INDIMENTICABILE MAMMA

Mi nutro di te..

Esiste una forma di relazione in cui uno dei due è fagocitante. Uno cerca di inghiottire metaforicamente l’altro, impedendogli di essere se stesso, chiedendogli a dismisura. Spesso colui che inghiottisce è anaffettivo e narcisista.

E’ totalmente incentrato su se stesso, sui propri bisogni. Incapace di darsi, il fagocitante ha dentro di sé un baratro, una povertà affettiva che restituisce al partner. La persona può apparire alessitimica (insensibile alle proprie e altrui emozioni), è avida di attenzioni, di affetto e si ciba energeticamente dell’altro fino a sfinirlo. Il fagocitante è stato probabilmente non visto dall’ambiente in cui è cresciuto, nessuno ne ha ascoltato, accolto o soddisfatto i veri bisogni.
Spesso la modalità può essere scambiata per amore, ma a una successiva analisi si può chiaramente dedurre che l’altro viene utilizzato per riempire un vuoto affettivo atavico e incolmabile. Chi si relaziona a una persona bulimica di affetto si sente svuotato, prosciugato e inadeguato. Spesso si trova invischiato in tale modalità e si sente confuso, sbagliato, in colpa per non riuscire a soddisfare la fame dell’altro di presenza, e la sua pretenziosa richiesta di essere saziato di attenzioni. Al bulimico affettivo non basta mai. E’ incapace di dare e ricevere, sa solo pretendere, o elemosinare. Tante sono le strategie attuate per avere l’altro tutto per sé: vittimismo, manipolazione, mostrarsi infinitamente bisognosi e dipendenti, colpevolizzazione, elemosinare aiuto e affetto se solo l’altro rivendica il diritto di esistere e di avere una vita autonoma. Il fagocitante non tollera il NO, il rifiuto, l’abbandono. Egli non è in grado di reggere la frustrazione dell’assenza e si aggrappa all’altro, a costo di inghiottirlo, trasformandosi in un cannibale affamato di affetto, un vero vampiro energetico..(un contributo di Ameya G.Canovi)

20 cose che un adulto non si rende conto di fare a causa dell’abuso emotivo subìto nell’infanzia

L’abuso emotivo infantile non finisce con l’infanzia… Ringrazio Claudileia per la traduzione.
Mel

L'arte di salvarsi

Fonte: https://themighty.com/2017/09/childhood-emotional-abuse-signs-dont-recognize/
Trad. C. Lemes Dias

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Abbiamo scritto prima che l’abuso emotivo infantile è “invisibile” perché non lascia tracce fisiche. Ma quello che forse non realizziamo è che l’abuso emotivo durante la fase di crescita può avere un impatto duraturo su un individuo – dobbiamo parlare più di questo!

Sfortunatamente, gli effetti dell’abuso emotivo infantile non restano confinati all’infanzia. Spesso, gli effetti si estendono nell’adolescenza e nell’età adulta – influenzando l’immagine di sé, la visione di mondo e i rapporti affettivi degli adulti maltrattati da bambini. Molte persone che hanno vissuto esperienze infantili traumatiche possono persino avere problemi con la loro salute mentale.

Volevamo sapere quali effetti poteva avere l’abuso emotivo infantile su una persona, quindi abbiamo chiesto ai lettori della nostra community di condividere tutte le cose che non si rendevano conto di fare a causa dell’abuso emotivo che avevano sperimentato prima di diventare adulti consapevoli.

Ecco cosa…

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LA BAMBINA CHE LA DIPENDENTE AFFETTIVA È STATA

C’era una volta una piccola bambina buona. C’era e c’è ancora. E ancora vuole quello che non ha potuto avere. E sarà ancora più brava, se necessario, e prima o poi le sarà dato ciò che le è stato negato.

I bambini non smettono mai di chiedere ciò di cui necessitano. Nemmeno da adulti. Trovano solo altri modi per farlo, altre persone a cui chiedere, ma mai, per nessun motivo, il bambino che si portano dentro si rassegna a ciò che non ha avuto.

