrosi intermedie.
6-7-8 sono i DISFUNZIONALI o “diversamente funzionali”, non subiscono, non amano, non empatizzano, non pericolosi per la vita loro e altrui, ma profondamente parassiti perchè vampirizzano tutto ciò che ha vita ed energia. Stile di vita disinvoltamente manipolatorio, adattato, strategico. Narcisisti patologici d.o.c., ampio funzionamento passivo-aggressivo, provocatore e contemporaneamente vittimista, ambivalente, pratica tecniche di coercizione mascherate da sentimenti recitati, hanno molte sovrastrutture, abili mentitori, violenti e reattivi per cultura medio-bassa ma attori freddi con sorrisi innocenti per cultura medio-alta.
9-10 è la follia pericolosa del DNP, la condizione più grave del c.d. Narcisismo Perverso (o maligno), quella che la mia preziosa amica scrittrice e blogger Claudileia Lemes Dias descrive dettagliatamente e denuncia strenuamente in Artedisalvarsi.
Dunque:
– al punto 1-2 ci sono: zerbini, vittime, dipendenti affettivi, masochisti, sabotatori, accudenti cronici, perdenti, depressi cronici e suicidi. Possono acquisire consapevolezza e possono arrivare al punto 4: allora la terapia funzionerà.
– al punto 9-10 ci sono: puri psicopatici, sadici, sociopatici e, purtroppo, assassini. Irrecuperabili e totalmente senza coscienza, etica, morale.
In questo lungo range da 1 a 10, affermo dunque senza esitare che al PUNTO 5 siamo in perfetta salute emotiva e mentale, questo è il NARCISISMO SANO e indispensabile, il c.d. amor proprio, l’autostima personificata. Il PUNTO 4 è anche il punto di arrivo per una psicoterapia ben riuscita, questo va detto.
Va da sè che prima e dopo il 5 siamo nelle sfumature disfunzionali che vanno fino ai due poli patologici estremi 1 e 10, disfunzioni e patologie dai più svariati termini e soprattutto con le più variegate conseguenze per la salute.
Il Narcisismo sano ci vuole, amici; spesso non si cresce sani da questo punto di vista, ma ci si può arrivare. A questo proposito ricordo ancora che quelli dei punti 1-2-3-4 sono i più avvantaggiati in questo, perchè sono egodistonici (cioè stanno proprio male, sentono di avere un problema e sono disposti a guardarsi). Gli egosintonici invece, purtroppo (per loro) non ammettono di avere un problema da estirpare, possono passare una intera vita a girarci intorno in cerca di trucchetti per sopravvivere. E sottolineo che al punto 5 si oscilla di qua e di là: un assertivo non è sempre stabile, anzi, ma recupera prestissimo la stabilità.

