ANORESSIA SENTIMENTALE

Uomini e donne si frequentano, al giorno d’oggi, con una intensità di cui non si ha riscontro in altre epoche storiche; le occasioni di contatto si moltiplicano e proliferano sotto ogni forma (scuole, università, luoghi di lavoro, attività turistiche e di svago, società sportive, club, locali, agenzie matrimoniali, luoghi d’incontro virtuali…), eppure vi sono uomini e donne che hanno rimosso e dimenticato cosa sia l’amore. In senso stretto, l’anoressia sentimentale, l’incapacità di amare, è una vera e propria pandemia che colpisce, su larghissima scala, tutte le età ed entrambi i sessi, soprattutto nel mondo a modello occidentale.

La fenomenologia è la più varia: chi ne è affetto può essere tanto un individuo solitario quanto una persona in apparenza socievole, amante della buona compagnia e dei divertimenti. Ma la struttura di fondo del disturbo è identica: il bisogno affettivo è rimosso in virtù di una personalità autarchica, chiusa in se stessa, regolata da abitudini e ritmi personali e ogni qual volta la possibilità di amare si apre un varco nella rigida armatura difensiva sorge dal fondo dell’animo in taluni una malinconia profonda, in altri una rabbia cieca e devastante, in altri ancora una fredda razionalità che vede nell’oggetto amato (nella persona che ha penetrato il cuore) solo vizi e difetti e nella nuova opportunità una fonte incessante di dubbi e preoccupazioni. A questo punto, l’indifferente può diventare — con l’incertezza, il disprezzo o il sadismo — un persecutore di colui/colei che ha osato turbare il suo equilibrio.

Ecco come lo descrive lo psicoanalista Otto Kernberg

In circostanze patologiche, come la patologia narcisistica grave, lo smantellamento del mondo interno di relazioni oggettuali può portare all’incapacità di desiderio erotico, accompagnata da una diffusa, non selettiva e perpetuamente insoddisfatta manifestazione casuale di eccitazione sessuale, o perfino dalla mancanza di una capacità di eccitazione sessuale.

L’incapace di amare talvolta si tormenta per ciò che è divenuto; talaltra invece se ne fa un vanto, perché la sua resistenza alla lusinga è — secondo lui — una superiore prova di forza; infine, altre volte ancora vive in una razionalità così astratta da non accorgersi nemmeno della solitudine dell’anima e della aridità del cuore che ha generato dentro di sé.

Intuibile che la patologia narcisistica cui fa riferimento Kernberg ha almeno due possibili sviluppi: uno sul versante ossessivo coincide con l’uomo — o la donna — che vive in un suo ordine solitario, rigido ed efficiente e più o meno relazionato (l’incapace di amare può essere un single, ma anche un uomo o una donna che vive in famiglia, ma che non degna più il partner delle proprie attenzioni giudicando la sessualità e l’amore delle inutili e scomode perdite di tempo o attività noiose, prive di senso o vagamente disgustose); l’altra è sul versante dell’isteria, dove l’incapace di amare oltre a ostentare indifferenza, può talvolta intrappolare i suoi partner in tormentose dinamiche nelle quali ora avvengono inattese fusioni sentimentali, spesso accompagnate da appassionate manifestazioni di tenerezze, cui seguono repentini distacchi, un fare freddo e scostante, talvolta contrassegnato dal disprezzo.

Chi vive in questa strana condizione esistenziale è qualcuno che ha individuato nell’amore la maggior fonte di sofferenza umana o, per via di traumi subiti, della sua personale sofferenza e ha deciso di non soffrire mai più. Talvolta è stato un bambino deprivato di amore in età nelle quali poteva avvertirne la mancanza e perciò soffrirne, oppure un bambino o un adolescente intenzionalmente trascurato, non amato o anche trattenuto in un rapporto ora seduttivo ora rifiutante. Altre volte, cresciuto fiducioso, è andato incontro a lunghe sofferenze sentimentali in età adulta. Altre ancora, illuso di poter realizzare nel mondo scopi di ordine superiore e deluso in profondità in questa aspettativa, rinuncia alla vita e fa pagare all’innamorato/a il prezzo di questa catastrofica delusione.

