SENZA SPORCARSI LE MANI

Può uno sguardo fare paura? Può confondere, togliere ogni sicurezza rispetto al proprio modo di essere in relazione alle situazioni?
Può la semplice presenza di ‘quella’ persona, farci sentire inadeguate ad ogni contesto, incapaci di affrontare e risolvere qualsiasi problema? Uno sguardo che ci accompagna e ci giudica in ogni minimo gesto quotidiano, che ci fa sentire di non essere mai come ‘dovremmo’ essere.
Può uno sguardo, quello sguardo, essere su di noi anche se quella persona non è con noi in quel momento?
E può essere che quello sguardo appartenga ad una persona cara, ad un fidanzato, un marito, un padre o un famigliare?
Io credo proprio di sì e credo che spesso dentro la sensazione di essere inadeguate, sbagliate, inopportune e incapaci, dietro agli sguardi sfuggenti o al contrario sfidanti e disperatamente provocatori di molte donne, si possano celare situazioni di violenza psicologica, esercitata all’interno della sfera privata.
Non ci sono solamente le violenze ed i maltrattamenti fisici che segnano profondamente le persone, ma anche quelli psicologici che non lasciano lividi ed escoriazioni visibili nel corpo, ma non di meno producono ferite in luoghi non visibili, dentro le persone, e segnano profondamente la loro vita.
Possono essere violente le parole? Possono i toni di voce o i silenzi ferire e, se protratti, togliere ogni sicurezza e gioia di vivere? Sì, ci sono parole che possono ferire profondamente come pugnali, possono essere usate per umiliare e giorno dopo giorno possono distruggere una persona. Ci sono aggressioni che non agiscono direttamente sul piano fisico come uno schiaffo, una spinta, un pugno, un calcio, ma giorno dopo giorno creano un clima invivibile ed attuano un processo di distruzione psicologica attraverso parole denigratorie continue (non sai fare nulla, sei proprio una persona inutile, che cosa vuoi parlare tu che non sei nessuno, solo una povera idiota potrebbe fare quello che fai tu). E poi ci sono i gesti ed i silenzi accusatori, gli sguardi e i toni di voce di continua disapprovazione che ridicolizzano ogni cosa detta o fatta.
Un clima di disapprovazione continua dove qualsiasi atteggiamento o comportamento viene ritenuto sbagliato, inadatto. E questo non è tanto perché, come chi perpetra violenza psicologica vorrebbe far credere, è un comportamento ad essere preso di mira, ma è invece presa di mira la persona in quanto tale, in ogni cosa che fa ed in cui manifesti la propria individualità e la propria identità.
Non a caso la violenza psicologica, silenziosa ed invisibile ma non per questo meno devastante di quella fisica, viene esercitata sulle donne per lo più in famiglia o nella coppia, da un padre, un marito o un fidanzato che, in questo modo, ribadisce il proprio dominio e la propria superiorità.
Parole, gesti, toni allusivi, offese velate o esplicite che possono umiliare, distruggere lentamente ma in profondità, senza sporcarsi le mani.
E la cosa più terribile è proprio quando questo atteggiamento viene attuato da una persona cara, che si ama o si è amata profondamente e verso la quale ci si è aperti e con fiducia.
La violenza psicologica è un processo di distruzione costituito da manovre ostili che possono essere esplicite o nascoste. La svalutazione di tutto ciò che una persona fa o pensa, a cui è interessata o in cui crede. Oppure la limitazione della libertà di movimento, come impedire alla donna di uscire da sola magari adducendo motivi circa la pericolosità dei luoghi, degli orari, o trasformando la rinuncia come prova d’amore o di fedeltà.
O ancora la limitazione della libertà economica, mettendo la persona in condizione di dover chiedere per far fronte ad ogni esigenza personale e famigliare.
Ma possono essere anche manovre più nascoste come il sarcasmo, la derisione continua, il disprezzo, espresso anche in pubblico con nomignoli o appellativi offensivi, mettendo costantemente in dubbio la capacità di giudizio o di decisione.
Tutto questo protratto nel tempo fino a destabilizzare una persona e distruggerla senza che chi le sta intorno se ne accorga e possa quindi intervenire.
Le donne sottoposte costantemente a questo clima ‘vacillano’, cominciano a dubitare dei propri pensieri, dei propri sentimenti, si sentono sempre in colpa, inadeguate e spesso si isolano o vengono isolate perché assumono comportamenti non spontanei, scontrosi, lamentosi o ossessivi con le persone che intorno non comprendono e giudicano negativamente. Così la donna resta isolata, senza appoggio.
La violenza psicologica è una violenza oggettiva, chi subisce aggressione psichica è sottoposto ad un evento traumatico, chi è sottoposto a violenza psicologica si trova in uno stato di stress permanente.
Nella coppia la violenza psicologica è spesso negata e banalizzata. Si tende troppo spesso a considerare la donna complice dell’aggressore perché non riesce, non sa o non vuole ribellarsi, ma questo è esattamente il risultato della violenza esercitata. La vittima di violenza psicologica è paralizzata, confusa, sente il dolore, la sofferenza emotiva, ma non riconosce l’aggressione subita.
Il problema relativo alla violenza psicologica, infatti, è relativo al riconoscimento di essa, alla consapevolezza di esservi sottoposti.
La difficoltà per molte donne è legata al dover ammettere a se stesse di amare o aver amato qualcuno da cui, invece, ci si deve difendere; al dover abbandonare l’ideale di amore romantico per cui il fidanzato o il marito che offende o denigra, con il nostro amore, cambierà. Occorre rinunciare all’ideale di tolleranza femminile e spesso, molto spesso, è difficile arrivare da sole e senza aiuto a riconoscere di essere state sottoposte ad aggressioni psicologiche.
Occorre chiedere aiuto, occorre venire aiutati da esperti.
Spesso l’unica soluzione è chiedere aiuto in relazione alla presenza dei sintomi che derivano dalla costante tensione interiore, dal dover reggere la situazione, sforzandosi di non reagire, spesso di comprendere e giustificare e ancora dallo stress che la confusione stessa genera.
I segnali di malessere si possono individuare nei disturbi del sonno, nell’irritabilità, nell’insorgenza frequente di mal di testa e cefalee, nei disturbi gastrointestinali o in un continuo stato di apprensione, di tensione costate e di ansia. Questi possono essere considerati segnali di disagio di cui è opportuno verificare l’origine per poter, spesso lentamente e con fatica, prendere consapevolezza delle aggressioni subite, comprendere perché le si è assorbite e ridefinire i propri limiti di tollerabilità, in modo che non vengano mai più oltrepassati.

