PERCHè IL DOLORE DIVENTA QUALCOSA DA AMARE?

Un articolo sconvolgente questo, che tocca punti essenziali della relazione perversa, con parole cosi semplici da andare molto a fondo….fatelo girare, vi prego. Mel

Ci sono uomini, ma anche tante donne così come scrivono anche alcuni miei colleghi psico-blogger su Tiscali che sono incapaci di amare e che nella relazione con l’altro non possono fare a meno di usare la manipolazione affettiva come modalità pervasiva nel contatto con l’altro/a. La manipolazione dell’altro e della relazione è il pane quotidiano di questa tipologia di persone, che anche se spesso inconsapevolmente, ha lo scopo di distruggere, di annientare l’altro/a, ora amato, ora odiato, ora ammirato, ora invidiato
Nell’entrare in relazione con questa tipologia di persone, che non basterebbe chiamarle solo narcisisti, perché da un punto di vista clinico spesso hanno tratti borderline, istrionici, antisociali e paranoici si entra nel mondo di una relazione d’amore perversa, al limite della tortura. Nel dialogo con loro si ha spesso la sensazione una volta di parlare con un gattino che fa le fusa, altre volte si ha la sensazione di parlare con un boia che vuole decapitare le teste. E’ la dualità di queste personalità quella che in un certo senso “confonde” le prede d’amore, che si ancorano alla parte più buona, ma che è sempre e comunque manipolatrice e incapace di amore. Queste persone hanno un alta considerazione di sé e ovviamente scelgono per loro stessi/e chi li/le ama e tendono in ogni modo a tenerlo/le in pugno. Sicuramente non per costruire una storia d’amore, ma trarne un vantaggio, in termini di sicurezza e di base sicura (vedi in archivio i miei articoli sull’attaccamento)
Se è vero che spesso le vittime agiscono con il massimo sforzo per ottenere il minimo delle briciole d’amore, è vero che il manipolatore o la manipolatrice agiscono con il minimo sforzo per ottenere il massimo vantaggio. Sono inconsapevoli perlopiù. Agiscono con molta naturalezza e senza fretta, anzi, sarà proprio la preda a consegnarsi ogni volta alle sue mani, perché anche la più banale delle mosse, come per esempio quella del silenzio, non serve ad altro che stabilire l’asimetria della relazione (chi ha il potere, chi no). E chi ama spesso non ha potere in queste relazioni. Questo succede spesso perché la preda è stata toccata su un nodo profondo che ha a che fare con la sua vita affettiva e non ha strumenti per poter gestire “il vecchio” che ancora vive nel presente. Nella preda spesso si assiste ad una vera e propria scissione, la mente può sapere che tutto quello che sta succedendo è nocivo per la propria salute e per il proprio equilibrio, che la vita personale si sta prosciugando, che si hanno meno energie per il lavoro e per lo studio, che non si frequentano più spesso familiari e amici. L’amore è diventato totalizzante, come una droga nei confronti del/della proprio/a aguzzino/a. La scissione è un aspetto molto interessante anche nei racconti che la preda d’amore fa: un giorno lui o lei è amorevole, un giorno è un boia. Questo confonde totalmente anche chi sta vicino alla persona e sente i suoi racconti, pensiamo agli amici, che nel vortice dell’ambivalenza non capiscono più cosa sta succedendo alla persona cara. Spesso, se non sono amici che amano davvero, si allontanano.
L’effetto di queste relazioni è spaventoso, proprio perché si diventa lo specchio del narcisista, e la preda d’amore non comprende che tutto è finalizzato ad un utilizzo egoistico dell’amore incondizionato della preda, e la speranza che provino un senso di colpa per quello che stanno facendo in realtà è impossibile perché non hanno occhi per vedere l’altro. Con questo intendo che, non riuscendo a vedere sé stessi, perché non sanno chi sono, non possono sviluppare una capacità empatica nei confronti dell’altro, e se gli viene richiesta, scimmiottano, solo perché hanno paura di perdere il loro giocattolino.