In termini più generali, egli ha smesso di credere nell’affidabilità degli esseri umani e nella capacità retributiva e restaurativa della fiducia e dell’amore. In modo più o meno consapevole, ha abbracciato l’ideologia anestetica contemporanea, intesa a far sentire forte, superiore, colui che relega la passione nell’altro, riservando per sé il ruolo del bell’indifferente, dello spassionato razionale, dello sprezzatore dell’umana vulnerabilità.

La mia esperienza umana e clinica mi suggerisce che questa condizione esistenziale va sempre più costituendo il “doppio speculare” della soggettività contemporanea. Per un verso animata da innumerevoli e frenetici desideri, l’umanità attuale va per altro verso elaborando una strategia di difesa per la quale ogni desiderio — ma soprattutto i bisogni relazionali — sono trappole da evitare.

Esce da questa patologia — invisibile in un mondo che la invidia e la favorisce — solo chi vuole uscirne e accetta l’idea che coraggioso non è chi reprime il desiderio, ma colui che accetta il rischio esistenziale di vivere fino in fondo le qualità specifiche della natura umana, fra le quali fa spicco proprio quella capacità di immedesimarsi, fondersi ed amare da cui l’anoressico sentimentale rifugge con disgusto e con paura. (un contributo del dott. Nicola Ghezzani)

Una donna del suo uomo ama le sue lacrime e le sue sconfitte. Quanto a lungo si può amare il suo bel corpo e il suo fascino? Cosa resta di un giorno di sole splendente se non la serenità di un quieto e avvolgente tramonto, dove lenire le scottature? Se non ti accorgi dei suoi occhi tristi dietro i sorrisi rassicuranti, della mascella tesa o della schiena curva nelle difficoltà e non ami profondamente quelle sue lacrime e quelle sue sconfitte, non dirgli nemmeno mai che lo ami.
Melania Emma

LUNA

Mi spaventano le donne che: “Lui è tutta la mia vita”.
Mi lasciano tristemente basita gli uomini che accettano di starci insieme. Perché forse non lo sanno, ma le donne “Luiètuttalamiavita” non sono fidanzate con Lui. Sono fidanzate con la vita di Lui. Lui, in sostanza, è fidanzato con la sua stessa vita. Perché Lei una propria non ce l’ha, e allora ha preso quella di Lui, che è già bella e pronta.
Lei è fidanzata con la vita di Lui. Lui è fidanzato con se stesso. Per questo vanno d’accordo, pensano di amarsi sul serio e stanno insieme anche per lungo tempo.
In realtà, Lui ha scelto Lei perché è un narciso, con un ego la cui grandezza è inversamente proporzionale al suo coraggio.
Non è la sua vita di fronte a un’altra vita. Nossignore. È la sua vita riflessa in uno specchio. Una nuova forma di autoerotismo emotivo.
Lui fa l’amore con la sua stessa vita, va a cena con la sua stessa vita, litiga con la sua stessa vita, presenta ai genitori la sua stessa vita. Lei si limita a non avere alcuna personalità, e il gioco è fatto. La coppia perfetta.
Fino al giorno in cui Lei non incontra una vita che le piace di più. E Lui un’avversaria capace di mostrargli la differenza tra la luna, e il riflesso della luna nello specchio d’acqua di un vecchio pozzo.
Lui non saprà trattenerla, una donna così. E la lascerà andare, tornando ad accontentarsi del pallido riflesso della luna.
Però, qualche volta, nel silenzio colpevole di certi momenti cattivi, ci ripenserà. Ripenserà a quella donna che era la luna tutta intera. E si darà del gran cazzone.

Antonia Storace

IL NARCISISTA è IL VERO CODIPENDENTE

Spiegazione chiara ed esaustiva.

PIù MANI E PIù PIEDI

Bisognerebbe che le persone camminassero più scalze, ascoltando coi piedi. Che le donne riempissero di baci le mani dei loro uomini: si capisce più baciando le mani che non altro. Anche gli uomini bisognerebbe che recuperassero il piccolo e fugace gesto del baciamano, è un attimo di devozione perduto. E che scostassero la sedia dal tavolo per farla sedere, la loro donna. E poi abbracciarsi entrambi attorcigliando i piedi sotto al tavolo: non è contro la legge. E le mani sulle gambe sotto i tavoli, poi sulle mani. I piedi infilati fra le gambe sotto i tavoli, poi nelle mani. Suvvia.

