SUL PERCORSO

Ciao lettori cari, rispondo alla domanda che una lettrice mi ha fatto nei commenti del post precedente, perché è una domanda che altre volte ho ricevuto, ma ho trattato con poca importanza. Come sempre, rispondo portando solo la mia esperienza, ecco la domanda di Paola:

“Mel volevo chiederti un parere. Quando una dipendente incontra un altro dipendente affettivo che accade? Possibile che vedendo nell’altro quegli aspetti di sè che attua inconsapevolmente, ma consapevolmente rifiuta, ne provi repulsione?”

Cara Paola, repulsione è la parola perfetta ma è adatta quando uno dei due DA é pienamente consapevole di sé. Consapevole vuol dire che tu sai bene qual è il sentiero e hai ogni mezzo per percorrerlo, ci cammini ma non lo pratichi, o non lo imbocchi affatto, oppure lo imbocchi ma cadi, retrocedi, vai su e giù (é una fase anche quella). Da consapevole, sai benissimo quali sono i tuoi “agganci”, ma i tuoi muri di protezione hanno ancora qualche falla. Questione di tempo. Preciso quindi che “consapevole” non è “risolto”.

Io qui rispondo per la mia esperienza personale, avendo vissuto la tua domanda proprio nella fase sopra: la repulsione arriva eccome, ma passa prima attraverso un breve sentimento sconfinato di empatia (che è l’unica vera “chimica” possibile tra due DA). Perché breve? Perché per fortuna quando sei consapevole capisci quando chiudere e, più di quanto soffra il tuo beneamato DA, ti preme solo uccidere al più presto la tua crocerossina, perchè senti “l’aggancio” e non vuoi più soffrire.

Tra due DA soccombe purtroppo chi ha meno amor proprio, meno autostima, meno narcisismo sano. E un DA non lo può salvare nessuno, se non lo vuole lui perché, per farlo, il suo ipotetico salvatore/crocerossina dovrebbe lottare invano contro un SABOTATORE, ossia la parte Ombra del DA che fa di tutto per non essere veramente amato e veramente felice (sappiamo già quanto per un DA sia realmente difficile accettare amore incondizionato, piuttosto si dedica anima e corpo ad una causa d’amore persa, ma venire amato in modo davvero sano lo mette a disagio).

Io ho incontrato il mio “corrispondente” nella fase di piena consapevolezza e autostima e conoscevo i miei meriti. Ma praticavo poco affettivamente, perché ero coinvolta in problemi esterni più grossi di me, ero molto pressata e stressata e ho accettato la sua corte nella mia vita più per leggerezza, per evasione, per sentire la vita, sicuramente per vanità. L’altro invece era in balia di sé stesso emotivamente, accudente, impulsivo, poco lucido, incapace di negarsi, incapace di cattiveria, di azione e di reazione, un fiume di emozioni, una tenerezza da spezzare il cuore. Aveva mille debolezze che offriva come amore, aveva molti problemi (seri) ma li negava/aggirava appena si profilava aiuto, preferendo scaricarli nella “relazione” simbiotica, aveva mille sofisticati modi per sabotare tutto il bello e tutto il buono e cospargere poi il Tutto di una dolcissima patina di “oh, quanto vorrei essere felice ma non riesco e soffro tanto per questo!”. Era totalmente emotivamente appoggiato a me ed io lo reggevo anche bene (perché mi era facilissimo capirlo), ma un vero DA concepisce l’amore solo come un puntello, di crescere e bagnarsi nell’amore vero lui ha una paura fottuta. Proprio come me un tempo, lui era un alto-spendente, un gran consumatore di beni per stare bene, ossia “illusioni per raccontarsela”. Gratificazioni materiali con acquisti compulsivi di oggetti che diventavano un must-have, perché sono portati all’innamoramento istantaneo, alle ossessioni, al non discernimento, all’affidarsi a voci esterne che loro interpretano come “istinti suggeritori”. Ma è proprio l’interpretazione, l’affare sbagliato del DA. E un DA procede a cazzo, trasportato da folate di vento, folate mosse da una macchina che non guida MAI lui.