Cinzia Sintini
(psicologa-psicoterapeuta)

Fonte

KETTY

Riusciremo mai ad essere preparati per la Felicità? Quando riusciremo a non resisterle, non sabotarla e stoppare i meccanismi di controllo?
La volta che per un attimo volo al super in pantalone di tuta, coi capelli ancora maleodoranti di Henné fresco e senza correttore in viso, giusto per prendere le ultime cose per il pranzo da amici di domani, la Felicità è in agguato alla cassa: guardo bene la tizia davanti a me pensando quanto cacchio ci sta mettendo a riempire la borsa e pagare. Quel profilo, la voce, capelli inconfondibili, pronuncio il suo nome e mi dico che al massimo può dirmi no. Ma le pupille in quegli occhi chiari si dilatano all’istante, mi riconosce, fa domande agitate, spontanee, di circostanza. Io tiro indietro imbarazzata e sulla difensiva ma lei mi aspetta fuori mentre pago: la mia prima, grande e unica amica d’infanzia vuole il mio numero. Oddio, come accidenti li riempiamo questi decenni adesso? Impreparata e nervosa, resto comunque a parlare coi miei primi dieci anni di vita. La studio nei gesti. La sua rilassatezza mi tranquillizza, i ricordi sono una valanga che non sono preparata a veder scorrere. É sempre stata più disinvolta di me, lei. Se fosse stato per me, la conversazione sarebbe finita imbarazzata alla cassa e ciao, ma i suoi occhi erano azzurri come l’infanzia e ringrazio Dio per questo. Adesso, dopo oltre trent’anni, stesso super e stesso quartiere, vicine di casa come allora. E, come allora, lei scoppiettante, io cauta. La depositaria, l’una dell’altra, di ogni vergogna, segreto, follia. Bambine grandi, già su WhatsApp a decidere per il nostro primo appuntamento.
Melania Emma

LA BAMBINA CHE LA DIPENDENTE AFFETTIVA È STATA

C’era una volta una piccola bambina buona. C’era e c’è ancora. E ancora vuole quello che non ha potuto avere. E sarà ancora più brava, se necessario, e prima o poi le sarà dato ciò che le è stato negato.