Le dipendenti affettive hanno avuto genitori che non si accorgevano di loro, dei loro bisogni emotivi, di ciò che provavano, dell’amore di cui abbisognavano. Questo succedeva nella maggior parte dei casi. Le rare volte che erano più disponibili e amorevoli, erano così inaspettate ed imprevedibili che le loro figlie rimanevano in un’attesa perenne ed instancabile di quel momento sì tanto agognato in cui le avrebbero lodate, in cui le avrebbero abbracciate, in cui avrebbero visto la loro tristezza, foss’anche in mancanza di lacrime.

Ad immaginarle bambine mi vengono in mente gli uccellini appena nati che, becco all’insù, nel caldo del loro nido, in un’incessante cinguettio, aspettano che la mamma torni ad imboccarli, senza sapere mai esattamente quando questo avverrà.

La letteratura più autorevole in tema di attaccamento suggerisce che la relazione ambivalente tra madri e figli, in cui la dose d’amore è somministrata in maniera intermittente ed imprevedibile, condiziona il modo in cui i bambini, una volta diventati grandi, vivranno le loro relazioni sentimentali. È probabile che questi bambini apprendano presto che dell’amore non si può esser certi, che bisogna comportarsi bene per meritarselo, e che si deve attendere il tempo stabilito dall’altro, per ottenerne quanto basta (ammesso che basti).

La stessa letteratura ci suggerisce anche che un legame così strutturato vincola il soggetto più dipendente a quello più forte in modo più saldo (ma non per questo più sano!) di quanto non faccia un legame stabile, sicuro. Volendo far ricorso ad una metafora tanto semplice quanto evocativa che spesso uso con le mie pazienti: il bambino affamato d’amore materno rifiuterà una pizza con le patatine pur di mangiare le briciole che ogni tanto la madre sarà in grado di mettergli nel piatto.
La dinamica, dunque, può essere così riassunta: la bambina viene al mondo in una famiglia in cui i suoi bisogni non vengono visti, per motivi che possono anche essere molto diversi e che, proprio per la loro eterogeneità, non possono essere classificati: una madre depressa, un padre coinvolto in un crollo economico, la nascita di un fratello più bisognoso, un genitore narcisista, un genitore gravemente malato, uno abusante, un lutto improvviso, l’abbandono di uno o di entrambi i genitori ecc… Impara così precocemente a non disturbare ulteriormente, “è già tutto così difficile per mamma e papà…”. Impara anche ad aspettare che uno dei due o entrambi diventino disponibili, senza fare capricci, in modo da ottenere quel poco d’amore che le basta per la sopravvivenza emotiva. Va da sé, quindi, che aspettare è la norma, e che per amore si può aspettare anche tutta la vita. In questo arido quadro mette a punto delle strategie per assicurarsi la somministrazione di una dose d’amore anche minima: si comporterà bene, farà la brava, prima o poi – pensa – qualcuno si accorgerà di lei. Quindi diventerà brava davvero: sarà brava a scuola, brava all’università, brava nel lavoro. Glielo diranno in tanti che è brava tranne, probabilmente, le persone dalle quali ha atteso per tutta la sua esistenza di sentirselo dire:

Hai fatto solo il tuo dovere: cosa vuoi che ti dica? Studiare è un dovere: io pago i tuoi studi e tu studi, non ti è chiesto altro.
(Il padre di C. paziente di 46 anni, nel giorno della sua laurea).

A quel punto il vuoto interiore, scavato giorno dopo giorno da figure che dovrebbero essere affettive ed invece (nella migliore delle ipotesi) sono distratte, o (nella peggiore) francamente svalutanti o maltrattanti, diventa voragine.