La tenerezza è un’arma per nutrirsi della vittima, sino a svuotarla. Sono tanti e tante, le donne e gli uomini, che sono rimasti/e imbrigliati nella rete di una relazione così disfunzionali. Eppure, per ciò che ho potuto sentire, nonostante il riconoscere che la relazione è tossica rimangono appesi. Nonostante depressione, disforia, attacchi di panico, disturbi alimentari ecc….
Credo che una delle maggiori difficoltà sia proprio nella capacità di centrare su se stessi l’analisi sulla situazione, ma con il tempo mi sono reso conto che questo non basta, perché le persone sentivano comunque che qualcosa rimaneva appeso, rimaneva legato. E in questo caso, facendo tesoro degli insegnamenti della Telfener sulla forme di addio, ognuno ha il suo modo di esprimerlo. Trovare il centro non basta a risolvere una relazione di quel tipo, ma va rotto il gioco perverso che il narcisista ha messo su per tenere imbrigliata l’altra persona, (e spesso è la promessa d’amore) e questo ha sempre a che fare con un nodo molto profondo della preda (il narcisista spesso non lo sa) e che esprime emozioni di rabbia, di dolore. E’ per questo che queste relazioni finiscono sempre con dolore, con rabbia, perché non sono legami di bontà.
I/le manipolatori/trici scimmiottano l’amore, fanno finta di amare, sono in grado di dire di voler bene, possono persino parlare che un giorno ci sarà un matrimonio, un viaggio assieme. Ma la regola è sempre la stessa: ad ogni finta carezza sussegue un colpo di martello che spaccherà il cuore. Più carezze ci saranno, più colpi si prenderanno. L’obiettivo del narcisista è tenere in qualsiasi modo vicino la preda d’amore. E la preda dev’essere disposta davvero a vedere di tutto: altro che le 6 frustate finali in cinquanta sfumature di grigio…
E allora la domanda più semplice da porsi è questa: Cosa sto amando di lui/lei? Perché il rifiuto, il maltrattamento, la manipolazione e il raggiro divengono qualcosa da amare?
La situazione peggiore e il campanello di allarme aumenta di volume quando si sente di non avere più scelta, persino quando si dice: “Ho incontrato lui/lei nella mia vita e ora non posso tornare indietro“. Sembrano le maledizioni del cielo, ma non è così. Lui/lei è solo una persona molto danneggiata che si è incontrata nella propria vita. Si può andare avanti invece. Il manipolatore non è mai autentico e se lo vedeste in faccia per quello che realmente è fuggireste a gambe levate. Ma comprendo, dai racconti che sento, che questo processo avviene solo dopo un po’.
Dietro la trappola c’è sempre un ricatto affettivo a volte molto impercettibile, e una minaccia, costruita ad hoc proprio sul vostro tema più dolente. Se avevate paura degli schiaffi di vostra madre, probabilmente il vostro manipolatore ha intercettato questa paura e la usa contro di voi spaventandovi o minacciandovi di lasciarvi se continuate a confrontarlo o chiedergli/le tutto ciò di cui voi avreste bisogno per poter sopravvivere.
Scordatevi che il manipolatore si attribuisca una colpa, e quando lo fa è solo per fini egoistici, per esempio tenervi lontani per un po’. Non ci sarà mai un discorso profondo di riconoscimento di quanto può avervi ferito/e. La colpa sarà prevalentemente vostra, sia nei vostri difetti, e quelle più difficili da scardinare sono proprio quelle che fanno diventare i pregi una colpa. Perché se sapete amare, probabilmente questo diventerà una colpa del fatto che il vostro rapporto non andrà bene.
Un occhio di riguardo alle lusinghe. Queste sono sempre finalizzate ad ottenere qualcosa da voi, a mantenervi vicino, e a farvi ingerire un boccone amaro. Perché non dimenticate che siete il giocattolo preferito del narcisista. A questo ricordate tutte le volte che invece vi ha denigrato senza chiedervi mai scusa. Il narcisista non ha capacità di integrare, ma è un bambino capriccioso e arrabbiato che non si impegna, che vede 1000 giochi e non ne sceglie nemmeno uno. Questo il suo triste destino.
Un aspetto molto importante per le prede d’amore è quello di riconoscere di vivere all’interno di una relazione che crea sofferenza, e che ci si sta nutrendo di quello. Decidete quante scorpacciate volete ancora farvene, ma prima o poi dovrete fare i conti con le forze che saranno sempre meno, e con la vostra vita che sta diventando un deserto.

