L’esperienza della follia è una ferita che ha cambiato la mia vita e mi ha permesso di aiutare gli altri e di conoscere maggiormente me stessa. Sono orgogliosa di tali risultati. Io non sono guarita: io ho vinto.

Sally Clay

…DI QUESTE DONNE

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Jung diceva che le donne sofferenti di un complesso materno negativo falliscono spesso nella prima parte della vita, da loro attraversata come in sogno. L’esistenza è per loro una fonte costante di sofferenza e d’irritazione. Ma se riescono a superare il complesso, nella seconda parte della loro esistenza scoprono tutta la spontaneità e la giovinezza che sono loro mancate fino ad allora.
Benché una parte della loro vita sia stata perduta, il suo significato è stato preservato. Questa è allo stesso tempo la tragedia e l’esaltante avventura di queste donne.
Non si sfugge al proprio destino, bisogna accettarne tutta la sofferenza prima che un giorno arrivi la soluzione, infinitamente semplice (…).
La donna che ha vissuto un’esperienza di questo tipo è stata privata di quella parte della sua vita di cui approfitta invece la donna che ha avuto un complesso materno positivo. La seconda resterà però inconsapevole di alcuni aspetti psichici profondi. La prima invece, avendo per così dire dovuto fare il giro del mondo per trovare la vita, ne avrà scoperto le ricchezze e il significato sacro.
Per lei, il semplice fatto di vivere è un’esperienza di illuminazione.
Avrà piena coscienza di ciò che fa, perché questo è il premio delle sue sofferenze. E’ appunto quanto intendeva Jung quando diceva: “una parte della vita è stata perduta, ma il significato è preservato”.
_Marie-Louise von Franz

DONNE VITTIME DI VIOLENZA: IL FURTO DELL’IDENTITA’ E DEL PUNTO DI VISTA

Gli ultimi secoli hanno affrontato ciascuno grandi sfide sociali e civili: la battaglia dell’ottocento è stata contro lo schiavismo, quella del secolo scorso contro i totalitarismi. Una delle sfide più impegnative del nostro tempo è quella contro la violenza alle donne.

Un dato classico, ma ugualmente allarmante, ci informa che per le donne tra i 15 e i 44 anni la violenza è la prima causa di morte e di invalidità; ancor più del cancro, della malaria, degli incidenti stradali e persino della guerra. Essa distrugge vite, condiziona famiglie e comunità, rallenta lo sviluppo.

La violenza contro le donne assume forme diverse e si osserva in diversi ambiti. Il più tristemente classico è quello tra le mura domestiche, ma non sono rari gli abusi psicologici e sessuali nelle istituzioni lavorative e in generale in tutte quelle frequentate da donne.

Le molestie sessuali sul lavoro sono purtroppo all’ordine del giorno, ma lo è anche lo strupro come arma di guerra. A proposito di abusi sul femminile vale la pena di ricordare le 276 ragazze nigeriane rapite il 14 aprile 2014 dagli jihadisti. Solo 57 di loro riuscirono a fuggire nei giorni seguenti ma delle altre 219 ragazze, da allora, non si sa più nulla.

Il tema della violenza è uno dei più complessi del nostro tempo perché la violenza è tessuta nella trama delle relazioni tra maschile e femminile e perché essa si struttura anche del segreto, della negazione e delle minimizzazioni, dell’impunità dei persecutori, garantita o coperta dalla vergogna e dal silenzio delle vittime e/o dal volgere lo sguardo altrove dei testimoni.

Il “male” della violenza sulle donne, la parte maggiormente dolente, è l’azione volontaria di abuso di un essere umano contro un altro essere umano.

Questa condizione genera un vero e proprio trauma relazionale.

Quando il maltrattamento sulle donne avviene nell’ambito delle relazioni affettive, la vittima soggetto di maltrattamenti viene “costruita” dapprima attraverso un vero e proprio processo di avvicinamento, che si compone del seguenti passaggi:

  • Seduzione: Il maltrattante attrae la vittima nelle propria rete, questo fa sentire la vittima amata e il maltrattante grandioso;
  • Manipolazione: la vittima si convince di trovarsi in una condizione perfetta, ideale e giusta;
  • Condizionamento: La vittima viene condizionata all’universo di valori del maltrattante.

Il processo si salda, poi, su vere e proprie dinamiche di iniziazione, che impongono alla vittima un nuovo universo di significati e una nuova identità.