Ecco dunque che la bambina divenuta adulta inizierà a fantasticare sull’immagine di un partner perfetto che porterà quell’amore, quelle attenzioni, quelle carezze e quelle lodi mai avute nella sua vita. Se mamma e papà non sono riusciti a darmelo – dice a se stessa – un uomo lo farà. E rimane in attesa, come quando era piccola. Stavolta però attende il cavaliere dall’armatura scintillante, il salvatore, l’eroe che riempirà di amore infinito e protezione la voragine che si è creata tanto tempo prima, che la aiuterà a far fronte ad ogni problema, come fosse l’antidoto ad ogni male.

E quando lui arriva, lei, che ne ha così tanto disperatamente bisogno, non sarà in grado di valutarlo applicando i criteri dell’amore. Sarà il bisogno a guidarla, il bisogno che a tanti errori porta. Perché l’amore, al contrario di come si dice, non è cieco affatto, è il bisogno a render ciechi. L’amore, invece, è un filtro dai colori vivaci che esalta le cose del mondo, rendendole vivide, belle, vibranti.

Insieme alla fantasia del principe azzurro nasce così la necessità di costituire e mantenere con l’altro un rapporto fusionale in cui i confini personali sfumano gradualmente, fino a perdersi del tutto. Se l’altro infatti è Il Salvatore, L’Antidoto ad Ogni Male, L’Amore Vero, rompere con lui non è pensabile: sarebbe come morire. La dipendente affettiva così si annulla nell’altro, nella convinzione che il massimo della gratificazione è che lui sia felice, non curandosi affatto di ciò che potrebbe rendere felice lei, non riuscendo più a riconoscere quali sono i suoi desideri, quali le sue passioni, cosa vorrebbe fare della sua vita, e pensando di scongiurare, allo stesso tempo, la paura d’essere abbandonata, sempre in agguato.

Ha imparato molto presto che se farà la brava l’altro l’amerà. E farà la brava eccome. Lo farà anche e soprattutto se l’altro non lo merita, anche e soprattutto se l’altro non somministra che briciole, del resto non ha fatto altro che questo, per tutta la sua vita, credendo che così è l’amore e che è così che si fa.

La dipendenza affettiva non è che un modo disfunzionale di stare nelle relazioni. È un modo che le bambine apprendono da piccole ma che le donne che oggi sono diventate possono (e devono) abbandonare, a patto che siano disposte ad accogliere l’aiuto degli altri, anche specialistico se necessario, e che desiderino aprirsi a modalità più sane ed equilibrate di vivere le relazioni, nonostante l’impegno che destrutturare una esperienza relazionale così arcaica possa comportare.

Del resto, per fortuna, d’imparare non si smette mai.
E nemmeno d’amare.

Come diceva una vecchia canzone a cui tanto sono affezionata: “Si sopravvive a tutto per innamorarsi”.

Dott.ssa Silvia Pittera, Psicologa – Psicoterapeuta.

“Se solo un po’ di quel che sei dipende da me, vale la pena aver vissuto”.
Non so cosa avesse fatto quell’uomo, ma oggi ho udito una donna anziana dire questa frase ad un circa sessantenne, probabilmente suo figlio.
Ho subito cercato nella mia mente quale fosse una frase almeno carina dettami da mia madre, ma ricordo solo il suo stupore per la mia guida, subito sottolineato da un “proprio come tuo padre” in tono dispregiativo.
Subito dopo ho realizzato che ero a disagio (sì, disagio!) per la manifestazione pubblica di amore di quella donna e ancora più a disagio perchè provavo genuina invidia per il tizio cui era diretta: ma quanto poco siamo abituati ad udire parole d’amore così, sia da protagonisti che da spettatori? E quanto ci lasciano stecchiti queste manifestazioni che invece dovrebbero essere ovunque e sempre? (il tizio comunque era rilassato, la stecchita ero io)
E infine, poi, ho pensato di voler assolutamente fermare la cosa da qualche parte, sentendomi ancora più ridicola perchè non sapevo come fare (altro problema auto-creatoci): é tutto così in real time, video, foto, registrazioni e io…? E io ho avuto solo la prontezza di aprire il mio app note e poi trascriverlo qui, così, adesso. Ecco.
Una frase che intende “Tu sei più di quel che sono io, io sono solo un po’ di tutto quel che sei tu, che sei molto più di me, che però ho fatto io e muoio felice per questa opera d’arte”, la meriteremmo tutti detta da chi ci ha generato, perché ci sarebbero meno gente in psicoterapia, meno gente morta, meno coppie malate, non ci sarebbero i socials con gruppi e pagine sul narcisismo patologico, anzi… Non ci sarebbero nemmeno i social mi sa, perché dei “like” detti come quella signora a quell’uomo, nutrirebbero le generazioni.
Melania Emma

