CINQUE DOMANDE PER USCIRE DALLA DIPENDENZA AFFETTIVA

1 – Cosa davvero conta per la mia vita?
2 – Come impiego la mia energia vitale?
3 – Cosa/chi voglio ancora salvare/cambiare?
4 – Questo cambierà/guarirà la mia vita?
5 – Mi piaccio così?

VUOI VERAMENTE USCIRE DALLA DIPENDENZA AFFETTIVA? Mi fa piacere, ma per uscirne serve un cambio radicale di prospettiva: è impossibile farcela restando nel vecchio ordinamento di pensiero da dipendente affettivo. Questo significa la parola RADICALE: smettere di stare in posti a basso tenore energetico a tentare di capire, spiegare, moderare, cambiare. Smettere di interagire con persone a basso tenore energetico a tentare di capire, spiegare, moderare, cambiare. Smettere di volere cambiare qualcosa di esterno credendo che questo migliorerà la tua vita. E tu? Quando e quanto investi su di te? Con la filosofia del Peace&Love NON NE ESCI. Fatti le domande qui sopra e resta su quel focus, sennò girerài sempre in loop come un criceto nella ruota.

PERCHÉ CON LA FILOSOFIA DEL PEACE&LOVE NON NE ESCI?
Te lo spiego con la mia attuale prospettiva e le SCELTE RADICALI attuate per me: se evitare la feccia, stroncare polemiche/abusi e tenere pulito il mio spazio significa “evitare il confronto, essere nazisti e intolleranti”, per me è SUPER OK. Considero queste definizioni “di pancia” come auto-certificazioni di chi me le butta addosso, quindi ringrazio pure per essersi auto-palesato. Io non sarei MAI E POI MAI sopravvissuta al Narcisismo Patologico grazie al confronto, alla democrazia e alla tolleranza: queste sono le primissime leve cui si appella una persona patologica quando una sana non accetta l’abuso.
Ho imparato che al giochino del buonismo partecipano i manipolati. E posso confermare che nelle altitudini l’aria è meravigliosamente rarefatta per sprecare fiato.
Un abbraccio a tutti quelli che vogliono uscirne.
Melania Emma

PERCHÉ SEI A PORTATA DI MANO

Questa la racconto perché merita.
Nove anni fa conoscevo l’ultimo NP della mia vita, quello che me l’ha poi rovesciata mettendomi in condizioni cercare aiuto. Non so voi, ma in quel “rapporto” io vedevo e sentivo le peggio cose viste e sentite. E non so voi, ma durante le mie telefonate implorante spiegazioni, mi munivo di carta e penna e scrivevo, scrivevo dappertutto le sue parole, quelle frasi mai sentite prima, quel linguaggio dissonante, per rileggere poi tutto dopo e mettere insieme i pezzi di un puzzle horror. Il gaslight fa fare anche questo.
Trascrivo il reperto che ho appena trovato (sto facendo ordine in studio) tra i miei disegni dell’epoca. Ricordo bene che fu dopo uno dei suoi riagganci.
– Ho paura di me stesso quando sto con te, non riesco a controllarmi, ti faccio male, io odio le donne.
– Ma perché mi cerchi allora, perché?
– Perché sei a portata di mano, sei consenziente.
(poi avevo scritto anche la morale conclusiva, ma questo dimostra, almeno nel mio caso, che la consapevolezza non basta per uscirne)

Che dire?
Momenti in cui i polmoni si gonfiano di felicità! Ricordi di una vita altra.
Auguro ad ogni lettore di questa Pagina/blog questi flashback, perché sono bellissimi. Bellissimi.

Melania Emma

Tutta la questione di una crocerossina sta nello smettere di dovere e nell’iniziare a VOLERE.

Tu hai già inziato a pensare di cambiare lavoro?