Melania Emma

Se una donna vuole un compagno sensibile deve rivelargli il segreto della dualità femminile. Deve parlargli della donna interiore, che insieme a sé fa due. Lo farà insegnando due domande che la faranno sentire guardata, ascoltata, conosciuta: “Che cosa vuoi?”, “Che cosa desidera il tuo io più profondo?” Per amare una donna, il compagno deve amarne anche la natura selvaggia… l’amante più prezioso è colui che desidera imparare. Se c’è una forza che alimenta la radice del dolore, quella è il rifiuto di apprendere ancora. Il buon compagno è colui che continua a tornare per capire e non si lascia scoraggiare. Se un lato della natura duale femminile si può chiamare Vita, la sorella gemella della vita è una forza detta Morte.
La donna selvaggia, l’amante selvaggio, sanno sopportarne la vista. E ne escono completamente trasformati.
_Clarissa Pinkola Estés – Donne che corrono coi lupi

HO BISOGNO CHE TU ABBIA BISOGNO: LA CO-DIPENDENZA

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Esiste un aspetto, nei rapporti patologici, che non sempre ha a che fare col NP (narcisismo patologico), bensì con la dipendenza affettiva. Piccolo cappello: quelli che “il np è il cattivo e l’empatico è il buono”, per favore non leggano questo articolo, perché tra buono e cattivo c’è prima il “sano” e spesso chi è empatico si ritiene “buono” in default, ma non è affatto così.
L’aspetto patologico di cui parlo è quello del “sentirsi meglio quando l’altro sta peggio“. Da qualche mese mi “applico” nell’osservazione diretta di questo aspetto, nei fatti, nelle persone reali, come in me medesima. Dapprima ero incredula io stessa, “forse è solo un caso, IL caso…forse sono io che vedo manipolazione dappertutto”, mi sono detta. No, esistono casi eccome. No, non sono io. Sentirsi meglio quando l’altro sta peggio non è andare a farsi un giro nel reparto di oncologia pediatrica per tirarsi su quando ci sentiamo sfigati e poi, vedendo chi è condannato alla nascita, magari ritroviamo l’amore per la nostra vita. E non è neanche quel breve, inconfessato, istintivo moto di gioia nell’ascoltare i guai altrui. Che però poi restiamo ad ascoltare veramente dispiacendoci. SENTIRSI MEGLIO QUANDO L’ALTRO STA PEGGIO è dare un senso alla propria vita col dolore altrui allo scopo di alleviare il nostro. E ho detto “alleviare”, non “stare bene”, perché comunque dispiacere/partecipazione per chi sta peggio ci sono, ma se chi sta peggio poi si rialza e sta bene, ecco che chi si sentiva meglio proprio grazie a quel peggio, rivela subito il terreno di fondo da cui proviene: la depressione. È come se il problema guarito, di uno, slatentizzasse il problema dell’altro, che fino a ieri spargeva cure amorevoli e che ora non sa più chi curare, perché una persona sana in realtà gli crea disagio, non sa gestire la gioia che non ha bisogno e perde tutta la sua importanza come “care giver”. Cosí, quando un Salvatore non ha più niente da salvare, resta un vuoto che oso chiamare narcisistico: per rimpinguare in fretta il perduto “malato guarito”, egli manipola e simula come un attore, fino a ricostruirsi una nuova cuccia: gli serve una causa cui dedicarsi e una persona che soffra per quella causa. Allora riprende vita, serenità, forza e progetti, credendoli pure suoi. Questa è la Co-dipendenza: “io ho bisogno che tu abbia bisogno” è la modalità automatica del Co-dipendente.

