yum.jpg3CAC3A0E-EFCF-4651-B706-FBC3CCED8806Large.jpg
L’hai trovata? E per quanto è rimasta?
Alla fine, la felicità non è l’obiettivo finale, ma un sottoprodotto della Ricerca di Senso.
Un Senso che prescinde dal proprio interesse e guarda verso qualcosa o qualcuno al di fuori o al di sopra di sè stessi.
Ecco perchè c’è tanta infelicità ed ecco perchè non dura, se non attimi.
Ma soprattutto, ecco perchè una persona patologica avrà sempre quella fame che obbliga al rifornimento continuo. Così la chiamo io quella brama di emozione a tutti costi, perchè tale è: fame. E quando sopravvivi, è al prossimo pasto che pensi, non alla felicità.
Melania Emma

CHI CI RICORDA?

Agire d’istinto, vivere sempre d’impulso, farsi guidare dal sentimento. Sono tutti modi di essere basati su istanze e motivazioni emotive e istintuali. Un bagaglio di comportamenti che ognuno può mettere in atto in alcuni momenti della vita come “opzioni” adatte a una particolare situazione, ma che non dovrebbero costituire l’unico e solo timone dell’esistenza quotidiana.

La chiave di tutto è sempre la consapevolezza
Questo è proprio ciò che accade ai cosiddetti irrazionali, persone che in quasi tutto ciò che fanno privilegiano un approccio che esclude a priori la logica e, appunto, la razionalità. Riservare un posto adeguato all’istinto dovrebbe essere il frutto di quella consapevolezza di sé che nasce dall’osservazione priva di giudizio verso i propri sentimenti, e non la semplice coazione a ripetere, l’incapacità di riconoscere le proprie istanze emotive. In queste persone, il “sentire” prevale sempre sul “capire”, e diventa il solo criterio di analisi della realtà, dalla quale si sganciano senza rendersene davvero conto e senza comprendere i motivi delle numerose frustrazioni e fallimenti, in ogni ambito. Così, quando discutono, l’argomentazione è pervasa di sentimentalismi, di ragionamenti emotivi, oppure si fonda su sensazioni e intuizioni personali vissute come totalmente oggettive. In alcuni casi compare anche quello che, in psicopatologia, si chiama “pensiero magico”, cioè il considerare possibile ciò che non lo è e il vivere come reali delle suggestioni “da sesto senso”.

Gli irrazionali a oltranza non concretizzano mai
Possono essere persone dotate di notevole magnetismo, perché lo scarso filtro mentale li pone più in contatto con l’interiorità, la fantasia, la creatività e l’immaginazione. E dunque relazionarsi con loro è all’inizio molto stimolante. Ma è nel tempo che si percepisce il limite dell’incapacità di utilizzare la razionalità come strumento per gestire e modulare questi aspetti profondi e fascinosi. Nella vita individuale spesso gli irrazionali non riescono a concretizzare in modo costante i loro talenti e nella vita sentimentale o amicale non riescono a creare una relazione stabile nel tempo perché gli impulsi emotivi disturbano di continuo il rapporto. Sono dunque avvantaggiati nel creare e nell’iniziare, ma non nel gestire e nel concludere. Ciò non significa che la razionalità debba essere predominante – anzi, non è proprio auspicabile – ma che cuore e ragione, coscienza e inconscio, istinto e calcolo devono essere compresenti nella nostra vita in modo armonico e integrato. Saper vivere gli opposti non solo protegge la salute ma fa anche accadere le cose più adatte a noi, perché ci dispone in armonia con la nostra vera natura.

I “vantaggi” dell’irrazionalità…
– Marcia in più nelle attività creative e negli studi letterari
– Carisma, fascino, impatto iniziale, magnetismo
– Capacità di empatia e di seduzione
– Spinta a osare l’insperabile, con più possibilità di raggiungerlo
– Maggiore spettro di emozioni vivibili

…e i suoi limiti
– Difficoltà a capire i problemi nei quali sono emotivamente coinvolti
– Blocco di fronte a questioni pratiche o burocratiche
– Maggior fatica negli studi medici e scientifici e nelle professioni ripetitive
– Influenzabilità da parte di elementi e persone esterni
– Difficoltà nelle discussioni: eccesso di emotività o assenza di argomenti logici

Cosa fare se ti accorgi di essere così
Non identificarti col tuo personaggio
C’è chi collega all’irrazionalità qualità artistiche, genialità, empatia, originalità e “qualcosa in più”, e alla razionalità assenza di vitalità, grigiore, freddezza. Ma la realtà non è divisa e l’Irrazionale è un personaggio parziale e infelice. Mantieni l’esubero di istinto ed emozioni, ma offrigli l’aiuto “tecnico” della tua ragione, che c’è e vuole essere usata.