Le vengono inflitti dei veri e propri attacchi al senso di identità e alla sua integrità corporea:

Aggressività, imposizione e privazione

  • Procurare dolore fisico con pestaggi, bruciature, sistemi di contenzione ecc.;
  • Infliggere dipendenza attraverso: privazioni del cibo, delle cure, degli oggetti personali, della privacy, della libertà di movimento e di contatto con l’esterno, isolando la vittima ecc.;
  • Soggiogare con il terrore attraverso le minacce di aggressioni o morte al soggetto e/o alle persone care;
  • Disumanizzare attraverso continue denigrazioni e svalorizzazioni e soprattutto con la costrizione a pratiche sessuali umilianti e dolorose.

Controllo e coercizione

  • L’instaurazione di un ordine ossessivo, fatto di controllo intrusivo, di punizioni e sanzioni per comportamenti errati;
  • Obbligare a chiedere il permesso per qualsiasi cosa e punire anche per aver fatto una qualsiasi richiesta;
  • La coercizione produce una ritualizzazione estrema degli atti quotidiani e che porta a comportamenti ossessivi nelle vittime anche a lungo termine.

Derisione e umiliazione

  • Risa, ironia e derisione di fronte alla paura e al dolore delle vittime;
  • Proporre situazioni di scelta impossibile che esitano comunque in un danno per la vittima che diventa colpevole di averlo provocato (devi scegliere tra me e i tuoi figli);
  • Messaggi paradossali (ti impongo la mia violenza perché ti amo troppo)
  • Far agire la vittima in contrasto con i suoi valori, le sue idee, la sua etica per evitare un danno a sé o ad altri;
  • Alternare in modo apparentemente casuale violenza e gentilezza

 

Forzatura psichica e condizionamento del mondo interno della vittima

  • La trasformazione del mondo interno delle donne avviene grazie alla forzatura psichica e all’influenza del torturatore/maltrattante, che invade e modifica. Quello che la donna percepisce, sente e pensa è legato ad un’altra persona e al modo in cui l’altro l’ha pensata. Questo si trasforma inevitabilmente in auto svalutazione, paura di parlare, di chiedere qualcosa, di offendere, di deludere. Il giudizio dell’altro è onnipresente e ostacola il vero percorso del pensiero proprio.

Le donne vittime di violenza vengono “invase”, isolate dai loro punti di riferimento affettivi e sociali, private quindi del loro ”contenitore identitario”, forzate all’accettazione della visione del mondo degli aggressori e “costrette” al silenzio dalla vergogna.

Perdere il proprio punto di vista

Il risultato di questo processo è rappresentato dalla perdita del proprio punto di vista.

Perdere il proprio punto di vista paralizza per la perdita della propria verità. Ciò che le vittime sono costrette a vedere e a fare per sopravvivere, (soprattutto nella violenza cronica) le estranea da un’immagine di sé familiare interrompendo e spesso distruggendo un senso di identità costruito nel tempo e attraverso le relazioni, o impedendone lo sviluppo.

Se conservare il proprio punto di vista ha a che fare con il mantenere la propria consapevolezza e capacità di scelta e affermare la propria identità, perdere il proprio punto di vista significa essere indotte a pensare che solo l’altro sia il detentore della verità, significa diventare deboli e incerte, muoversi in un territorio insicuro, perdere consistenza e indebolire la propria identità

La perdita del proprio punto di vista è un accadimento invisibile di cui le donne non sono consapevoli perché avviene lentamente, a piccole dosi. Tutto è mascherato e coperto dalla relazione affettiva.

Le donne, perciò, spesso non abbandonano la situazione maltrattante perché sono imprigionate in una tela i cui fili sono invisibili ma ugualmente letali. Hanno ceduto tutto, a partire dalla loro identità, cioè hanno ceduto loro stesse. Per fortuna spesso non hanno ceduto i loro pensieri più intimi, che non osano condividere con nessuno, che parlano di libertà e che rappresentano l’unico seme a disposizione per il futuro.

FONTE

L’AMORE “OLTRE”