Chi sono i due danzatori?
1) – Il Dipendente è colui che sta male, punto. Versa in uno stato di bisogno (cronico o momentaneo), si aggrappa a qualsiasi cosa o persona pur di trovare AIUTO. Una volta trovato AIUTO e risolto i suoi mali, una volta consapevole del suo schema relazionale,
dovrà purtroppo allontanarsi dal ballo-rapporto, constatandone la non reciprocità: l’altro non gioisce del suo ritrovato benessere, si deprime e si svela in tutta la non capacità di un rapporto adulto e alla pari in cui potrebbero essere felici e risolti. Il Dipendente somatizza sempre, è sempre pieno di malattie croniche, spesso immunitarie, alla pelle o ai “sistemi” di difesa e protezione, ha stati d’ansia, ha a che fare con la sfida di alzarsi e camminare ed esporsi in prima persona con la vita.
2) – Il Co-dipendente non cerca mai AIUTO per sé. Egli piuttosto mette in campo tutto l’aiuto di cui è capace per il Dipendente. Se non le ha, le risorse le cerca, perché è in corso il programma di recupero del suo “malato”. Il suo guaio è che l’altro, che cercava solo AIUTO, a volte ne esce. Il Co-dipendente non somatizza, ma la sua buona salute prospera su quella malandata dell’altro, curare è la sua cura e malattia, controllare l’ansia del Dipendente placa la sua, può avere disturbi agli apparati di “sostegno” come muscoli e scheletro, polsi, ginocchia, spalle e quanto ha a che fare con la sfida di lasciare gli altri liberi dal suo amore-controllo e osservarli semplicemente cadere senza intervenire. Ma questo significherebbe occuparsi di sé e si sentirebbe “spietato”.

Più spesso, purtroppo, invece accade che il “malato guarito” voglia poi aiutare l’altro, avendo sì chiara la visibilità di come il Salvatore soffra la perdita di qualcosa che ormai non serve più e tiri fuori ansie e problemi che, ben saldo nei suoi panni di eroe, prima non manifestava, ma non avendo ancora ben chiaro come la dinamica patologica possa invertirsi e quanto sia invischiante e circolare. E questo, di aiutare il Salvatore, è un grande errore per il “malato guarito”: la riconoscenza, il sincero amore e dispiacere per l’altro possono diventare “bisogno che tu abbia bisogno di me” e perpetrare la danza (sempre in nome dell’amore), perché la sensibilità a chi sta male non si perde certo stando bene e il ballo può ricominciare a ruoli invertiti. Anche tutta la vita.
Il Dipendente (e Co-dipendente) può dichiararsi “guarito” quando si sottrae coscientemente alla modalità AIUTO=IO TI SALVERO’ ed è qualcosa di difficilissimo, perchè la “matrice” di provenienza di entrambi i danzatori è la stessa (quella del bisogno patologico degli altri), un Dipendente riconosce a pelle un suo simile e scambia quel sentimento per amore, mentre il miglior amore sarebbe quello di non legarsi a chi “poverino non ha pesce” ma mostrargli come si fa a “pescare”. Questo richiede l’autonomia emotiva la cui unica via praticabile è un atto volontario di fuga da questi rapporti, spesso un vero e proprio strappo. Richiede sobbarcarsi il titolo di colui che “abbandona”, egoista, crudele, prepotente, duro, ribelle. L’abbandonato non ha nemmeno idea di quanto dovrebbe essere fiero e fortunato di avere (avuto) accanto una persona che vuole pescare e che per farlo deve invece cercare altre acque. Purtroppo la musica di questa danza patologica è un canto di sirene che le nostre orecchie udiranno per sempre, ma oggi abbiamo più mezzi di Ulisse per sottrarci. La Dipendenza non ha niente a che fare con l’interdipendenza necessaria tra le persone: in ogni rapporto e per ogni persona c’è bisogno di dipendere, ma è un sano prendere/dare reciproco, è come un elastico che si tende e ritira in cui ognuno riceve/dà AIUTO senza trarre vantaggi psicologici, senza legarsi nel bisogno… troppo sano per essere vero, eh?