Dicevo: in questo lungo range (togliendo i punti 1 e 10 in cui sono gravemente “fissate” le persone coinvolte) le varianti per cui il Narcisismo Sano vira al patologico sono talmente tante, diffuse, variegate, mascherate e mischiate ad altre patologie di base (comorbidità), da portare gli autori del DSM a “togliere” il Disturbo Narcisistico di Personalità dalla bibbia della psichiatria mondiale da questa quinta e attuale edizione. Fino al DSM-4, infatti, il Disturbo Narcisistico di Personalità contava 9 precisi criteri, oggi completamente scomparsi nel DSM-5.
Perchè questo? Puff… il Disturbo Narcisistico di Personalità è rientrato? Lo hanno chiamato diversamente? Macchè. La mia personale spiegazione è questa: perchè la stima percentuale del 2% del DNP (stima a parer mio parecchio inesatta) che i testi scientifici citano come spicchio dell’intera popolazione mondiale, riguarderebbe SOLO IL PUNTO 9-10 della nostra scala. Ma tutta la “fetta” dal punto 6 al punto 8 dove la mettiamo? E come la chiamiamo? No, perchè quelli non sono proprio criminali, mica uccidono, sono integrati, sono vincenti, seducono, si sposano parecchie volte e figliano impunemente. E dunque? La stessa comunità scientifica, “togliendo” il Disturbo Narcisistico di Personalità dal DSM-5, secondo me conferma implicitamente che il problema è oramai troppo capillare: riconoscendo infatti anche gli “abitanti” dal 6 all’8 gravemente affettivamente disfunzionali QUALI REALMENTE SONO in una scala crescente che arriva al top della psicopatia narcisistica, dovrebbero riconoscere tutti quanti come “patologici” e non sarebbe accettabile. Sono troppi. Quindi via dal DSM-5 l’intera patologia, tutti a casa.
E INVECE SONO PROPRIO QUELLI DAL 6 ALL’8 I NARCISISTI PATOLOGICI, non-psicopatici assassini e non-vittime suicide. Sono quelli che nel lungo periodo, senza coltelli e senza sangue, fanno più danni. Manipolando, facendo gaslight, dissimulando e vampirizzando. Sono i più pericolosi perchè non si notano subito, ma si rivelano utilizzando le tecniche di contromanipolazione che ormai sono alla portata di tutti. E sono anche quelli che “si salvano”, perchè in cura ci mandano quelli che hanno a che fare con loro!
E invece lo affermo, il Narcisismo Patologico è un Pensiero Malato, è uno stile di vita, è una epidemia dolce e patinata. Troppo fruttuosa ormai per essere chiamata patologia, ma ne parlerò in un prossimo articolo.
Sentivo da tempo di dover condividere questa tesi per me molto chiara e se mi si contesterà questo, sarà esclusivamente a causa della forte necessità di addormentare le folle: rendere cosciente la gente che tutto il Sistema è patologicamente narcisista significherebbe abbattere il Mulino Bianco. Non conviene a nessuno.

Preciso che i livelli della scala non sono fissi, ma oscillano nel corso della vita, dell’età, degli eventi e delle relazioni. Un adolescente e un neonato saranno sempre in fisiologico delirio narcisistico, ma possono essere adulti equilibrati. Ho avuto esperienza diretta di adulti che dopo i primi 25 – 30 anni di vita mite e zerbina, hanno “virato” a comportamenti affettivi e relazionali patologici in pieno stile “predatorio”: il ruolo della vittima e del carnefice, si sa, sono intercambiabili in base al grado di patologia della persona con cui ci si relaziona.
In soldoni: un bell’8 che si relaziona con un 6 lo terrà come zerbino, ma quel 6 per un 2 sarà micidiale. Un 6 e un 7 insieme faranno anche le nozze di platino, intercambiandosi i ruoli. Un buon 6 può precipitare ad un punto 2 stando insieme ad un 9 per poi, una volta rialzatosi, comportarsi da 8. Un 3, per reagire alla sofferenza, può raggiungere picchi di malignità e perversione quando debitamente represso, per poi ripiombare sotto zero dai sensi di colpa atroci. Un 1-2 e un 9-10 saranno perfetti complementari, sempre citando Lemes Dias che generosamente traduce dal portoghese la tesi della “Complementarietà dello Psicopatico” dello psichiatra Hugo Marietan e per la prima volta porta in Italia queso termine.
In Italia queste sono nozioni che non entrano facilmente, complice l’educazione alla e della donna che, ancora e ancora e ancora, è profondamente sottomessa nel cuore e nella mente. Molti testi di autorevoli studiosi stranieri sul tema del Narcisismo Patologico non vengono tradotti, come molti testi di autorevoli autori italiani adottano neologismi tipo “Narcisista Covert” e “Narcisista Overt”, per citare i più quotati, ma di reale e concreto CONTRO il Narcisismo Patologico e a salvaguardia delle vittime non si fa ancora nulla.
Quel che importa sapere, giunti a questa consapevolezza privilegiata, è che tutto ciò che non rientra al PUNTO 5, ossia che non rientra in un buon equilibrio di autostima, assertività ed empatia senza mai portarsi in ginocchio, è patologico e va riconosciuto.

Estremizzando, ironizzando e concludendo, possiamo metterla così: quelli del punto 10 vanno in galera, li internano o in qualche modo escono dalla Società. Quelli al punto 1 vanno al cimitero o vegetano nella depressione rimanendo comunque fuori dalla Società. La partita si gioca perciò tra i sani del PUNTO 5 e i patologici dell’ampia fetta 6, 7, 8, 9.
Buona visione a tutti.

Melania Emma