Incontra le gioie della razionalità…
Prendi un libro di Storia dell’Arte ricco di immagini. Sfoglialo e impara a distinguere le opere in cui prevale l’espressività istintiva (ad esempio le tele di Velasquez) da quelle a espressività razionale (ad esempio le geometrie di Piero della Francesca). Se dopo un po’ riuscirai a godere di entrambe le visioni, vuol dire che il cervello sta integrando le sue funzioni.

…Ma prendi atto anche dei suoi svantaggi
Se vedi che la tua irrazionalità è troppo dominante, che non accetta interventi di tipo mentale e che ti crea seri problemi, per alcune scelte importanti affidati al confronto con una persona più razionale, ovviamente leale e disinteressata. Può essere chiunque ma certo una figura neutra come quella di uno psicoterapeuta potrebbe essere la più indicata.

FONTE

Il disturbo ossessivo compulsivo (DOC) è pieno di trappole: il benessere di cui si crede di godere quando ci si è “finalmente” liberati dell’ennesima ossessione (spesso perché l’oggetto dell’ossessione stessa ha detto “basta”) è UN’ILLUSIONE: é stata, in realtà, solo sostituita l’ex ossessione con una nuova di zecca. Un fresco e appassionante interesse nuovo cui aderire con “Oh sì, l’ho sempre desiderato!” e che assorbe ogni minimo spazio di pensiero, non lasciando il tempo nemmeno per pensare che si sta precipitando verso un nuovo baratro.
Ogni nuovo interesse, nell’ambito del DOC, è assolutamente totalizzante nella misura in cui si cerca soltanto disperatamente il proprio posto nel mondo. Sperando sempre che sia l’ultimo.
Melania Emma

Non voglio mancarti quando sei solo, ma quando hai tutto e nonostante tutto, senti che ti manco ancora.

Huga Flame

Sento qualcosa di talmente giusto facendo la cosa sbagliata, sento qualcosa di talmente sbagliato facendo la cosa giusta.

One Republic – “counting stars”

Da quando esiste Facebook, siamo tutti sempre molto occupati. Ho capito che è la perfetta droga da ufficio. La flebo dell’impiegato, cronicamente allacciato a una soluzione desalinata che lo tiene in non-vita durante le ore di noia retribuita.
Ho capito che male condiviso, mezzo gaudio. C’è una complicità implicita tra tutti quelli che si sentono costretti dalle mura dell’ufficio che gli soffoca ogni speranza e talento, ma che con Facebook possono prendersi, ogni mezz’ora, un’ora d’aria digitale.
Ho capito che la droga aiuta ad accettare situazioni al limite della sopportazione umana. Anzi le trasfigura, le rende apparentemente diverse, opposte alla realtà. Su Facebook la gente può essere, comunicare di essere e infine illudersi di essere quello che crede di voler essere. O peggio, che la gente si aspetta che sia.
Complicato, lo so.
Facciamo degli esempi:
• La modella intelligente • Il professore friendly • Il politico moderno • Il giornalista ribelle • Il pubblicitario impegnato • Il conformista guerriero • La verginella bollente • Il genitore amico • L’industriale solidale
Tutti talenti nascosti.
Ho capito che Facebook è un mondo interessantissimo da osservare.
Ho capito che su Facebook vige la stessa sottomissione al potere che c’è nella realtà, solo più pubblica.
Ho capito che su Facebook vivono le stesse patologie maniaco-depressive che si trovano dappertutto, ma alimentate ventiquattr’ore su ventiquattro.
Ho capito che i ragazzini usano Facebook in un modo che non capirò mai, e buon per loro.
Ho capito che Facebook è perfetto per i pensionati.
Ho capito che la gente ha bisogno di Facebook per sapere cosa seguire.
Ho capito che alla fine è sempre solo la patata che fa girare il mondo.
Ho capito che mentre siete tutti connessi, fan di questo e dell’altro, ci sono quelli che diventano amici di chi non è connesso, sorelle, fidanzate, amanti , mogli comprese
Ho capito che la gente si lamenta che non ha tempo ma ha un sacco di tempo per lamentarsene su Facebook. Ho capito che alle persone piace parlare alle persone che la pensano come loro, «likare» opinioni condivise, evitare confronti. Qualche rissaiolo c’è, ma tanto sa che il dibattito resterà soltanto in superficie. Il confronto non serve ad arricchire un concetto, cambiare un’opinione, ma a comunicare pubblicamente la propria virilità desiderata. Ho capito che Facebook non sposta niente. È un grande specchio. riflette, ma non fa riflettere.
Ho capito che, alla fine, il sudore, l’odore, il corpo, il contatto, è tutto ciò che davvero abbiamo.
Ho capito che su Facebook si vive una seconda volta. Il problema è che la seconda vita non si aggiunge, si sostituisce. Il pollo è sempre uno, bisogna fare a metà. Petto e ali nella vita, coscie su Face- book. E la metà digitale resta sulla bacheca, una volta disconnessi. Quello che non ho ancora ben capito è a cosa serva, esattamente, Facebook. Forse a mettere tutti i cretini in ordine alfabetico!