In sostanza, quindi, il Dipendente è aggrappato all’AIUTO, il Co-dipendente è aggrappato a chi riceve l’AIUTO e i ruoli sono intercambiabili al bisogno. Senza contare il possibile sabotaggio nel non far mai stare completamente bene il Dipendente, quando il Co-dipendente ha in mano l’AIUTO di cui l’altro abbisogna. Ma questo del sabotaggio è un altro aspetto che meriterebbe un altro post. Questa dinamica della Co-dipendenza è forse più “gettonata” del rapporto vittima-psicopatico in cui spesso c’è il botto finale per distruzione: la Co-dipendenza non prevede sempre violenza, urla e piatti rotti, si crea a volte in una nicchia ben arredata, una cuccia calda e al riparo dalle cose “brutte e cattive” della vita. L’importante è che nessuno stia veramente bene anche senza l’altro, sennò è “tradimento”. Riconoscere che quel motto “chi ti ama veramente lo riconosci quando hai bisogno” è un FALSO, sarebbe già una gran cosa: chi ti ama veramente lo riconosci quando sei felice! Basta guardare quanto si legano le persone nel dolore e quanto poco si legano nella gioia. Basta guardare chi non ha amici disinteressati. Basta guardare come il bisogno e il dolore creano attrazione e legame.
La parola chiave in questo post, credo sia AIUTO e l’uso che se ne fa: la vera vittima cerca AIUTO e spesso risolve. Il vittimista vive benissimo senza AIUTO, sennò potrebbe risolvere il suo problema e non sia mai. E anche qui ci sarebbe un intero post da fare su come un vittimista “risolve” i suoi problemi. Per ora, buon week end a tutti noi pillolosi, sempre svegli e senso critico, mi raccomando :)
Melania Emma

COSA SIGNIFICA QUANDO UN NARCISISTA DICE TI AMO

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Cara partner dipendente,
quello che sto per dirti non ti piacerà e sicuramente farai fatica a capirlo; nella realtà dei fatti, io non lo ammetterò mai perché finirebbero tutti i miei giochi di potere sulla coppia e sulla tua intera esistenza.
E’ questo per me il punto, il potere e non l’amore.
Quanto ti dico “ti amo“ voglio dire che apprezzo davvero il lavoro che fai per soddisfarmi, vuol dire che mi piace come riesci a mettermi al centro della tua vita; il mio “ti amo” significa che mi appaga sapere che riesci a metterti da parte per la mia felicità e ancora più di tutto, mi piace che riesci ad accettare il fatto che io non farei mai lo stesso per te.
Mi piace la sensazione che mi dà pensare a te come debole, vulnerabile, emotivamente malleabile, duttile nel carattere e nel comportamento. La tua innocenza per me è solo debolezza e mi piace guardarti dall’alto: ecco perché non posso fare a meno di distruggere la tua autostima.
Tu accetti tutto e non fai una piega se abitualmente antepongo le mie esigenze alle tue e non perdo occasione per farti sentire piccola e insignificante.
Amo il modo in cui mi sento, sapendo che, attraverso l’abile uso di gaslighting tu ti sentirai colpevole e in obbligo nei miei riguardi senza neanche sapere bene il perché…
Quando ti dico ti amo, ti esprimo la mia soddisfazione: mi piaci perché il tuo unico obiettivo è quello di alleviare le mie pene e mai le tue!
Però, sappi che indipendentemente da quanto saranno duri i tuoi sforzi, non mi farai mai sentire abbastanza amato, abbastanza rispettato o abbastanza apprezzato perché c’è sempre qualcosa che sbagli.
Solo qui, in questa confessione, posso dirti che non dipende da te ma solo dalla mia voglia di farti sentire inadatta, immeritevole d’amore e soprattutto di farti sentire non all’altezza di quell’amore che io, generosamente, ti concedo a piccole dosi, quasi come gocce di un veleno che lentamente ti uccide. No tesoro, questo che stiamo vivendo non è amore, neanche lontanamente…. io, da buon narcisista, non so amare; non so amare nessuno, non ti illudere, io non so amare neanche me stesso e non sarai certamente tu a darmi lezioni d’amore.
In generale, provo disprezzo per il prossimo e a causa dei neuroni specchio o di più probabili meccanismi inconsci, talvolta finisco anche per provare disgusto di me stesso ma metto subito da parte questo sentimento: è anche per questo che posso dirti ti amo, perché mi piace poter amare me stesso attraverso di te.
A volte il mio ti amo può significa anche ti odio, perché in alcuni momenti il mio bisogno delle tue attenzioni mi innesca una rabbia che ovviamente riverso nel rapporto di coppia; rabbia e frustrazione che tu dovrai lenire.
Ti amo perché mi piace che resti li ad assorbire tutti i miei bassi e ribassi e quando ti elemosino un po’ di amore sei addirittura contenta di ciò che riesco a darti.
Devo farti sapere, però, che spesso provo una sensazione di disprezzo nei tuoi confronti ma anche questa volta non dipende da te e io proprio non posso farne a meno: odio ammetterlo ma a volte mi sento dipendente da te per nutrire il mio senso di superiorità nei tuoi confronti e nei confronti del mondo. Odio ammettere i veri motivi e non lo farò mai perché un’ammissione svelerebbe la grossa illusione che vive la mia mente.
Ti amo perché mi piace vedere come ti faccio agitare e come ti faccio soffrire… sento di avere un potere immenso su di te. Tu puoi dire qualsiasi cosa, puoi risolvere ogni problema tanto io ne troverò sempre di nuovi per provocarti e tenere acceso il dolore che mi ricorda quanto io conto per te. La mia mancanza di empatia non mi fa capire che questo mio bisogno sta distruggendo la tua vita (e facendo a pezzi la tua autostima) ma d’altronde, anche se lo capissi, mi girerei a guardare dall’altra parte per continuare a vivere la mia illusione.
Ti amo perché sai che i miei bisogni sono sempre più profondi dei tuoi, i miei valori più ideali e anche i miei problemi sono più grandi dei tuoi e come tali hanno la proprietà.