I bambini non smettono mai di chiedere ciò di cui necessitano. Nemmeno da adulti. Trovano solo altri modi per farlo, altre persone a cui chiedere, ma mai, per nessun motivo, il bambino che si portano dentro si rassegna a ciò che non ha avuto.

Le dipendenti affettive hanno avuto genitori che non si accorgevano di loro, dei loro bisogni emotivi, di ciò che provavano, dell’amore di cui abbisognavano. Questo succedeva nella maggior parte dei casi. Le rare volte che erano più disponibili e amorevoli, erano così inaspettate ed imprevedibili che le loro figlie rimanevano in un’attesa perenne ed instancabile di quel momento sì tanto agognato in cui le avrebbero lodate, in cui le avrebbero abbracciate, in cui avrebbero visto la loro tristezza, foss’anche in mancanza di lacrime.

Ad immaginarle bambine mi vengono in mente gli uccellini appena nati che, becco all’insù, nel caldo del loro nido, in un’incessante cinguettio, aspettano che la mamma torni ad imboccarli, senza sapere mai esattamente quando questo avverrà.

La letteratura più autorevole in tema di attaccamento suggerisce che la relazione ambivalente tra madri e figli, in cui la dose d’amore è somministrata in maniera intermittente ed imprevedibile, condiziona il modo in cui i bambini, una volta diventati grandi, vivranno le loro relazioni sentimentali. È probabile che questi bambini apprendano presto che dell’amore non si può esser certi, che bisogna comportarsi bene per meritarselo, e che si deve attendere il tempo stabilito dall’altro, per ottenerne quanto basta (ammesso che basti).

La stessa letteratura ci suggerisce anche che un legame così strutturato vincola il soggetto più dipendente a quello più forte in modo più saldo (ma non per questo più sano!) di quanto non faccia un legame stabile, sicuro. Volendo far ricorso ad una metafora tanto semplice quanto evocativa che spesso uso con le mie pazienti: il bambino affamato d’amore materno rifiuterà una pizza con le patatine pur di mangiare le briciole che ogni tanto la madre sarà in grado di mettergli nel piatto.
La dinamica, dunque, può essere così riassunta: la bambina viene al mondo in una famiglia in cui i suoi bisogni non vengono visti, per motivi che possono anche essere molto diversi e che, proprio per la loro eterogeneità, non possono essere classificati: una madre depressa, un padre coinvolto in un crollo economico, la nascita di un fratello più bisognoso, un genitore narcisista, un genitore gravemente malato, uno abusante, un lutto improvviso, l’abbandono di uno o di entrambi i genitori ecc… Impara così precocemente a non disturbare ulteriormente, “è già tutto così difficile per mamma e papà…”. Impara anche ad aspettare che uno dei due o entrambi diventino disponibili, senza fare capricci, in modo da ottenere quel poco d’amore che le basta per la sopravvivenza emotiva. Va da sé, quindi, che aspettare è la norma, e che per amore si può aspettare anche tutta la vita. In questo arido quadro mette a punto delle strategie per assicurarsi la somministrazione di una dose d’amore anche minima: si comporterà bene, farà la brava, prima o poi – pensa – qualcuno si accorgerà di lei. Quindi diventerà brava davvero: sarà brava a scuola, brava all’università, brava nel lavoro. Glielo diranno in tanti che è brava tranne, probabilmente, le persone dalle quali ha atteso per tutta la sua esistenza di sentirselo dire:

Hai fatto solo il tuo dovere: cosa vuoi che ti dica? Studiare è un dovere: io pago i tuoi studi e tu studi, non ti è chiesto altro.
(Il padre di C. paziente di 46 anni, nel giorno della sua laurea).

A quel punto il vuoto interiore, scavato giorno dopo giorno da figure che dovrebbero essere affettive ed invece (nella migliore delle ipotesi) sono distratte, o (nella peggiore) francamente svalutanti o maltrattanti, diventa voragine.

Ecco dunque che la bambina divenuta adulta inizierà a fantasticare sull’immagine di un partner perfetto che porterà quell’amore, quelle attenzioni, quelle carezze e quelle lodi mai avute nella sua vita. Se mamma e papà non sono riusciti a darmelo – dice a se stessa – un uomo lo farà. E rimane in attesa, come quando era piccola. Stavolta però attende il cavaliere dall’armatura scintillante, il salvatore, l’eroe che riempirà di amore infinito e protezione la voragine che si è creata tanto tempo prima, che la aiuterà a far fronte ad ogni problema, come fosse l’antidoto ad ogni male.