Melania Emma

Un Dipendente Affettivo ama comunque e disperatamente e potrebbe annullare la sua intera vita per questo. Crede che amare lo salverà e lo garantirà dalla solitudine, crede che sarà amato solo se ama. Per questo sogno, si costruisce con le sue mani una cattedrale con le sbarre, dove diventa prigioniero dei suoi sterminati bisogni e paure. Al contempo vorrebbe essere libero e sa bene di aver pagato un prezzo per quella cattedrale di pseudo-sicurezze. Poi rinforza le sbarre proprio appena vede uno spiraglio di occasione di libertà, perché se volasse perderebbe i punti di riferimento che, anche se nel frattempo sono diventati nocivi e limitanti, lo identificano e radicano comunque.
È un lavoro possibile quello di uscire dalla DA, e che ripaga infinitamente.
Melania Emma

SUL PERCORSO

Ciao lettori cari, rispondo alla domanda che una lettrice mi ha fatto nei commenti del post precedente, perché è una domanda che altre volte ho ricevuto, ma ho trattato con poca importanza. Come sempre, rispondo portando solo la mia esperienza, ecco la domanda di Paola:

“Mel volevo chiederti un parere. Quando una dipendente incontra un altro dipendente affettivo che accade? Possibile che vedendo nell’altro quegli aspetti di sè che attua inconsapevolmente, ma consapevolmente rifiuta, ne provi repulsione?”

Cara Paola, repulsione è la parola perfetta ma è adatta quando uno dei due DA é pienamente consapevole di sé. Consapevole vuol dire che tu sai bene qual è il sentiero e hai ogni mezzo per percorrerlo, ci cammini ma non lo pratichi, o non lo imbocchi affatto, oppure lo imbocchi ma cadi, retrocedi, vai su e giù (é una fase anche quella). Da consapevole, sai benissimo quali sono i tuoi “agganci”, ma i tuoi muri di protezione hanno ancora qualche falla. Questione di tempo. Preciso quindi che “consapevole” non è “risolto”.

Io qui rispondo per la mia esperienza personale, avendo vissuto la tua domanda proprio nella fase sopra: la repulsione arriva eccome, ma passa prima attraverso un breve sentimento sconfinato di empatia (che è l’unica vera “chimica” possibile tra due DA). Perché breve? Perché per fortuna quando sei consapevole capisci quando chiudere e, più di quanto soffra il tuo beneamato DA, ti preme solo uccidere al più presto la tua crocerossina, perchè senti “l’aggancio” e non vuoi più soffrire.

Tra due DA soccombe purtroppo chi ha meno amor proprio, meno autostima, meno narcisismo sano. E un DA non lo può salvare nessuno, se non lo vuole lui perché, per farlo, il suo ipotetico salvatore/crocerossina dovrebbe lottare invano contro un SABOTATORE, ossia la parte Ombra del DA che fa di tutto per non essere veramente amato e veramente felice (sappiamo già quanto per un DA sia realmente difficile accettare amore incondizionato, piuttosto si dedica anima e corpo ad una causa d’amore persa, ma venire amato in modo davvero sano lo mette a disagio).

Io ho incontrato il mio “corrispondente” nella fase di piena consapevolezza e autostima e conoscevo i miei meriti. Ma praticavo poco affettivamente, perché ero coinvolta in problemi esterni più grossi di me, ero molto pressata e stressata e ho accettato la sua corte nella mia vita più per leggerezza, per evasione, per sentire la vita, sicuramente per vanità. L’altro invece era in balia di sé stesso emotivamente, accudente, impulsivo, poco lucido, incapace di negarsi, incapace di cattiveria, di azione e di reazione, un fiume di emozioni, una tenerezza da spezzare il cuore. Aveva mille debolezze che offriva come amore, aveva molti problemi (seri) ma li negava/aggirava appena si profilava aiuto, preferendo scaricarli nella “relazione” simbiotica, aveva mille sofisticati modi per sabotare tutto il bello e tutto il buono e cospargere poi il Tutto di una dolcissima patina di “oh, quanto vorrei essere felice ma non riesco e soffro tanto per questo!”. Era totalmente emotivamente appoggiato a me ed io lo reggevo anche bene (perché mi era facilissimo capirlo), ma un vero DA concepisce l’amore solo come un puntello, di crescere e bagnarsi nell’amore vero lui ha una paura fottuta. Proprio come me un tempo, lui era un alto-spendente, un gran consumatore di beni per stare bene, ossia “illusioni per raccontarsela”. Gratificazioni materiali con acquisti compulsivi di oggetti che diventavano un must-have, perché sono portati all’innamoramento istantaneo, alle ossessioni, al non discernimento, all’affidarsi a voci esterne che loro interpretano come “istinti suggeritori”. Ma è proprio l’interpretazione, l’affare sbagliato del DA. E un DA procede a cazzo, trasportato da folate di vento, folate mosse da una macchina che non guida MAI lui.