Fonte

SII UN ALCHIMISTA

Un vero alchimista
dal veleno,
ottiene l’antidoto.
Un vero alchimista
dal dolore,
ottiene la guarigione.
_Mujer Árbol

#12

Quando sei dipendente affettivo, inizi una NON-relazione con una persona che fin da subito si dimostra dolce e gentile (e moltissime altre cose), ma che spesso sottolinea di non voler nulla di serio e di impegnativo. E tu a quelle parole (pensaci bene quando ti chiederai dov’è mai cominciato tutto quel dolore), sei presa da un sentimento di sfida, rivalsa e speranza (l’Hybris) e ti convinci che, col tuo amore grande e la tua pazienza, riuscirai a fargli cambiare idea e a renderlo il compagno più innamorato che ci sia. Peccato non tener conto che l’amore non nasce perché TU desideri quella persona.

Melania Emma

Non è vero:
Finché morte non ci separi.
La morte non separa.
E la vita non unisce
Per definizione.
Etichettare appiattisce
Fino alla bidimensione

Non è vero che il tempo
Cura tutto:
Ci sono sofferenze
Incurabili
Che si ripresentano ciclicamente
alla coscienza
Febbri malariche,
Pezzi di legno che affiorano
Imprevedibilmente
Dopo l’affondamento.

Non è vero che tutto è relativo:
Se fai del male o subisci un male
Ciò ha un valore assoluto
Un’infinità di carbonio 14
Che ci mette ère a decadere
E pesa più della buona volontà
Dell’ottima fede
E di tutti i non pensavo
Non credevo
Non sapevo.

L’universo si smaglia
Perché il male tira i fili
Mentre il bene
Si ostina a tessere.

Anna Segre (Il Telaio)

L’AMORE “OLTRE”

“Cresciamo con l’idea che innamorarsi e amare siano un fatto normale, un’esperienza a cui siamo predestinati in quanto esseri umani. Dai giocattoli ai cartoni animati, dalla letteratura al cinema, passando per tv e internet, ovunque nella nostra cultura è diffuso il (pre)concetto che l’amore sia un obiettivo esistenziale spontaneo e alla portata di tutti, un sentimento “naturale” che prima o poi ci convoglia in coppie e famiglie felici e prolifiche. Ci viene proposto come normale e come norma un modello astratto di relazione stabile e soddisfacente basato sulla reciprocità e sull’armonia, un modello che in nessun modo rispecchia la realtà delle relazioni di coppia. A dispetto dell’iconografia culturale che rappresenta l’idillio, l’innamoramento e l’amore non solo sono per lo più esperienze transitorie, ma nella gran parte dei casi sono normalmente e fisiologicamente aree di ambivalenza, di conflitto, di sofferenza e di delusione per uno o per entrambe le parti in causa. Vale a dire che le relazioni che funzionano e che durano sono il frutto di combinazioni eccezionali tra bisogni e desideri profondi di individui capaci d’amore, e non certo la regola. Molte persone si considerano sfortunate perché non riescono a garantirsi una relazione equilibrata e perché hanno vissuto più di una storia tormentata o diversi rifiuti amorosi e per questo arrivano a considerasi “sbagliate”. Quando poi la tensione verso l’ideale amoroso diventa ossessione e deraglia nella dipendenza affettiva, l’idea di avere qualcosa che non vada nella propria identità si concretizza nella sintomatologia e nelle sue conseguenze: la stagnazione in relazioni realmente impossibili e autodistruttive o il ritiro in una solitudine amara e rassegnata. L’impossibile realizzazione dell’utopia dell’Amore “modello” apre il campo alla perdita della stima di sé, al pessimismo, alla vergogna e alla depressione. Spesso gli stereotipi dell’amore come esperienza universale e della coppia indivisibile e sacra sono assurti a Verità e chi non raggiunge lo standard si sente come se avesse qualcosa di rotto, di disfunzionale. E si condanna.