“Cresciamo con l’idea che innamorarsi e amare siano un fatto normale, un’esperienza a cui siamo predestinati in quanto esseri umani. Dai giocattoli ai cartoni animati, dalla letteratura al cinema, passando per tv e internet, ovunque nella nostra cultura è diffuso il (pre)concetto che l’amore sia un obiettivo esistenziale spontaneo e alla portata di tutti, un sentimento “naturale” che prima o poi ci convoglia in coppie e famiglie felici e prolifiche. Ci viene proposto come normale e come norma un modello astratto di relazione stabile e soddisfacente basato sulla reciprocità e sull’armonia, un modello che in nessun modo rispecchia la realtà delle relazioni di coppia. A dispetto dell’iconografia culturale che rappresenta l’idillio, l’innamoramento e l’amore non solo sono per lo più esperienze transitorie, ma nella gran parte dei casi sono normalmente e fisiologicamente aree di ambivalenza, di conflitto, di sofferenza e di delusione per uno o per entrambe le parti in causa. Vale a dire che le relazioni che funzionano e che durano sono il frutto di combinazioni eccezionali tra bisogni e desideri profondi di individui capaci d’amore, e non certo la regola. Molte persone si considerano sfortunate perché non riescono a garantirsi una relazione equilibrata e perché hanno vissuto più di una storia tormentata o diversi rifiuti amorosi e per questo arrivano a considerasi “sbagliate”. Quando poi la tensione verso l’ideale amoroso diventa ossessione e deraglia nella dipendenza affettiva, l’idea di avere qualcosa che non vada nella propria identità si concretizza nella sintomatologia e nelle sue conseguenze: la stagnazione in relazioni realmente impossibili e autodistruttive o il ritiro in una solitudine amara e rassegnata. L’impossibile realizzazione dell’utopia dell’Amore “modello” apre il campo alla perdita della stima di sé, al pessimismo, alla vergogna e alla depressione. Spesso gli stereotipi dell’amore come esperienza universale e della coppia indivisibile e sacra sono assurti a Verità e chi non raggiunge lo standard si sente come se avesse qualcosa di rotto, di disfunzionale. E si condanna.

Donne intrappolate nei labirinti di uomini che non solo non le amano, ma non amano affatto, né loro né nessuna; uomini imprigionati nel deserto affettivo di compagne ipercontrollanti e frustranti che non li amano, ma non amano affatto, né loro né nessuno. Persone che non si innamorano per quanto si sforzino di farlo e per quanto siano dall’altro amate esistono e esistono non come espressione di patologia in una frazione infinitesima della casistica generale, ma come variante fisiologica e relativamente frequente dell’affettività umana. La psichiatria stigmatizza con l’etichetta di “alessitimia” il deficit nella capacità di provare emozioni e di riconoscere quelle altrui, ma il disturbo alessitimico può essere visto come l’estremo clinico di un continuum che descrive la comune condizione affettiva di individui perfettamente inseriti nel tessuto sociale e capaci di mantenere un equilibrio emozionale anche senza “amare”. Non c’è alcuna ragione per pensare che la mancanza di attitudine al sentimento d’amore, inteso nella sua accezione romantica più comune, sia il sintomo di una patologia, l’esito di un trauma o la conseguenza di una qualche deviazione dalla norma. L’innamoramento e l’amore possono essere viste come strategie di adattamento positivo nel complesso mondo della psiche, ma non sono probabilmente le uniche, né quelle valide per tutti, a meno di stabilire arbitrariamente che la piena realizzazione dell’essere umano sia subordinata alla costruzione di una coppia, al di là delle sue più profonde e autentiche inclinazioni. Sarebbe come dire che esistono persone di serie A che si innamorano e condividono floridi rapporti di coppia e altre di serie B che non ci riescono o che, in fondo, non lo desiderano. La realtà delle emozioni umane è molto più complessa di quanto si vorrebbe e sfugge al cliché onnipresente e riduzionista della coppia: in questa realtà ci sono uomini e donne che semplicemente non si innamorano e non amano, oppure che si innamorano ma non amano, o, infine, che amano ma non si innamorano. Nessuna di queste condizioni individua di per sé una patologia, ma descrive uno stato, una possibilità tanto “normale” quanto quella considerata usualmente “sana”.

La patologia scaturisce quando una persona che propende alla coppia incontra un’altra persona che per proprie dinamiche non necessariamente disfunzionali non vuole, non può o non riesce a corrispondere il sentimento d’amore canonico e a comunicare nel registro “normale” delle relazioni amorose. Quando ciò accade, si apre lo scenario più tetro della dipendenza affettiva: la rabbia, l’incomunicabilità, l’inseguimento, il rifiuto, il compromesso, la disistima e la disperazione. E a soffrirne, a volte sino ad ammalarsene, è il soggetto “normale”, quello la cui capacità d’amare è integra e più consona alla norma socio-culturale vigente; l’altro, invece, sembra mantenere il proprio equilibrio anche senza l’amore che gli viene richiesto, che dovrebbe provare e che non sente, e si avvantaggia delle lusinghe e dei riconoscimenti che la relazione gli procura a costo zero. Ci sono persone del tutto normali che non hanno bisogno d’amore, non lo cercano e, anzi, lo sfuggono e combattere contro la loro modalità di relazione vuol dire lottare contro mulini a vento. Se si vuole l’amore meglio cercarlo altrove. L’amore non è per tutti, ed è una cosa normalissima…”

Enrico Maria Secci

IL CORPO DELLE DONNE

Senza parole.

25 minuti sono tanti da trovare per guardare questo video, perciò non guardatelo…desideravo solo che QUESTO VIDEO stesse sul mio blog. Ringrazio chi lo ha prodotto.