È stato incontrare tutta me, vedere quella vecchia ME che con l’impotenza, l’innocenza, la debolezza e senza mai imporsi, manipolava per avere quello che chiamava amore. Quindi, davanti a tutti quei miei ben noti vecchi schemi, oltre a smascherare lui, inorridivo per me stessa e nemmeno riuscivo a incazzarmi con lui, perché facendolo avrei dato addosso a me stessa, e con quale diritto, se io stessa mi riconoscevo uguale? Ecco, sì, la mia repulsione e disistima crescevano proporzionalmente al riconoscermi troppo sana per lui, così ho preso quei miei sentimenti finalmente sani, mi sono fatta un fagottino-regalo e mi sono imposta di chiudere. Quella persona è stata per me un grosso ponte sulla Libertà, l’ultima porta che mi son chiusa alle spalle prima di (finalmente) vivere. Addirittura, nel suo volo di autodistruzione, il suo ultimo gesto drammatico e scomposto (forse per ferirmi) mi ha liberata ancora di più, come se la sua persona, cadendo in basso, desse propulsione a me per volare verso l’alto.

Cosa fanno due DA é qualcosa che può durare una vita di intera follia: l’uno sa cosa pensa l’altro e soprattutto perché lo pensa, si soffre all’unisono e ci si lega per questo, si comprende bene e si esalta più il difetto che la virtù, più la vigliaccheria che la nobiltà, in pratica si ama ed esalta la propria parte Ombra, la si riconosce, la si soccorre, si può davvero passare una vita intera a curare nell’altro quello che va assolutamente messo a posto in sé stessi. L’amore di un DA è distruttivo, perchè comunque manipolativo: deve tendere alla fissità, all’immobilità, alla chiusura al mondo cattivo, alla protezione dalle paure e, alla lunga, fra le mani non si stringe veramente nulla.
Melania Emma

La Scelta presenta sempre, sempre, sempre delle rinunce. Per il dipendente la scelta/rinuncia significa PERDITA dei benefit acquisiti con la (s)vendita di sé stesso, sui quali si fonda la sua idea di sé stesso e sui quali si puntella la sua sicurezza fittizia. Egli non vede affatto che la Scelta contiene una perdita in favore di un’acquisizione, perché l’acquisizione é qualcosa di terribilmente nuovo e sconosciuto che porta un CAMBIAMENTO, che dissesta le sue sicurezze fittizie. Puntellato com’è, per il dipendente è molto difficile lasciare/scegliere e anche quando viene lasciato o subisce la scelta altrui, anche nonostante anni di no contact, rimane comunque vivo un cordone mentale affettivo, la nostalgia di ciò che avrebbe potuto essere e non è stato, dimenticando perfino il peggior male vissuto. E non vedendo affatto tutto il male auto-infertosi pur di difendere la sua non-scelta, ossia la sua unica e reale identità.
Melania Emma

Nel mio lungo percorso di Rinascita, ho capito che la relazione di dipendenza non c’è solo verso una persona, ma anche col lavoro, col fitness, col fumo, col cibo, con un’idea di sé, con un’idea del mondo. Perfino con la libertà. La relazione tossica può esserci con persone, con oggetti e concetti. Quello che caratterizza tutto l’atteggiamento del dipendente è l’idea radicatissima di non avere scelta. Una volta capito profondamente che hai opzioni, allora sei veramente libero.
Melania Emma

CHI CI RICORDA?