È stato incontrare tutta me, vedere quella vecchia ME che con l’impotenza, l’innocenza, la debolezza e senza mai imporsi, manipolava per avere quello che chiamava amore. Quindi, davanti a tutti quei miei ben noti vecchi schemi, oltre a smascherare lui, inorridivo per me stessa e nemmeno riuscivo a incazzarmi con lui, perché facendolo avrei dato addosso a me stessa, e con quale diritto, se io stessa mi riconoscevo uguale? Ecco, sì, la mia repulsione e disistima crescevano proporzionalmente al riconoscermi troppo sana per lui, così ho preso quei miei sentimenti finalmente sani, mi sono fatta un fagottino-regalo e mi sono imposta di chiudere. Quella persona è stata per me un grosso ponte sulla Libertà, l’ultima porta che mi son chiusa alle spalle prima di (finalmente) vivere. Addirittura, nel suo volo di autodistruzione, il suo ultimo gesto drammatico e scomposto (forse per ferirmi) mi ha liberata ancora di più, come se la sua persona, cadendo in basso, desse propulsione a me per volare verso l’alto.

Cosa fanno due DA é qualcosa che può durare una vita di intera follia: l’uno sa cosa pensa l’altro e soprattutto perché lo pensa, si soffre all’unisono e ci si lega per questo, si comprende bene e si esalta più il difetto che la virtù, più la vigliaccheria che la nobiltà, in pratica si ama ed esalta la propria parte Ombra, la si riconosce, la si soccorre, si può davvero passare una vita intera a curare nell’altro quello che va assolutamente messo a posto in sé stessi. L’amore di un DA è distruttivo, perchè comunque manipolativo: deve tendere alla fissità, all’immobilità, alla chiusura al mondo cattivo, alla protezione dalle paure e, alla lunga, fra le mani non si stringe veramente nulla.
Melania Emma

Ho imparato che le persone sensibili ed empatiche devono fare la tremenda scelta tra venire odiati o venire amati: per essere amato non devi esistere e per esistere sarai odiato. Essere amato ed esistere sono due aspetti che con le persone patologiche non possono coesistere. Con le persone sane invece sì.

Melania Emma

tanto stretching per nulla

Un narcisista patologico non riesce ad amare, e lo sappiamo. Ma non è questo che più li stanca. È piuttosto il doversi elevare all’altezza dei tuoi sentimenti senza, ovviamente, riuscirci. E allora ti abbassi tu. E insieme a te, abbassi gli standard. E la tua autostima. E la famosa dignità.
E tira in su e allunga in giù, tanto stretching per nulla, anche per anni. Ma pur se ti abbassi tu, non sarete comunque mai pari, il dislivello è troppo, perché uno solo di voi due è senza l’anima. E non sei tu.

Melania Emma

EMPATIA

Empatico ci sei nato. Non lo hai appreso, nè nessuno ti ha educato ad esserlo: è insito nel tuo corredo genetico. Questa tua attitudine può essere una rovina o una risorsa, dunque prendi atto di chi sei davvero e che tesoro possiedi. Si stima che gli empatici siano un 25% della popolazione mondiale perciò, per il restante 75%, si può tranquillamente parlare di disabilità, le cui “barriere architettoniche” sono forse proprio gli empatici.

Melania Emma

Essere una persona sensibile vuol dire
percepire un tono di voce distante durante una telefonata, riconoscere l’ansia, la paura e la tristezza nella faccia degli altri. Essere sensibile vuol dire fare caso a tutto,
e con “tutto” intendo veramente qualsiasi cosa:
un fiore sconfitto dal vento, un cane solo,
un colore diverso del cielo, un sorriso più sentito,
una parola colorata in mezzo a tante parole anonime.
Essere sensibili vuol dire vivere dieci, cento, mille vite ogni giorno.
Quando sei sensibile non puoi fregartene,
farti gli affari tuoi, lasciar perdere.
Chi è sensibile, se sa di aver ferito qualcuno
si tortura per ore ed ore
pensando alla sensazione che gli ha fatto provare.
Chi è sensibile dura una fatica immensa.
Si dovrebbe aver cura di chi è sensibile,
potrebbe morire per una carezza in meno…

Susanna Casciani

Si può passare sopra un morso di lupo, ma non a un morso di pecora.