E quando lui arriva, lei, che ne ha così tanto disperatamente bisogno, non sarà in grado di valutarlo applicando i criteri dell’amore. Sarà il bisogno a guidarla, il bisogno che a tanti errori porta. Perché l’amore, al contrario di come si dice, non è cieco affatto, è il bisogno a render ciechi. L’amore, invece, è un filtro dai colori vivaci che esalta le cose del mondo, rendendole vivide, belle, vibranti.

Insieme alla fantasia del principe azzurro nasce così la necessità di costituire e mantenere con l’altro un rapporto fusionale in cui i confini personali sfumano gradualmente, fino a perdersi del tutto. Se l’altro infatti è Il Salvatore, L’Antidoto ad Ogni Male, L’Amore Vero, rompere con lui non è pensabile: sarebbe come morire. La dipendente affettiva così si annulla nell’altro, nella convinzione che il massimo della gratificazione è che lui sia felice, non curandosi affatto di ciò che potrebbe rendere felice lei, non riuscendo più a riconoscere quali sono i suoi desideri, quali le sue passioni, cosa vorrebbe fare della sua vita, e pensando di scongiurare, allo stesso tempo, la paura d’essere abbandonata, sempre in agguato.

Ha imparato molto presto che se farà la brava l’altro l’amerà. E farà la brava eccome. Lo farà anche e soprattutto se l’altro non lo merita, anche e soprattutto se l’altro non somministra che briciole, del resto non ha fatto altro che questo, per tutta la sua vita, credendo che così è l’amore e che è così che si fa.

La dipendenza affettiva non è che un modo disfunzionale di stare nelle relazioni. È un modo che le bambine apprendono da piccole ma che le donne che oggi sono diventate possono (e devono) abbandonare, a patto che siano disposte ad accogliere l’aiuto degli altri, anche specialistico se necessario, e che desiderino aprirsi a modalità più sane ed equilibrate di vivere le relazioni, nonostante l’impegno che destrutturare una esperienza relazionale così arcaica possa comportare.

Del resto, per fortuna, d’imparare non si smette mai.
E nemmeno d’amare.

Come diceva una vecchia canzone a cui tanto sono affezionata: “Si sopravvive a tutto per innamorarsi”.

Dott.ssa Silvia Pittera, Psicologa – Psicoterapeuta.

FRIDA

Ieri sera ho visto il film dedicato a Frida Kahlo, all’anagrafe Magdalena Carmen Frida Kahlo y Calderòn, la celebre pittrice messicana. In molti, immagino, conosceranno la sua storia, una storia di sofferenze fisiche atroci, intollerabili, di interventi chirurgici per mezzo dei quali verrà “rattoppata” molte volte – per usare un termine a lei caro – come si rattoppano i vestiti ormai dismessi e che la obbligheranno a dipingere nelle posizioni più assurde, senza che lo spirito ne risenta o la mente indulga, un attimo di troppo, nell’idea dell’impossibilità di risalire la china: un’anima d’acciaio e leggerezza, quella di Frida, chiusa dentro un corpo minuto, che la vita proverà a storpiare ripetutamente, incapace, tuttavia, di fiaccarne la sensualità vibrante, potentissima.

Ha soltanto diciotto anni quando resta coinvolta in un grave incidente stradale, mentre viaggia in autobus: il corrimano del veicolo la attraversa da parte a parte, all’altezza del bacino, entrando nel fianco e uscendo dalla vagina; la spina dorsale e l’osso pelvico si spezzeranno in tre punti, la gamba sinistra in undici. Dimessa dall’ospedale, sarà costretta a indossare “un’armatura” di gesso che la avvilupperà come un bozzolo, dal seno alle caviglie. Subirà trentadue operazioni, e non potrà mai diventare madre.