Agire d’istinto, vivere sempre d’impulso, farsi guidare dal sentimento. Sono tutti modi di essere basati su istanze e motivazioni emotive e istintuali. Un bagaglio di comportamenti che ognuno può mettere in atto in alcuni momenti della vita come “opzioni” adatte a una particolare situazione, ma che non dovrebbero costituire l’unico e solo timone dell’esistenza quotidiana.

La chiave di tutto è sempre la consapevolezza
Questo è proprio ciò che accade ai cosiddetti irrazionali, persone che in quasi tutto ciò che fanno privilegiano un approccio che esclude a priori la logica e, appunto, la razionalità. Riservare un posto adeguato all’istinto dovrebbe essere il frutto di quella consapevolezza di sé che nasce dall’osservazione priva di giudizio verso i propri sentimenti, e non la semplice coazione a ripetere, l’incapacità di riconoscere le proprie istanze emotive. In queste persone, il “sentire” prevale sempre sul “capire”, e diventa il solo criterio di analisi della realtà, dalla quale si sganciano senza rendersene davvero conto e senza comprendere i motivi delle numerose frustrazioni e fallimenti, in ogni ambito. Così, quando discutono, l’argomentazione è pervasa di sentimentalismi, di ragionamenti emotivi, oppure si fonda su sensazioni e intuizioni personali vissute come totalmente oggettive. In alcuni casi compare anche quello che, in psicopatologia, si chiama “pensiero magico”, cioè il considerare possibile ciò che non lo è e il vivere come reali delle suggestioni “da sesto senso”.

Gli irrazionali a oltranza non concretizzano mai
Possono essere persone dotate di notevole magnetismo, perché lo scarso filtro mentale li pone più in contatto con l’interiorità, la fantasia, la creatività e l’immaginazione. E dunque relazionarsi con loro è all’inizio molto stimolante. Ma è nel tempo che si percepisce il limite dell’incapacità di utilizzare la razionalità come strumento per gestire e modulare questi aspetti profondi e fascinosi. Nella vita individuale spesso gli irrazionali non riescono a concretizzare in modo costante i loro talenti e nella vita sentimentale o amicale non riescono a creare una relazione stabile nel tempo perché gli impulsi emotivi disturbano di continuo il rapporto. Sono dunque avvantaggiati nel creare e nell’iniziare, ma non nel gestire e nel concludere. Ciò non significa che la razionalità debba essere predominante – anzi, non è proprio auspicabile – ma che cuore e ragione, coscienza e inconscio, istinto e calcolo devono essere compresenti nella nostra vita in modo armonico e integrato. Saper vivere gli opposti non solo protegge la salute ma fa anche accadere le cose più adatte a noi, perché ci dispone in armonia con la nostra vera natura.

I “vantaggi” dell’irrazionalità…
– Marcia in più nelle attività creative e negli studi letterari
– Carisma, fascino, impatto iniziale, magnetismo
– Capacità di empatia e di seduzione
– Spinta a osare l’insperabile, con più possibilità di raggiungerlo
– Maggiore spettro di emozioni vivibili

…e i suoi limiti
– Difficoltà a capire i problemi nei quali sono emotivamente coinvolti
– Blocco di fronte a questioni pratiche o burocratiche
– Maggior fatica negli studi medici e scientifici e nelle professioni ripetitive
– Influenzabilità da parte di elementi e persone esterni
– Difficoltà nelle discussioni: eccesso di emotività o assenza di argomenti logici

Cosa fare se ti accorgi di essere così
Non identificarti col tuo personaggio
C’è chi collega all’irrazionalità qualità artistiche, genialità, empatia, originalità e “qualcosa in più”, e alla razionalità assenza di vitalità, grigiore, freddezza. Ma la realtà non è divisa e l’Irrazionale è un personaggio parziale e infelice. Mantieni l’esubero di istinto ed emozioni, ma offrigli l’aiuto “tecnico” della tua ragione, che c’è e vuole essere usata.