Mi hanno inviato questa foto, la pubblico qui per Noi con l’invito e l’augurio di accettare e superare questo tremendo lutto. Riconoscere e ammettere di essere stati abusati narcisisticamente da un genitore é l’unico modo per non subire altri abusi.
Melania Emma

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CHI DICE DI VOLERTI BENE?

Oggi ti parlo di quelle critiche nascoste, insulti celati che arrivano da una mamma all’apparenza premurosa, da un amico molto presente nella tua vita o peggio ancora, dal tuo partner che afferma di amarti. Si tratta di messaggi nascosti presenti in determinate frasi. Quando è una mamma a contornare la tua vita con affermazioni o domande simili, la tua autostima e la tua autoaffermazione sono messe seriamente a rischio. Il motivo? Se tua madre lo fa oggi che sei adulta, probabilmente non ha mai smesso di farlo e ha iniziato quando eri bambina… ciò ha causato un forte caos in te fino a renderti molto insicura o fino a renderti incapace di prendere decisioni con una certa determinazione.
Le critiche nascoste di chi dice di volerti bene
Sono molti gli insulti celati e le critiche che possono scalfire la tua autodeterminazione, la tua sicurezza o addirittura la tua stabilità emotiva. Queste critiche non ti arrivano in modo diretto ma si insinuano nella tua mente, colpiscono il tuo inconscio e creano dubbi, incertezze e sensazioni di basso valore.
Come premesso, quando queste critiche nascoste arrivano da una mamma, il risultato è più devastante: ogni critica celata funziona per risonanza e attiva un meccanismo che ti indurrà a pensare che, per quanto tu possa sforzarti, non sei mai abbastanza… perché è così che le stesse frasi ti hanno fatta sentire da bambina.

Quali sono le critiche nascoste?
Spesso si nascondono dietro un complimento, oppure, le più diffuse, arrivano in forma di domanda. Riesci a individuare qualcosa del genere? Per farti un’idea più precisa, ti riporterà qualche esempio:
-Bellissimo questo appartamento, sicura di potertelo permettere?
-Ti sta bene questo cappotto, ma non è un po’ troppo stravagante per te?
-Sei meravigliosa con quel vestito ma mi chiedo, non avresti dovuto prenderlo di una taglia più grande?
-Ora hai ottenuto questo nuovo lavoro che ti dà grandi soddisfazioni, ma ne vale la pena?

Questo modo di esprimersi… ti suona familiare?

Il tuo interlocutore ti pone una domanda che in realtà porta un giudizio mascherato. Per te che ricevi frasi di questo genere, decifrarne il significato diventa difficile, in primis perché c’è un coinvolgimento emotivo (come potrebbe, tua madre o quel tuo caro amico, giudicarti e criticarti così tacitamente?) e poi, perché la critica ti viene posta in forma mascherata.
A te arriva un messaggio confuso, per coglierne il significato dovresti interpretare al meglio la mimica facciale di chi pronuncia frasi del genere… dovresti poi mettere in dubbio l’intero legame e il modo in cui tu guardi chi ti è di fronte.
-E’ possibile che tua madre non sia poi così trasparente e amorevole come pensavi che fosse?
-E’ possibile che quel caro amico tanto presente possa non essere così autentico?

Magari adesso penserai che questo mio articolo è esagerato… che si tratta di banali frasi e che ognuno può darci la sua interpretazione… ma, ti sbagli, non c’è niente da interpretare. Le critiche indirette sono le peggiori perché tu le subisci, le assimili e non hai modo di proteggerti.