Alejandro Gòmez Arias, lo studente di diritto con lei al momento dell’incidente e con il quale Frida intrattiene una relazione, la lascia qualche tempo dopo, non volendo immolare la sua vita ad una “storpia”, come dice di se stessa più volte, con ironia disarmante e lucidissima. Mentre Alejandro le comunica l’intenzione di trasferirsi lontano, e con questa l’epilogo della storia d’amore che li ha visti insieme, Frida comincia a disegnare sopra il gesso, nel punto sotto il quale preme la femminilità del suo seno sinistro, una piccola farfalla. “Voglio che tu esca da questa stanza prima che la farfalla sia finita” gli dice. Nelle settimane successive, il gesso che costringe il corpo di Frida all’immobilismo della rigidità, si riempie di farfalle dalle tinte vive, sempre più vive, ogni volta più vive, mentre chiede che le montino uno specchio sul soffitto, in corrispondenza del letto, da cui non ha modo di alzarsi, così che possa disegnare se stessa e perciò realizzare la meravigliosa collezione di autoritratti che, oggi, diffusamente conosciamo. Alla fine, la prigione del suo corpo diventa il coacervo di decine e decine di ali bellissime. Quando il medico le taglia finalmente il gesso, aprendolo in verticale, sulla schiena, sembra quasi che le farfalle di Frida, fino ad allora posate su quel giaciglio severo, necessario a raddrizzarle le ossa, possano librarsi in volo e guadagnare il cielo.

Frida trasforma il suo carcere personale in un inno alla vita, un canto di lode al coraggio, alla libertà, alla non arrendevolezza. Quando, ormai grande, patendo il travaglio della separazione da Diego Rivera, l’amore di sempre, chiederà a suo padre di ricordarle chi voleva essere da bambina, lui le risponderà: “Te stessa, volevi essere te stessa”, carezzando la testa di quella figlia ribelle che aveva sempre, segretamente, preferito alle altre.

Non per forza sono fatte di gesso o di sbarre, le prigioni. Il carcere più duro, io l’ho visto nei rimpianti; nelle occasioni di felicità che non abbiamo saputo riconoscere e che perciò sono andate smarrite lungo la strada; nelle piccole meschinità; nella tensione a non deludere l’altro – un genitore, un figlio, un compagno – e così ricercandone l’approvazione, come fosse misura del nostro valore umano; nella povertà che sventra il concetto di uguaglianza, sottraendogli la dimensione di concretezza, e perciò riducendolo a un’idea alienata, impalpabile, buona solo dentro ai libri, quando, seduti intorno a un tavolo, la pancia brontola perché c’è poco o niente da mangiare; nella frustrazione dei tentativi che non abbiamo mai osato, credendo che le circostanze fossero sempre, in ogni caso, più forti di noi; nell’amore che non abbiamo ricevuto, pur avendolo dato, e dal quale ci siamo lasciati cambiare, pensando che un cuore più duro ci avrebbe preservati da sofferenze future, mentre ci allontanava da noi stessi; nella vita sprecata ogni giorno, con colpevole noncuranza, come acqua che travasiamo da un recipiente all’altro, servendoci distrattamente di un imbuto e lasciandone colare molta lungo i margini, incapaci di centrare quel piccolo forellino di passaggio che ci richiama alla perizia, alla dedizione, e che ci permetterebbe di non disperderne nemmeno un goccio. Le ho viste anche lì, dicevo, le prigioni. E perciò mi batto, oggi, per farmi leggera, per farmi libera. Come le farfalle colorate di Frida.

Antonia Storace – 21 luglio 2018

MA CHE STRONZA!

Diventa libera dall’approvazione, autonoma in quasi ogni pratica, guarita da ogni dipendenza. Lavora sodo su questo, perchè è impagabile. La paura sa di sangue e attira gli squali. La paura di restare soli, senza aiuti o supporti, la paura di cosa penserà chi. Di cosa farà chi.
La preda più succosa per un narcisista patologico è una persona dipendente emotivamente, affettivamente, finanziariamente, mentalmente. Diventa sana al punto da creare imbarazzo per la tua autenticità e schiettezza. Sii gentile, sorridi molto, anche ingenuamente, tanto quanto poi infili le lame giuste. Difenditi senza scalpore, agisci senza annunciarlo, pronuncia il No quando é No. Non rendere le cose facili per un quieto vivere che non è nemmeno tuo. Tu esisti!
Quando sarai troppo sana per lui, quando sarai troppo lucida, troppo svelta, troppo pratica, troppo poco contorta, al punto da incartarlo nella sua stessa ambiguità e creargli delle difficoltà, allora sarai finalmente troppo a rischio smascheramento e, laddove non riuscirà ad evitarti, ti saluterà con timore.
Un narcisista che finge rispetto e ti tratta con finta educazione ricacciandosi tra i denti il veleno perché sa che sei una rogna, é un buonissimo traguardo. Sentirlo mormorare “Ma che stronza!” mentre ti allontani, non è una provocazione, ma un successo.
E poi: conserva l’amore per i tuoi simili.
Melania Emma