Donne intrappolate nei labirinti di uomini che non solo non le amano, ma non amano affatto, né loro né nessuna; uomini imprigionati nel deserto affettivo di compagne ipercontrollanti e frustranti che non li amano, ma non amano affatto, né loro né nessuno. Persone che non si innamorano per quanto si sforzino di farlo e per quanto siano dall’altro amate esistono e esistono non come espressione di patologia in una frazione infinitesima della casistica generale, ma come variante fisiologica e relativamente frequente dell’affettività umana. La psichiatria stigmatizza con l’etichetta di “alessitimia” il deficit nella capacità di provare emozioni e di riconoscere quelle altrui, ma il disturbo alessitimico può essere visto come l’estremo clinico di un continuum che descrive la comune condizione affettiva di individui perfettamente inseriti nel tessuto sociale e capaci di mantenere un equilibrio emozionale anche senza “amare”. Non c’è alcuna ragione per pensare che la mancanza di attitudine al sentimento d’amore, inteso nella sua accezione romantica più comune, sia il sintomo di una patologia, l’esito di un trauma o la conseguenza di una qualche deviazione dalla norma. L’innamoramento e l’amore possono essere viste come strategie di adattamento positivo nel complesso mondo della psiche, ma non sono probabilmente le uniche, né quelle valide per tutti, a meno di stabilire arbitrariamente che la piena realizzazione dell’essere umano sia subordinata alla costruzione di una coppia, al di là delle sue più profonde e autentiche inclinazioni. Sarebbe come dire che esistono persone di serie A che si innamorano e condividono floridi rapporti di coppia e altre di serie B che non ci riescono o che, in fondo, non lo desiderano. La realtà delle emozioni umane è molto più complessa di quanto si vorrebbe e sfugge al cliché onnipresente e riduzionista della coppia: in questa realtà ci sono uomini e donne che semplicemente non si innamorano e non amano, oppure che si innamorano ma non amano, o, infine, che amano ma non si innamorano. Nessuna di queste condizioni individua di per sé una patologia, ma descrive uno stato, una possibilità tanto “normale” quanto quella considerata usualmente “sana”.

La patologia scaturisce quando una persona che propende alla coppia incontra un’altra persona che per proprie dinamiche non necessariamente disfunzionali non vuole, non può o non riesce a corrispondere il sentimento d’amore canonico e a comunicare nel registro “normale” delle relazioni amorose. Quando ciò accade, si apre lo scenario più tetro della dipendenza affettiva: la rabbia, l’incomunicabilità, l’inseguimento, il rifiuto, il compromesso, la disistima e la disperazione. E a soffrirne, a volte sino ad ammalarsene, è il soggetto “normale”, quello la cui capacità d’amare è integra e più consona alla norma socio-culturale vigente; l’altro, invece, sembra mantenere il proprio equilibrio anche senza l’amore che gli viene richiesto, che dovrebbe provare e che non sente, e si avvantaggia delle lusinghe e dei riconoscimenti che la relazione gli procura a costo zero. Ci sono persone del tutto normali che non hanno bisogno d’amore, non lo cercano e, anzi, lo sfuggono e combattere contro la loro modalità di relazione vuol dire lottare contro mulini a vento. Se si vuole l’amore meglio cercarlo altrove. L’amore non è per tutti, ed è una cosa normalissima…”

Enrico Maria Secci

#12

No, non è nostalgia quel dolore che senti, ma rabbia per non aver reagito prima.