Io sono molto abile a farti sentire confusa e a farti dubitare di te stessa; beh, è anche per questo che ti amo! Perché mi rendi così importante da continuare a stare con me nonostante i trattamenti che quotidianamente ti riservo… A volte, addirittura sono tentato di minacciare di lasciarti per vederti soffrire e implorare la mia presenza nella tua vita: mi basta vederti piangere per ritrattare, dimostrarti la mia capacità di perdono e rimandare tutto alla prossima occasione.
A causa del disgusto celato che provo verso me stesso, ho bisogno di te per sentirmi appagato, ho bisogno di qualcuno da usare come un sacco da boxe così io posso sentirmi bene con me stesso e non mi interessa se intanto sei tu a soffrire.
Questo è il mio modo di essere e di sentire: nego a me stesso tutti i sentimenti di paura che mi porto dentro dalla mia infanzia ma che io non ammetterò mai e non pensare neanche lontanamente di riuscire a “tirarmeli fuori” tu. Odio tutti i segni di debolezza in me ed è per questo che disprezzo te, perché ti considero inferiore, stupida e vulnerabile.
Ti amo perché mi piace il modo in cui mi sento quando mi osservo attraverso i tuoi occhi ammiranti. Se il mio pubblico esclusivo, il mio più grande fan e la tua ricerca incessante di me mi fa sentire onnipotente.
Hai notato come sono permaloso?
Sono permaloso perché mi spaventa sapere che tu o qualcuno nel mondo potrebbe giudicare che non sono stato capace di qualcosa. L’ammirazione che provi nei miei riguardi, mi scherma dal giudizio altrui cosicché io non dovrò mai confrontarmi perché non ne sono capace.
Per sentirmi meglio evito di darti le attenzioni di cui hai bisogno. La mia relazione non è solo con te ma anche con il resto del mondo: oltre a manipolare le tue idee, riesco a modellare l’opinione che hanno gli altri della nostra coppia così da passare sempre per “quello buono” e tu per quella “che non è abbastanza”.
Ti amo perché mi piace nutrirmi di te per colmare il mio profondo e incolmabile vuoto interiore.
E’ più comodo amare te che accetti di essere trattata così, piuttosto che osservarmi davvero dentro. Io posso gongolarmi nella mia natura narcisistica e posso farlo anche grazie a te.
Con amore (si fa per dire),
il tuo partner narcisita

PS: ho davvero bisogno di aiuto, ma tu non puoi farci nulla, non senza separarti da me e quindi facendo un errore enorme. Ricorda, siamo una coppia co-dipendente, tu dipendi dalla mia grandiosità e lo fai per confermare tue credenze innate… e io mi nutro di te per i motivi che ti ho descritto sopra.
Solo uno psicoanalista, con esperienza in questo campo, potrebbe avere una chance ma non credo di considerarlo neanche: in un percorso introspettivo dovrei affrontare la mia più grande paura e ammettere che non sono superiore a nessuno. Dovrei ammettere che le mie azioni, i miei pensieri e le mie credenze su me stesso e sugli altri, sono la causa principale della sofferenza che c’è nella mia vita. Non potrei mai ammetterlo perché nella mia attuale visione solo i deboli si mettono a fare queste cose e io non sono un debole!