Una donna del suo uomo ama le sue lacrime e le sue sconfitte. Quanto a lungo si può amare il suo bel corpo e il suo fascino? Cosa resta di un giorno di sole splendente se non la serenità di un quieto e avvolgente tramonto, dove lenire le scottature? Se non ti accorgi dei suoi occhi tristi dietro i sorrisi rassicuranti, della mascella tesa o della schiena curva nelle difficoltà e non ami profondamente quelle sue lacrime e quelle sue sconfitte, non dirgli nemmeno mai che lo ami.
Melania Emma

LUNA

Mi spaventano le donne che: “Lui è tutta la mia vita”.
Mi lasciano tristemente basita gli uomini che accettano di starci insieme. Perché forse non lo sanno, ma le donne “Luiètuttalamiavita” non sono fidanzate con Lui. Sono fidanzate con la vita di Lui. Lui, in sostanza, è fidanzato con la sua stessa vita. Perché Lei una propria non ce l’ha, e allora ha preso quella di Lui, che è già bella e pronta.
Lei è fidanzata con la vita di Lui. Lui è fidanzato con se stesso. Per questo vanno d’accordo, pensano di amarsi sul serio e stanno insieme anche per lungo tempo.
In realtà, Lui ha scelto Lei perché è un narciso, con un ego la cui grandezza è inversamente proporzionale al suo coraggio.
Non è la sua vita di fronte a un’altra vita. Nossignore. È la sua vita riflessa in uno specchio. Una nuova forma di autoerotismo emotivo.
Lui fa l’amore con la sua stessa vita, va a cena con la sua stessa vita, litiga con la sua stessa vita, presenta ai genitori la sua stessa vita. Lei si limita a non avere alcuna personalità, e il gioco è fatto. La coppia perfetta.
Fino al giorno in cui Lei non incontra una vita che le piace di più. E Lui un’avversaria capace di mostrargli la differenza tra la luna, e il riflesso della luna nello specchio d’acqua di un vecchio pozzo.
Lui non saprà trattenerla, una donna così. E la lascerà andare, tornando ad accontentarsi del pallido riflesso della luna.
Però, qualche volta, nel silenzio colpevole di certi momenti cattivi, ci ripenserà. Ripenserà a quella donna che era la luna tutta intera. E si darà del gran cazzone.

Antonia Storace

SUOCERE

Cari lettori, ciao.
Non abbiate mai nessuna remora o senso di colpa nel tagliare i ponti con certi vostri “amici”.
Mi rivolgo soprattutto a noi donne: una VERA amica conosce e ricorda SEMPRE le parole “scusa”, “mi dispiace”, “non volevo”, “a te ci tengo”, “grazie” e non le dà per scontate in virtù della confidenza. Una vera amica si accerta che tu abbia capito bene cosa intende dirti, se non hai capito lo rispiega, non lascia MAI che tu capisca qualcosa che non è. Una vera amica ti critica molto ma sempre con fare gentile, dalle sue parole di critica devi sentire AMORE, devi sentire attenzione alla tua sensibilità, devi sentire che parla PER TE.
Invece ci sono “amiche” che quando ti parlano lo fanno da SUOCERE. Se ciò accade, quella “cara amica” ha qualcosa di traverso con te, stanne certa e se vuoi la certezza di questo (perchè a chiederle se ha qualche mal di pancia con te, negherebbe) dille che ti ha ferita con le sue parole, dille che le sue critiche ti fanno male, dille che non te lo aspettavi: se fosse una cara amica che non intendeva farti male, starebbe malissimo nel sapere di averti ferita, ma di certo non serve spiegare come si comporta una persona che ti ama ed è contrita per te, giusto? Se invece non è dispiaciuta, quella è una SUOCERA, e la vedrai offendersi, indurirsi nei toni e modi, arrivare a dirti che TU hai frainteso e che TU sei permalosa, infine girare il culo e sparire nel silenzio. E anche questo copione non serve spiegare che nome ha, giusto?
Allora: non abbiate mai nessuna remora o senso di colpa nel tagliare i ponti con QUESTI “amici”, perchè se vi tenete un rapporto così, state acconsentendo ad accettare un abuso emotivo: venite feriti e l’altro se ne frega. NO!
Molto ma molto spesso queste “suocere” sapete chi sono? Sono donne sane, normalissime, empatiche, sensibili e dotate, che per inconsapevolezza (o convenienza) stanno a loro volta dentro a rapporti malati o dentro situazioni di abuso narcisistico. E purtroppo sappiamo come si diventa co-narcisisti stando accanto e dentro situazioni abusanti di questo tipo, ma ciò non toglie che NOI si debba tollerare il riverbero velenoso di qualcuno che vive dentro situazioni e rapporti disturbati, specie se anche noi ci abbiamo messo anni a scollarci di dosso quel veleno narcisista.
Non perdete niente se chiudete questi ponti, se restate perdete un altro pezzo di voi stessi.
Vi abbraccio!