Incontra le gioie della razionalità…
Prendi un libro di Storia dell’Arte ricco di immagini. Sfoglialo e impara a distinguere le opere in cui prevale l’espressività istintiva (ad esempio le tele di Velasquez) da quelle a espressività razionale (ad esempio le geometrie di Piero della Francesca). Se dopo un po’ riuscirai a godere di entrambe le visioni, vuol dire che il cervello sta integrando le sue funzioni.

…Ma prendi atto anche dei suoi svantaggi
Se vedi che la tua irrazionalità è troppo dominante, che non accetta interventi di tipo mentale e che ti crea seri problemi, per alcune scelte importanti affidati al confronto con una persona più razionale, ovviamente leale e disinteressata. Può essere chiunque ma certo una figura neutra come quella di uno psicoterapeuta potrebbe essere la più indicata.

FONTE

20 cose che un adulto non si rende conto di fare a causa dell’abuso emotivo subìto nell’infanzia

L’abuso emotivo infantile non finisce con l’infanzia… Ringrazio Claudileia per la traduzione.
Mel

L'arte di salvarsi

Fonte: https://themighty.com/2017/09/childhood-emotional-abuse-signs-dont-recognize/
Trad. C. Lemes Dias

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Abbiamo scritto prima che l’abuso emotivo infantile è “invisibile” perché non lascia tracce fisiche. Ma quello che forse non realizziamo è che l’abuso emotivo durante la fase di crescita può avere un impatto duraturo su un individuo – dobbiamo parlare più di questo!

Sfortunatamente, gli effetti dell’abuso emotivo infantile non restano confinati all’infanzia. Spesso, gli effetti si estendono nell’adolescenza e nell’età adulta – influenzando l’immagine di sé, la visione di mondo e i rapporti affettivi degli adulti maltrattati da bambini. Molte persone che hanno vissuto esperienze infantili traumatiche possono persino avere problemi con la loro salute mentale.

Volevamo sapere quali effetti poteva avere l’abuso emotivo infantile su una persona, quindi abbiamo chiesto ai lettori della nostra community di condividere tutte le cose che non si rendevano conto di fare a causa dell’abuso emotivo che avevano sperimentato prima di diventare adulti consapevoli.

Ecco cosa…

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LA BAMBINA CHE LA DIPENDENTE AFFETTIVA È STATA

C’era una volta una piccola bambina buona. C’era e c’è ancora. E ancora vuole quello che non ha potuto avere. E sarà ancora più brava, se necessario, e prima o poi le sarà dato ciò che le è stato negato.

I bambini non smettono mai di chiedere ciò di cui necessitano. Nemmeno da adulti. Trovano solo altri modi per farlo, altre persone a cui chiedere, ma mai, per nessun motivo, il bambino che si portano dentro si rassegna a ciò che non ha avuto.

Le dipendenti affettive hanno avuto genitori che non si accorgevano di loro, dei loro bisogni emotivi, di ciò che provavano, dell’amore di cui abbisognavano. Questo succedeva nella maggior parte dei casi. Le rare volte che erano più disponibili e amorevoli, erano così inaspettate ed imprevedibili che le loro figlie rimanevano in un’attesa perenne ed instancabile di quel momento sì tanto agognato in cui le avrebbero lodate, in cui le avrebbero abbracciate, in cui avrebbero visto la loro tristezza, foss’anche in mancanza di lacrime.

Ad immaginarle bambine mi vengono in mente gli uccellini appena nati che, becco all’insù, nel caldo del loro nido, in un’incessante cinguettio, aspettano che la mamma torni ad imboccarli, senza sapere mai esattamente quando questo avverrà.