Fonte

SULLE PROPRIE GAMBE

Quando un uomo si sente in difficolta ad amare (nel senso normale del termine, non nel senso trascendente), che chieda ad una donna; ma ad una donna che sappia innanzitutto amare se stessa. Che non cerchi una mamma, un’infermiera, una badante, una serva, una prostituta, una figlia, un’amante, una suora, ma una donna. Una donna che si regga sulle sue gambe. E che la donna cerchi un uomo, non un padre, non un amante, uno psicologo, un amico con cui sfogarsi, un figlio, un infermiere, un prete, un servo, ma un uomo. Un uomo che si regga sulle sue gambe. E se non li trovate, bene, cominciate a cercare voi stessi che è meglio.

Roberto Potocniak

ORMAI

Ti aspetto, perché ormai la sabbia è, sì, imbevuta di temporale ma il sole cocente la riammorbidisce e gonfia.
Ti aspetto, perché le agrodolci fragole innocenti sono ormai assaporate. Ti aspetto come col raccolto dopo la lunga gestazione. Come chi si sente inspiegabilmente cercato, quasi custodito. Ti aspetto nel coraggio di cambiare nome alle cose, perché è una vita che ti aspetto e perché la paura di riconoscerci potrà forse venir cullata e infine addormentata.
Mi bagno nel mare che mi insegna a temerlo e poi riceverlo, come un rito eterno. Ti aspetto, ma senza fermarmi e senza attesa, per non perdermi. Come fa il moto di queste onde. E con quel loro stesso ritmo io respiro, entrando e uscendo da te come ormai ho imparato. Ormai.
Ti aspetto all’ombra delle crepe di un grande uovo rotto, dove un giallo dilaga riempiendo la bocca voluttuosa dei bambini grandi e paghi. Mi trovi lì dove non c’è più giudizio, bisogno, rimorso, vergogna, paura, colpa, possesso, limite. Avrò con me quel bagaglio che riconoscerai, ormai, perché è anche il tuo. Mi verrai a cercare da dietro, perché sarò di spalle, perché tu sei nella mia coda dell’occhio, come accade solo fra anime. Siamo fatti di stelle: ci vede solo chi ci cerca.