Oliviero Toscani

DIPENDENZA ATTIVA: UNA LUNGA FASE

La fase attuativa è un momento del percorso in cui la persona decide di astenersi dall’oggetto d’amore. La decisione è presa in modo autonomo e non senza dolore. La persona che interrompe una dipendenza affettiva vive un lutto, si espone a un trauma e perciò questo stadio non è indolore. Anche se la maggior parte del lavoro è stata svolta, la persona deve sfidare una vera e propria sindrome da astinenza, proprio come avviene nel processo di disintossicazione da sostanze psicoattive. Mal di testa, dolori addominali, insonnia, irritabilità, ansia sono i sintomi più spesso lamentati nei giorni di astinenza attiva. In alcuni fasi il dolore psichico è così acuto che si va incontro a “ricadute”: la ricerca impulsiva dell’altro o l’incontro servono a limitare la sindrome da astinenza, ma in realtà prolungano soltanto i tempi del cambiamento. Uno dei problemi più gravosi nell’affrontare una “disintossicazione” è che la droga da cui si dipende “ha le gambe” e può quindi inseguire la sua vittima, cercare di accattivarsela, fare in modo da riassumerne il controllo. Ho visto spesso pazienti in questa fase trasformarsi da inseguitori a inseguiti fare una fatica immane per respingere l’altro, colui o colei che sino a poco tempo prima sembrava avere totale autonomia. Altro nemico da combattere nella fase di dipendenza attiva è un fenomeno noto nelle dipendenze con e senza droga: il craving. Il craving è un impulso irrefrenabile che assale il dipendente al minimo contatto con l’oggetto di dipendenza e che sfocia in comportamenti incontrollabili di tipo consumatorio. Nella dipendenza da alcol, il craving porta immediatamente dall’assunzione di un “goccio e basta” all’assunzione di litri di bevande alcoliche sino alla perdita di coscienza. Nella dipendenza affettiva, il craving consiste, per esempio, nel mandare all’altro solo un sms per sapere come sta e sorprendersi un istante dopo a farci l’amore o a supplicare un po’ di attenzione. Il problema del craving è che è impossibile reprimerlo. Perciò la sola soluzione è evitare qualunque esposizione alla stimolo/oggetto di dipendenza, mantenendo la consapevolezza che non esistono modi per gestire la dipendenza, ma bisogna interromperla. La fase della dipendenza attiva è l’ultimo stadio critico perché ancora permane un legame, un senso di forte appartenenza alla relazione patologica. Possono verificarsi ricadute, la persona può continuare a ricorrere ad autoinganni per rifrequentare l’amato/a e ciò determina in alcuni casi persino l’interruzione del percorso terapeutico. Tuttavia, se si è lavorato bene sino a questo punto, il circuito della dipendenza affettiva è ormai logoro, deformato, non dà più alcun piacere né è più tanto facile illudersi che la cosa possa tornare come un tempo. Così, anche nei casi di “recidiva” o quelli in cui il pazienti finisce per “mollare” la terapia, il cambiamento è già avviato e, anche se più lentamente e più dolorosamente, tenderà a proseguire il suo corso e a compiersi.La persona può considerarsi in fase di “dipendenza attiva” finché sente di dover fare uno sforzo cosciente, finché avverte la mancanza dell’altro e dei vecchi meccanismi. Nel corso di questa fase il paziente progressivamente vive una sorta di “disintossicazione” alla fine della quale si accorge che ha smesso di rimuginare, di star male, di dipendere dal pensiero della e sulla relazione. Gli indicatori di cambiamento fanno riferimento a comportamenti, più che a pensieri: non ci sono più risposte immediate a sms, si vivono con disagio e si allontanano persone situazioni o oggetti che richiamano il ricordo dell’altro e così via.