Melania Emma

Se una donna vuole un compagno sensibile deve rivelargli il segreto della dualità femminile. Deve parlargli della donna interiore, che insieme a sé fa due. Lo farà insegnando due domande che la faranno sentire guardata, ascoltata, conosciuta: “Che cosa vuoi?”, “Che cosa desidera il tuo io più profondo?” Per amare una donna, il compagno deve amarne anche la natura selvaggia… l’amante più prezioso è colui che desidera imparare. Se c’è una forza che alimenta la radice del dolore, quella è il rifiuto di apprendere ancora. Il buon compagno è colui che continua a tornare per capire e non si lascia scoraggiare. Se un lato della natura duale femminile si può chiamare Vita, la sorella gemella della vita è una forza detta Morte.
La donna selvaggia, l’amante selvaggio, sanno sopportarne la vista. E ne escono completamente trasformati.
_Clarissa Pinkola Estés – Donne che corrono coi lupi

QUALE REPUBBLICA?

18921993_700544303466183_1681516590493910735_n

Mah… Guardando questa foto giuliva Oggi, mi viene da ricordare e fare presente che solo un mese fa, per la prima volta in vita mia, ho avuto bisogno della contraccezione di emergenza (CE). Per chi non lo sa, la CE è una misura precauzionale da usare entro poche ore da un rapporto sessuale non protetto (solo per quanto riguarda una gravidanza indesiderata, non certo per le m.s.t.). Tale metodo è solo occasionale (non è un metodo contraccettivo) e non riguarda la RU486. Consiste in due protocolli completamente gestibili dalla donna in autonomia: 1) un concentrato ormonale acquistabile senza ricetta medica (se maggiorenne ovviamente) riassunto in un’unica pillola da assumere entro un tot di ore dal rapporto a rischio. 2) l’inserimento di una spirale intrauterina in rame (la IUD) che ogni ginecologo è tenuto ad inserire in emergenza anche se non sei sua paziente, presentando un paptest recente di almeno 12 mesi.
Dunque: un farmacista procura il farmacologico e un ginecologo procura il non farmacologico. È diritto e scelta della donna usare entrambi i protocolli, se ciò la fa sentire sicura, unendo quindi la pillola del giorno dopo all’inserimento di una IUD, che poi le resta anche anni, se vuole e se la tollera.
Tutto sto briefing sanitario per dire cosa?????
Che per mia personale esperienza ESISTE L’OBIEZIONE DI COSCIENZA ANCORA PRIMA DEL CONCEPIMENTO. Ed è inconcepibile! Posso portare il nome dei ginecologi che mi hanno detto NO all’inserimento della IUD in emergenza (a pagamento eh?) e nome dei farmacisti che NON vendono la pillola del giorno dopo. Le scuse? “non ce l’ho, mai tenuta (mai tenuta), la devo ordinare, provi alla farmacia tal dei tali” (farmacista) – “qui non faccio interventi simili (simili) anche perché dovrei avere l’assistente\infermiera che qui in studio non ho e non sarei autorizzato a farlo da solo, provi in ospedale” (ginecologo).
Parlo dal ricco e civile Nord Est, dalla mia ridente città dello spritz, dove in emergenza ho trovato due ginecologi disponibili, uno a 40 km fuori città ed uno a Rovereto (Regione Autonoma vabbè, non fa testo lo so). La IUD non l’ho poi più inserita per scelta, perché il mio farmacista mi ha dato l’unica pillola che aveva in negozio ancora prima di aprirlo (vedendomi lì al mattino che aspettavo l’apertura della saracinesca, mi ha fatto entrare dal retro prima dell’orario di apertura) e procurandomene una seconda entro sera, per mia scelta di prenderne dose doppia. Ma essendomi confrontata nel giro di tre giorni con moltissime donne (ché si sa che noi donne sti fatti li dobbiamo condividere istintivamente con le nostre simili) ho appreso con orrore di trafile infinite di donne che chiedevano sta pillola nelle farmacie e non gli veniva venduta. Non possono esistere frasi come “Mel, sei stata fortunata, se riesci ad assumerla entro le prime 12 ore è anche perché trovi una farmacia che te la vende!”. NON PUÒ ESISTERE QUESTO!
Quindi Oggi penso solo che una Repubblica che fa dettare legge ai “medici” per diritti e salute della donna o mantiene saldi i culi agli statali col fior di cervelli di amici che ho all’estero che non riescono a lavorare degnamente qui, una Repubblica così è una dittatura che ha solo cambiato nome. Niente da festeggiare, qui.
E gli obiettori andrebbero segnalati con nome e cognome e mappati in un database accessibile a chiunque di noi abbia bisogno di non perdere tempo, così quando ci serve UN SERVIZIO guardiamo la lista dei rispettabilissimi obiettori, che molto spesso dicono NO senza indirizzare ai colleghi che invece quel servizio lo offrono.
Melania Emma