Melania Emma

COLLUSIONE

La maggior parte delle volte, quello che tiene insieme le persone è una nevrosi complementare. Non è tanto la nevrosi il problema, perché tutti siamo nevrotici, ma è la complementarietà patologica. La collusione perfetta di un particolare punto debole col punto debole dell’altro, dove l’uno alimenta l’altro e viceversa. È l’invischiamento reciproco di due parti morte, due parti patologiche, dove non ci si unisce per la gioia e la crescita individuale, ma per il dolore che l’un l’altro ci si allevia. Nelle collusioni di coppia (le cosiddette coppie invischiate), mai nessuno avrà guizzi di vita propria, sarà una simbiosi mortifera, sarà solo una forza centripeta che incolla, fonde e incista due guai personali mai risolti. E avviene di comune accordo, con un atto complice e cosciente.
Come si verifica quando ciò avviene?
Quando si palesa un grosso problema personale ad uno dei due, un problema che evidenzia tutta l’impossibilità e l’insensatezza di proseguire e che, per il comune buon senso, richiederebbe l’ammissione del fallimento dell’unione. E invece accade che si stringa di più il laccio, con una decisione disperata. Porto un eclatante esempio di coppia invischiata che conosco: attualmente cinquantenni, insieme dai loro 18-20 anni, lui famiglia turbolenta da cui fuggire, lei famiglia più serena. Sposano giovani, anni a cercare un figlio con ideale di famiglia Mulino Bianco, lui si scopre sterile, avviano pratica di adozione. Lei nei mesi seguenti crolla e confessa di essere lesbica, innamorata di una donna da tempo. Per lui è uno shock. Arriva giust’appena dopo conferma di adozione accettata, un bimbo in India di due mesi. Si guardano ancora incerti sul che fare, ma in coppie simili il buon senso è pervertito: decidono scientemente di volere l’adozione, di continuare la follia, vanno in agenzia di viaggi e portano a casa il bimbo, che ora ha dieci anni. Tutt’ora vivono insieme legati da un mutuo trentennale, ritenendosi perfetti genitori, dormono insieme, sesso zero, lei continua la sua storia saffica, lui ha storie dove capita, entrambi con beneplacito comune. E sono entrambi insegnanti, preciso. Questa coppia era nata col forte desiderio genitoriale, rafforzato dall’impossibilità di lui a procreare e nonostante il cambio sponda di lei. La parola d’ordine nelle unioni patologiche è “salvare la coppia a qualsiasi costo”. Il mito italiano del Mulino Bianco non aiuta e sono entrambi atei convinti.
Cosa scatta nella testa di chi accetta di continuare davanti ad un fallimento, se non la pura disperazione? Quanti volti e abiti si danno alla menzogna, chiamandola “amore”? Quante ma quante coppie come questa praticano simili aberrazioni della vita? E fino a dove si paga il prezzo della paura di restare soli?
Quello che mi sconcerta e non mi ci rassegnerò mai è la mole di cultura di queste persone: informati, attenti, aperti ad apprendere nozioni su nozioni, corsi su corsi, investimenti formativi, ricerche spirituali, dialoghi brillanti, sono drogati di sapere. E mi chiedo a cosa serva tutto questo senza il Coraggio e la Consapevolezza. E non trovo risposta. E non riesco a tacere. Non so, non so.

Melania Emma

DEL MATRIMONIO

Cerco di rispondere a chi mi legge e talvolta mi scrive del suo matrimonio, chiedendomi consigli e pareri che non so dare, ci provo: una volta stavo per sposarmi, ci sono andata molto vicina, ma inconsapevolmente ho sabotato tutto. Lui oggi dopo ventuno anni è l’uomo più caro e affidabile della mia vita. Ci siamo sempre per entrambi, nonostante i rispettivi compagni del momento leggano questo rapporto in chiave “gelosia”, ma non si può spiegare che ciò che ci unisce è proprio non essere coppia. Ed era ciò che ci divise allora, e fu lui a capirlo per primo. Chi ci vede oggi così uniti, non si capacita ancora di come abbiamo potuto costruire vita e casa insieme e poi disfare tutto. E ancora prova a chiederci “ma perché non vi rimettete insieme tu e Miki…” e noi ce la ridiamo, perché lo siamo già, siamo molto più che sposati, siamo alleati. Molto della riuscita è merito suo, io non sono così semplice, ma quello che posso dire è che una società tra persone è fatta di intenti rinnovati ogni giorno, mentre un’istituzione come il matrimonio è un anatema che ti toglie per sempre la facoltà di scelta. Bisogna poter riscegliere le scelte, bisogna darsi opzioni per poter sostenere a lungo una sola scelta, bisogna in ogni momento poter voltarsi e andarsene o decidere di restare. È solo quell’atto ripetuto che conta. E non mi si parli di coerenza e impegno, perché queste sono trappole sociali create ad hoc, che con le persone vere non c’entrano nulla: reale è che le cose cambino negli anni, le persone, le necessità, le attività cerebrali, le cellule. Oggi, più di vent’anni fa, si parla di evolversi e l’evoluzione è basata sul cambiare quanto oggi non va più bene ma che fino a ieri è stata scelta e andava invece molto bene. Punto. Non è immondizia oggi, non è incoerenza, è il massimo che potevamo fare allora con l’evoluzione che possedevamo allora. Chi non si regge in piedi senza una istituzione sociale, una firma, un’abitudine cicatrizzata, come può dirsi evoluto? Sarò presuntuosa ma dico questo pensando a come dovrebbe essere l’amore oggi, alla fine dei tempi, desiderando che una coppia sia fatta non di due metà, ma di due unità autonome, che non potranno invischiarsi mai cercando nell’altro qualcosa che manca ad uno. Per la mia esperienza, solo non stringere un contratto mi ha permesso di creare quello che di durevole ho attorno.

Melania Emma