Enrico Maria Secci

DIPENDENZA RELAZIONALE

Preferisco a volte non chiamarla “dipendenza affettiva” e sai perché?
Perché non riguarda solo la sfera degli affetti, di coppia o parentali che siano, bensì riguarda le relazioni tutte.
Si può avere una relazione anche con oggetti, con un animale, un pc, un hobby. Ma soprattutto la relazione malata non ha nulla di affettivo o che abbia a che fare con i SENTIMENTI, è solo un tourbillon di SENSAZIONI, che pretendiamo di chiamare amore, sentimento, coppia, ecc.
Non intendo aprire un insegnamento su cosa sia l’amore o una coppia, devo ancora spiegarmelo anch’io…ma ti invito a distinguere bene tra sentimento e sensazione.

Nelle sensazioni esiste una variante che nei sentimenti manca del tutto, una dannazione che ti può condizionare la vita e la quotidianità: ecco il CRAVING, letteralmente “brama, voglia, smania, desiderio ardente”. Niente di sexy, eh? E’ quella condizione in cui stai obbedendo a un richiamo, cosciente di farlo, cosciente che non dovresti, ma che fai comunque. Nella gestione del cibo, di un social, di una slot-machine, di una sostanza, di un hobby, come di una persona. E’ tutta una serie di gesti, rituali, atti compulsivi, che ti occupano la mente e guidano il corpo come se fossi una macchina che obbedisce. E’ tremendo, lo percepisci, non è sempre piacevole da provare ma per placare il craving puoi solo procurarti una dose, un momento, un controllo, un boccone. E’ vita questa?

Nella dipendenza relazionale (che NON è un sentimento e NON si chiama affetto/amore) si vive di sensazioni, esattamente come il drogato cerca la dose, aumenta la dose, muore senza dose. L’ho capito io stessa sulla mia pelle quando lui lasciandomi, mi ripeteva lentissimamente “non ti amo”, scandendolo bene, calmo e solenne. Io, che racchiudevo nella parola amore tutto il mio bene (ossia lui), impazzivo solo a pensare cosa sarebbe stato di me l’indomani, il prossimo week end, le prossime ferie senza lui, tutta la mia quotidianità senza lui e trovavo il vuoto. Il nulla assoluto. Senza lui io non mi vedevo neanche da lì a poche ore. Ero nell’abisso al rallentatore. Ed una parte di me però (probabilmente quella sana, dico oggi) non poteva fare a meno di notare che quel “non ti amo” era l’unica cosa vera, sensata e sicura che avesse mai pronunciato quell’uomo nei miei confronti. Era finalmente pronunciato il nome di quel gioco orrendo scambiato per amore.

Durante un craving di anni, una lucida parte di me sapeva benissimo chi era lui, quante ma quante volte mi aveva lasciata, quanto poco mi aveva dato e sempre a caro prezzo, quanto quel rapporto negli anni mi aveva ammalata e consumata, quanto dolore quotidiano provavo per una manciata di coccole e parole dolci, quanto dovevo darmi da fare per essere stretta in uno dei suoi indispensabili abbracci, quanto inferiore fosse a me culturalmente, spiritualmente, progettualmente…quanto fosse pericoloso per la mia salute e la mia autostima. Continuo?

Chi beve o si droga sa benissimo quanto male faccia quello che assume, ma lo fa. Per la sensazione di sollievo che riceve e in cui gli piace indulgere. La relazione con lui era comunque vitale per me, pur sapendo che persona era. Nella dipendenza dalla relazione non importa più che persona sia quella con cui sei, importa la relazione, il legame quotidiano e tutto quel tran-tran che fai per farti amare: il tourbillon, appunto. Sei dentro una giostra che funziona solo con la tua energia, e tu sai bene quanta ce ne vuole per far produrre alla giostra solo un breve giretto! A volte pensi anche di scendere dalla giostra, ma poi pensi che non sapresti procurarti diversamente quelle sensazioni e concludi che quella relazione è un investimento troppo grosso ormai, hai puntato tanto, ne va del tuo valore se molli. E non molli.

Questa è la dipendenza relazionale. Un’illusione come tutte le dipendenze, che fa leva sulle sensazioni che hai bisogno di provare per essere felice e stare finalmente bene. Respiri solo così, ti senti libero così, ma non dura. Sei schiavo.

Melania Emma