James Joyce

Come psicoterapeuta, incontro spesso persone dotate di un’ottima salute mentale ma sofferenti, a causa della patologia sociale in cui vivono immerse.
Nel corso degli anni ho individuato, dietro a tante richieste di aiuto, una struttura di personalità dotata di sensibilità, creatività, empatia e intuizione, che ho chiamato: Personalità Creativa.
In questi casi non si può parlare di cura (anche se, chi chiede una terapia, si sente patologico e domanda di essere curato) perché: essere emotivamente sani in un mondo malato genera, inevitabilmente, un grande dolore e porta a sentirsi diversi ed emarginati.
Le persone che possiedono una Personalità Creativa sono capaci di amare, di sognare, di sperimentare, di giocare, di cambiare, di raggiungere i propri obiettivi e di formularne di nuovi.
Sono uomini e donne emotivamente sani, inscindibilmente connessi alla propria anima e in contatto con la sua verità.
Queste persone coltivano la certezza che la vita abbia un significato diverso per ciascuno e rispettano ogni essere vivente, sperimentando così una grande ricchezza di possibilità.
É gente che non ama la competizione, la sopraffazione e lo sfruttamento, perché scorge un pezzetto di sé in ogni cosa che esiste.
Gente che non riesce a sentirsi bene in mezzo alla sofferenza e incapace di costruire la propria fortuna sulla disgrazia di altri.
Gente che nella nostra società non va di moda, disposta a rinunciare per condividere.
Gente impopolare. Derisa dalla legge del più forte. Beffata dalla competizione.
Portatori di un sapere che non piace, non perdono di vista l’importanza di ciò che non ha forma e non si può toccare.
Sono queste le persone che possiedono una Personalità Creativa.
Persone ingiustamente ridicolizzate e incomprese in un mondo malato di arroganza, e che, spesso, si rivolgono agli psicologi chiedendo aiuto.
Ognuno di loro è orientato verso scelte diverse da quelle di sempre.
E in genere hanno valori e priorità incomprensibili per la maggioranza.
Non seguono una religione, ma ascoltano con religiosa attenzione i dettami del proprio mondo interiore.
Sanno scherzare, senza prendere in giro.
Pagano di persona il prezzo delle proprie scelte e preferiscono perdere, pur di non barattare la dignità.
Sono fatti così.
Poco ipnotizzabili. Poco omologabili. Poco assoggettabili.
Persone che non fanno tendenza.
Forse.
Gente poco normale, di questi tempi.
Gente con l’anima.

Carla Sale Musio

Poche persone sono vere. Tu non cercarle: verrai riconosciuto.

Melania Emma

PERCHè LE PERSONE ALTAMENTE SENSIBILI ATTRAGGONO I NARCISISTI – COME DISINNESCARLI

Traduzione di Melania Emma – Jennifer Kass on MindBodyGreen

Nel mio lavoro con i clienti e da quanto sento dai lettori, ho assistito a modelli di persone altamente sensibili che, ritrovatesi in relazione con narcisisti o sociopatici, sono ora pronte a liberarsi da questo tipo di rapporto.
Capita, a chi sperimenta alti livelli di empatia, di ritrovarsi in rapporti con narcisisti in cui o si venga sfruttati a loro vantaggio, o ci si ritrova prede di quello che essi fiutano come il gruppo più debole. Il narcisismo è una condizione di auto-asservimento, in cui l’attenzione è rivolta all’immagine, allo status e ad ottenere le cose, piuttosto che a dare e servire gli altri. In altre parole: la mancanza di empatia è alla radice del narcisismo.
La sfida che gli empatici incontrano nelle relazioni è che spesso regalano il loro potere. Le persone altamente sensibili in primo luogo aiutano gli altri, mettendo le proprie esigenze per ultime, anche perché intuitivamente sanno quello che gli altri vogliono da loro. Hanno il vitale bisogno di fissare dei limiti sani , il che può essere una sfida.
Uno dei più importanti gesti di auto-amore è andarsene via da relazioni e situazioni tossiche. Ciò significa che non importa quanto competenti o evoluti siamo, non importa quanto ci concentriamo sul lavoro interiore e di auto-sviluppo, ma dobbiamo accettare quando una situazione è impraticabile. Ancora una volta, questo può essere difficile per le persone altamente sensibili perché vogliamo sinceramente aiutare le persone a diventare il meglio di sé, anche se farlo significa danneggiare noi stessi.
Ecco perché abbiamo bisogno di concentrare le nostre energie nella ricerca della giusta relazione, quella che ci dà l’opportunità di essere ancora di più di quello che siamo. Non siamo fatti per chiudere parte di noi stessi in una relazione; il nostro sé autentico deve essere scoperto e presente, al fine di avere relazioni di significato profondo in cui possiamo veramente crescere.