La letteratura più autorevole in tema di attaccamento suggerisce che la relazione ambivalente tra madri e figli, in cui la dose d’amore è somministrata in maniera intermittente ed imprevedibile, condiziona il modo in cui i bambini, una volta diventati grandi, vivranno le loro relazioni sentimentali. È probabile che questi bambini apprendano presto che dell’amore non si può esser certi, che bisogna comportarsi bene per meritarselo, e che si deve attendere il tempo stabilito dall’altro, per ottenerne quanto basta (ammesso che basti).

La stessa letteratura ci suggerisce anche che un legame così strutturato vincola il soggetto più dipendente a quello più forte in modo più saldo (ma non per questo più sano!) di quanto non faccia un legame stabile, sicuro. Volendo far ricorso ad una metafora tanto semplice quanto evocativa che spesso uso con le mie pazienti: il bambino affamato d’amore materno rifiuterà una pizza con le patatine pur di mangiare le briciole che ogni tanto la madre sarà in grado di mettergli nel piatto.
La dinamica, dunque, può essere così riassunta: la bambina viene al mondo in una famiglia in cui i suoi bisogni non vengono visti, per motivi che possono anche essere molto diversi e che, proprio per la loro eterogeneità, non possono essere classificati: una madre depressa, un padre coinvolto in un crollo economico, la nascita di un fratello più bisognoso, un genitore narcisista, un genitore gravemente malato, uno abusante, un lutto improvviso, l’abbandono di uno o di entrambi i genitori ecc… Impara così precocemente a non disturbare ulteriormente, “è già tutto così difficile per mamma e papà…”. Impara anche ad aspettare che uno dei due o entrambi diventino disponibili, senza fare capricci, in modo da ottenere quel poco d’amore che le basta per la sopravvivenza emotiva. Va da sé, quindi, che aspettare è la norma, e che per amore si può aspettare anche tutta la vita. In questo arido quadro mette a punto delle strategie per assicurarsi la somministrazione di una dose d’amore anche minima: si comporterà bene, farà la brava, prima o poi – pensa – qualcuno si accorgerà di lei. Quindi diventerà brava davvero: sarà brava a scuola, brava all’università, brava nel lavoro. Glielo diranno in tanti che è brava tranne, probabilmente, le persone dalle quali ha atteso per tutta la sua esistenza di sentirselo dire:

Hai fatto solo il tuo dovere: cosa vuoi che ti dica? Studiare è un dovere: io pago i tuoi studi e tu studi, non ti è chiesto altro.
(Il padre di C. paziente di 46 anni, nel giorno della sua laurea).

A quel punto il vuoto interiore, scavato giorno dopo giorno da figure che dovrebbero essere affettive ed invece (nella migliore delle ipotesi) sono distratte, o (nella peggiore) francamente svalutanti o maltrattanti, diventa voragine.

Ecco dunque che la bambina divenuta adulta inizierà a fantasticare sull’immagine di un partner perfetto che porterà quell’amore, quelle attenzioni, quelle carezze e quelle lodi mai avute nella sua vita. Se mamma e papà non sono riusciti a darmelo – dice a se stessa – un uomo lo farà. E rimane in attesa, come quando era piccola. Stavolta però attende il cavaliere dall’armatura scintillante, il salvatore, l’eroe che riempirà di amore infinito e protezione la voragine che si è creata tanto tempo prima, che la aiuterà a far fronte ad ogni problema, come fosse l’antidoto ad ogni male.

E quando lui arriva, lei, che ne ha così tanto disperatamente bisogno, non sarà in grado di valutarlo applicando i criteri dell’amore. Sarà il bisogno a guidarla, il bisogno che a tanti errori porta. Perché l’amore, al contrario di come si dice, non è cieco affatto, è il bisogno a render ciechi. L’amore, invece, è un filtro dai colori vivaci che esalta le cose del mondo, rendendole vivide, belle, vibranti.