Nessuna donna dovrebbe soffrire. Mai. Non perché gli uomini invece debbano, ma per una donna che soffre si spezza qualcosa nel Pianeta

Melania Emma

LA DONNA SELVAGGIA NON E’…

14291730_562316287288986_6631011138194955859_n.jpg

…un mito, la donna selvaggia esiste, l’ho vista camminare tra fiori guardando senza vedere nelle notti di luna piena, ballando al ritmo dei tamburi in mezzo al fiume.
La donna selvaggia esiste, dorme all’interno di ogni donna e aspetta di essere risvegliata.
La donna selvaggia emana una freschezza di libertà. E inoltre dona brividi: si ha la sensazione di aver visto un lupo in agguato. Diventi ansioso di guardare di nuovo.
La sua bellezza è spaventosa, è una specie rara.
Non si può domare, lei evita le regole. E quando pensi che l’hai catturata essa scivola via come acqua tra le dita.
Quando pensi di conoscerla, ancora una volta ti sorprenderà…
Ha l’animo libero e subisce solo quando vuole.
Sceglie il suo compagno tra chi coltiva la libertà. E come lo riconosce? Come tutti i lupi, dall’odore.
I suoi movimenti possiedono la grazia, il suo sguardo emana una sensualità naturale – ma attenzione, non tentare di accarezzarla senza il suo consenso perché è burbera… non giudicare, è la sua natura.
Soffia nella sua anima la sensazione rinfrescante del legame con la terra. E da qui deriva la sua bellezza e la forza. E la sua saggezza istintiva. Sì, è saggia perché è in armonia con i ritmi della natura. Lei conosce i cicli di crescita e riesce a “non sabotare la propria felicità”… lei non è interessata alle etichette.
Sa che l’immensità del suo essere non è adatto ad alcuna definizione.
Lei è il mistero. Per un semplice motivo: la donna selvaggia sa che la vita è incerta e vive seguendo i sacri rituali, conosce i ritmi… e si muove secondo i venti, ridendo sotto la pioggia e piangendo con i fiumi. Raccoglie ciottoli, parla con le piante e all’improvviso vuole stare sola, rispettala!
Lei è appassionata, si sveglia nel sonno e non dorme per amore.
Le ingiustizie del mondo la fanno soffrire, ma lei prende un respiro profondo e rinnova la sua fede nell’umanità. Combatte ogni giorno per i propri sogni, si addormenta nel mezzo di domande senza risposta e ascolta la risposta la mattina come un sussurro nel suo orecchio, ogni giorno celebra l’immenso mistero di essere viva. Lei è l’espressione più genuina dell’archetipo del femminile in questo mondo.
Lei è lì… nelle strade… ogni giorno, se siete sensibili potete riconoscerla…
La donna selvaggia ancora sopravvive in tutte le donne, è quello che tutte devono essere ma spesso non ricordano, e la cosa peggiore è che la maggior parte ha paura e vuole rimanere in gabbia.
Essa viene fraintesa, sì, ma è pronta a leccare le sue ferite e torna velocemente alla sua natura.
Questo scritto è un omaggio alla “donna selvaggia”, che affascina gli uomini che non hanno paura di scoprirla e rispettarla. Sono un po’ nervosi, è vero, quando si trovano improvvisamente davanti a lei ma sono orgogliosi quando camminano al suo fianco.
Con amore, una donna selvaggia.

Mujer Salvaje