Ecco alcuni passi da compiere nel cammino verso il nostro vero sé e verso relazioni più amorevoli.

1. Identifica le paure e modelli limitanti.
Dove manca l’amore di sé? Sei bloccato nella codipendenza, necessiti di un’altra persona che ti faccia sentire intera o completa? Identifica i timori, forse è la paura di non essere abbastanza buono, o una mancanza di autostima; questa consapevolezza comincerà a sciogliere la radice di ciò che ci ha fatto restare nei rapporti tossici.

2. Trova e coltiva una pratica spirituale quotidiana.
Potrebbe essere di meditazione, preghiera, o le affermazioni che consentono di collegare con il tuo spirito, il tuo vero io, la tua intuizione, per costruire saldamente il tuo nucleo interno.

3. Perdonati.
Nella tua meditazione quotidiana, utilizza questa preghiera: mi perdono per aver accettato e permesso una mancanza di potere personale. Poi perdona gli altri, donando compassione a te e a tutti gli altri. Questo ti sgancerà da vergogna, colpa, rabbia e frustrazione in modo da poter procedere nella tua vita.

4. Inizia ad aver fiducia in te stesso e ascolta il tuo intuito.
Tu sai cosa è meglio per te e cosa no. I tuoi sentimenti sono il tuo GPS interno. Ascolta i segni e i messaggi coì non avrai bisogno di dolorosi risvegli. Credere in se stessi produce fiducia in se stessi, dandoci la capacità di fare tutto quello che vogliamo fare nel mondo.

5. Allontanati coraggiosamente da tutto ciò che non nutre la tua anima e non fa cantare il tuo cuore.
Non è facile ma solo tu puoi salvare te stesso e chiedere di più per te, perché te lo meriti e la vita inizierà a rifletterti tutto questo di rimando con bellissime nuove relazioni.

Le persone altamente sensibili sono elementi rivoluzionari, eccezioni alle regole del sistema, leader, visionari, creativi, pensatori intraprendenti e innovativi. Sono persone “che fanno”. Conducono le rivoluzioni al benessere e ai nuovi paradigmi di pensiero, che stanno portando avanti il ​​pianeta in un modo nuovo, più elevato. Essi possono vedere ciò che non funziona, e hanno il coraggio e la cura di cambiarlo.

Questa foto merita una sola parola. Empatia, sentire, immedesimarsi, capire. Capire che c’è un dolore che prima o poi arriverà, ma che è meglio provare a farlo arrivare dolcemente. Su questa bambina sicuramente arriveranno psicologi e parenti, tutti proveranno a farle quasi credere che è stato un brutto sogno, però nel frattempo, forse per sempre, nel dolore ricorderà lui. Il poliziotto che la teneva in braccio. Lui si chiama Nick Struck, fa il poliziotto in Colorado. La sua pattuglia è appena accorsa a soccorrere un uomo uscito fuori strada con la sua automobile. Per lui non c’è più niente da fare. Morto sul colpo. Però l’uomo è anche padre di una bimba, che ha assistito a tutto. E che viene prontamente tirata fuori dalle lamiere. Qui si gioca tutto, tra il far imprimere a forza una immagine e provare il più possibile a tenerla lontana. La morte. Il poliziotto recupera il sangue freddo e porta la bimba lontano, nel frattempo le canta una ninna nanna (brilla brilla mia stellina…), le copre la visuale di quello che i suoi colleghi stanno facendo e le indica un punto, raccontando una favola inventata all’istante. La tiene in braccio, come un padre. Più di un padre. E mi piace credere che se quel poliziotto avesse il potere del tempo, tornerebbe indietro, per ridare in braccio a quel padre, una bimba e la sua innocenza che avrà un puntino di dolore, lontano, si spera, come il punto che Nick le sta indicando.

Ettore Zanca