Insieme alla fantasia del principe azzurro nasce così la necessità di costituire e mantenere con l’altro un rapporto fusionale in cui i confini personali sfumano gradualmente, fino a perdersi del tutto. Se l’altro infatti è Il Salvatore, L’Antidoto ad Ogni Male, L’Amore Vero, rompere con lui non è pensabile: sarebbe come morire. La dipendente affettiva così si annulla nell’altro, nella convinzione che il massimo della gratificazione è che lui sia felice, non curandosi affatto di ciò che potrebbe rendere felice lei, non riuscendo più a riconoscere quali sono i suoi desideri, quali le sue passioni, cosa vorrebbe fare della sua vita, e pensando di scongiurare, allo stesso tempo, la paura d’essere abbandonata, sempre in agguato.

Ha imparato molto presto che se farà la brava l’altro l’amerà. E farà la brava eccome. Lo farà anche e soprattutto se l’altro non lo merita, anche e soprattutto se l’altro non somministra che briciole, del resto non ha fatto altro che questo, per tutta la sua vita, credendo che così è l’amore e che è così che si fa.

La dipendenza affettiva non è che un modo disfunzionale di stare nelle relazioni. È un modo che le bambine apprendono da piccole ma che le donne che oggi sono diventate possono (e devono) abbandonare, a patto che siano disposte ad accogliere l’aiuto degli altri, anche specialistico se necessario, e che desiderino aprirsi a modalità più sane ed equilibrate di vivere le relazioni, nonostante l’impegno che destrutturare una esperienza relazionale così arcaica possa comportare.

Del resto, per fortuna, d’imparare non si smette mai.
E nemmeno d’amare.

Come diceva una vecchia canzone a cui tanto sono affezionata: “Si sopravvive a tutto per innamorarsi”.

Dott.ssa Silvia Pittera, Psicologa – Psicoterapeuta.

Il dramma di un dipendente affettivo è che spesso, amando, in realtà cerca di correggere nell’altro ciò che egli considera sbagliato in sé stesso.
Melania Emma (Ph Hossein Zare)

LUNA

Mi spaventano le donne che: “Lui è tutta la mia vita”.
Mi lasciano tristemente basita gli uomini che accettano di starci insieme. Perché forse non lo sanno, ma le donne “Luiètuttalamiavita” non sono fidanzate con Lui. Sono fidanzate con la vita di Lui. Lui, in sostanza, è fidanzato con la sua stessa vita. Perché Lei una propria non ce l’ha, e allora ha preso quella di Lui, che è già bella e pronta.
Lei è fidanzata con la vita di Lui. Lui è fidanzato con se stesso. Per questo vanno d’accordo, pensano di amarsi sul serio e stanno insieme anche per lungo tempo.
In realtà, Lui ha scelto Lei perché è un narciso, con un ego la cui grandezza è inversamente proporzionale al suo coraggio.
Non è la sua vita di fronte a un’altra vita. Nossignore. È la sua vita riflessa in uno specchio. Una nuova forma di autoerotismo emotivo.
Lui fa l’amore con la sua stessa vita, va a cena con la sua stessa vita, litiga con la sua stessa vita, presenta ai genitori la sua stessa vita. Lei si limita a non avere alcuna personalità, e il gioco è fatto. La coppia perfetta.
Fino al giorno in cui Lei non incontra una vita che le piace di più. E Lui un’avversaria capace di mostrargli la differenza tra la luna, e il riflesso della luna nello specchio d’acqua di un vecchio pozzo.
Lui non saprà trattenerla, una donna così. E la lascerà andare, tornando ad accontentarsi del pallido riflesso della luna.
Però, qualche volta, nel silenzio colpevole di certi momenti cattivi, ci ripenserà. Ripenserà a quella donna che era la luna tutta intera. E si darà del gran cazzone.

Antonia Storace