Melania Emma

#10

Se ti morde un lupo, di che ti meravigli?
E’ quando ti morde una pecora, che ti puoi vergognare.

Melania Emma

PUò UNA CASA EMANARE DOLORE?

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Una casa rispecchia chi la abita, questo è assodato e nulla c’entra col feng shui o con le scelte di design, ne io mi intendo di architettura o tratto affari immobiliari. Ma ho vissuto due mesi e mezzo in una casa che emana dolore, senza mezzi termini. Le pareti sudavano letteralmente dolore e angoscia continui, si riusciva ad entrarci in uno stato d’animo sereno e benevolo, ma pian piano si veniva pervasi da un malessere, anche fisico, da pensieri negativi che come lampi fulminavano la quiete mentale, iniziava l’allerta a cosa mi passava dietro la schiena, come se tutt’attorno avvenisse qualcosa che si accavallava al piano fisico, come se si sentisse gridare senza voce, nessuna pace per i vivi e forse nemmeno per quei morti che lì hanno sofferto. Per stare in quella casa bisogna volerci stare, perché tutto ma proprio tutto, inquieta.

Nonostante l’aria che anche facendo corrente entrava dalle finestre, l’odore che la caratterizzava rimaneva, era troppo in profondità. I muri perennemente umidi da cui fuoriusciva un odore di fermo, di non vissuto, non proprio di stantio ma che faceva desiderare di profumare tutto con qualche essenza rassicurante.
La casa fu ristrutturata in fretta, in economia e mai completata. L’edificio sorge al termine di una via chiusa, che infine diventa vicolo sterrato, talmente sinuoso e stretto che risulta impraticabile da mezzi più larghi di una utilitaria; i corrieri non trovano il civico sul satellitare e devono telefonare per consegnare, le pizze a domicilio lo stesso, i mezzi di emergenza non arrivano perché non potrebbero accedere. Accanto, e per niente a distanza a norma di legge, vi è un accrocchio di abitazioni sia accostate tra esse che in verticale, dall’aspetto di favelas, ma non col fascino del vissuto, bensì con quello desolante delle baraccopoli: ognuna coi suoi pochi metri quadri di terreno su cui giacciono stracci, scope, panche divelte, palloni sgonfi, bidoni di immondizia, panni stesi, piante morte, tettoie forse parasole, perfino un cesto da basket (in uso), cucce di cani coi relativi animali, anch’essi tutti esagitati e problematici, a vederli sembrano cani dell’inferno, uno in particolare tutto nero con gli occhi arancioni e le narici dilatate. Si è talmente tutti vicini che ci si individua tutti per rumore, odore di cibo, musica o suoneria telefono, è impossibile arrivare o andare via senza che i cani (cinque in tutto) abbaino a lungo e tutti insieme fomentandosi l’un l’altro, raggiungendo il massimo del degrado di quel posto…chi mai sceglierebbe “qui sì, ecco dove vorrei vivere”. Chi mai???
I muri esterni: malta attorno a porte e finestre come fosse una mascherina attorno ad occhi e bocca di un viso mai guarito dall’eritema, o mai struccato; malta pronta per essere ricoperta dalla pittura esterna che non ha mai ricevuto. I muri interni: hanno ricevuto del  bianco almeno 13 anni orsono, poi più nulla ma, considerando la forte umidità, il non isolamento esterno-interno e l’andamento di sifoni e stufa, il nero fumo è Nero, fino agli angoli in alto, fino a quelli in basso, fino a coprire infissi di finestre e porte che un tempo erano stati scelti bianchi. In un eccesso di zelo pulii una porta bianca, sporcando inevitabilmente il muro attorno con dei baffi neri e così anche pulendo i bastoni delle tende, per apporre delle tende grigie per scelta (non mia), atte solo a coprire le finestre ormai nere, come quei muri che mai dimenticherò. Muri sofferenti. Garage e cantine hanno i muri così.

Non vuole sembrare una questione sul pulito, ma mi chiedo cosa ha in sè il proprietario che vive lì così, mi chiedo se vede ma gira gli occhi per non vedere o se proprio è assuefatto a quel modus vivendi da ritenerlo normale. La persona in questione si lava, forse anche troppo. Aprendo gli scuri per affacciarsi, dall’alto cadono dei grossi ragni, disturbati da chi per molto tempo non ha fatto uso della finestra per aria e luce; in quella casa, infatti, si apre solo la finestra del bagno e quella della cucina. Ragni dappertutto, anche stando seduti sul divano e perfino sul water: scende un ragno che a volte ti passa a fianco e lo si nota con la coda dell’occhio, oppure ti cade proprio in fronte e d’istinto tu spiaccichi per fermare qualcosa, prima ancora di sapere che è un ragno. E il cielo sa quanti insetti striscianti ho visto in pieno giorno, disturbati dalla luce che facevo entrare, correre via veloci sulle mille zampe, ma anche quelli con poche zampe non mancavano, a forma ovale, a pera, con antenne e senza, con la corazza coriacea, non so davvero quanti fossero; li schiacciavo lasciandoli lì per terra (avevo il veto di non toccare nulla ne pulire alcunchè e quando pulivo lo facevo di nascosto) e il successivo camminare o muovere oggetti li faceva poi sparire dal pavimento a chissaddove…
Certo questa fauna è nulla paragonata alle case di campagna e la mia inquietudine non è facile da descrivere con un mero racconto di una casa dopotutto solo molto trascurata. La casa la frequentavo anche in passato, ma al massimo due giorni accantonando il disagio che già provavo, non volendo approfondire, anche se spessissimo mi capitava di girarmi di scatto perché con la coda dell’occhio vedevo una sagoma uscire dal bagno e andare verso la camera, sempre, immancabilmente quella sagoma. Pur non credendo ai fantasmi, quei mesi vissuti lì la casa mi ha mostrato scene di dolore impotente, violenza verbale e reiterata, coercizione tremenda, molestie morali, punizioni a non finire, una tensione indescrivibile che prende tutto il corpo, che fascia la testa, che mi ha fatto sentire la mia voce tremare di paura e le mie mani incapaci di afferrare saldamente gli oggetti, incerte, la paura, la paura grande, e il rimanere immobile, ancora per paura, stavolta di essere vista e avere ancora paura. Può una casa emanare dolore e ottenebrare così chi ci vive? Come si spiega che puntualmente mi accorgevo che il mio petto respirava a fondo quando, uscita, avevo percorso solo pochi metri da lì? E le infinite ore passate lì dentro da sola a sentirmi guardata? E non erano sguardi di benevolenza, nonostante in un momento di angoscia mi sia rivolta ad alta voce alla “persona” che vedevo con la coda dell’occhio e l’abbia pregata di smettere…quella casa emana dolore, potrei mettere la firma col sangue a quello che affermo…la luce non entra e i colori non vibrano, perfino il profumo di bucato appena fatto non profuma affatto, ci si sente malati e sulla mia pelle lo denuncio: lo si diventa.

Era la casa di famiglia del mio ex, dove morì sola come un cane sua madre, mai conosciuta in vita mia. Lui comprò quella casa perchè la madre non voleva perderla, liquidando i due fratelli, indebitandosi con le banche e coinvolgendo con la firma anche la sua ragazza di allora (che poi lo lasciò, per cui lui dovette rivendere il piano sottostante e rinegoziare il mega mutuo).

Melania Emma