Perché le critiche celate fanno così male?
Quando una critica non è esplicita, non si palesa nella sua forma più diretta, diventa difficile da elaborare o da riconoscere e l’insulto che è nascosto al suo interno, s’insinua nel tuo inconscio dove lavora e inizia a remarti contro. Forse non lo senti in modo consapevole ma di certo noterai i suoi effetti.

In quelle affermazioni, in quelle domande, c’è una netta incongruenza.

Quando un complimento non è un complimento oppure, come negli esempi precedenti, quando una domanda non è una domanda, tu nella tua semplicità, tenderai a gestirla come tale, anche se nasconde un messaggio sgradito che in qualche modo ti sta ferendo.
Il messaggio sgradito è un fertilizzante del seme dell’insicurezza che è già stato piantato in te da bambina (quando la frase arriva da una mamma) oppure è una lama che vuole scalfire la tua autostima.
Quando una persona ti dice, in modo diretto, che non è d’accordo con una tua scelta, che non approva il vestito che hai indossato… tu ne prendi atto e dai una risposta adeguata al disappunto.
Quando il disappunto arriva come un falso complimento o come una domanda, finisci per ingerirla… proprio come quella mela splendida e lucente che fu offerta a Biancaneve. Una mela bellissima ma avvelenata.
Ogni volta che assimili una critica celata, i suoi spigoli taglienti finiscono per ledere la fiducia che riponi in te stessa. Finiscono per creare insicurezza e sfiducia.
Questo modo di relazionarsi genera confusione e ti porterà a vivere il legame con quella persona in modo ambivalente: in pratica ti sentirai legata a quella persona e finirai per provare, contemporaneamente, due sentimenti, due emozioni o degli impulsi contrastanti.

Ti senti in dovere di… nonostante i maltrattamenti celati

Un altro effetto negativo delle critiche celate sta nel non potersi proteggere con il distacco. Questo meccanismo velenoso è terribile soprattutto quando la dinamica degli insulti celati caratterizza il rapporto madre – figlia.
In pratica, nonostante i maltrattamenti e i giudizi elargiti in modo nascosto, ti sentirai in dovere di essere una buona figlia o in dovere di essere una buona amica. In genere, le condotte di una buona figlia o di una buona amica sono legate a sentimenti di autenticità: tu esprimi il tuo affetto e in certi casi, la tua gratitudine, con gesti e parole. Quando il legame è caratterizzato da critiche nascoste, tu, in realtà, sei caduta in una trappola. Provi emozioni e sentimenti discordanti.

Quando è il rapporto madre-figlia ad avere queste dinamiche e ne sei stata invischiata fin da bambina, a un certo punto della tua vita hai dovuto fare una scelta inconsapevole: hai dovuto decidere se scegliere tra una brutta realtà o una bella fantasia. E’ chiaro che, in genere, i bambini piccoli optano per una bella fantasia: idealizzano la madre e colpevolizzano se stessi. Nasce così una situazione che si cronicizza nel tempo creando un legame tanto stretto quanto doloroso. Se non inizierai a mettere a fuoco la realtà e continuerai a scegliere la bella fantasia anche da adulta, talvolta ti sentirai colta da un senso di ingiustizia, ti sentirai come la “figlia-zerbino” e altre volte, colta dai sensi di colpa, ti sentirai una “figlia – ingrata“.
Ogni insulto celato rinnova l’incantesimo, aumenta la confusione e accresce insicurezza. Questa situazione è più brutta di quanto tu possa immaginare.

Alcune figlie, immerse nel ruolo di essere brave figlie, finiscono con il subire gli abusi di madri tossiche, mamme narcisiste, borderline o istrioniche… che anno dopo anno, hanno causato gravi danni alla prole.
Le stesse figlie, poi, finiranno per creare legami con partner o amici tossici che possono riproporre un modello affine e non smetteranno mai di subire critiche e abusi nascosti… o almeno questo accadrà solo fin quando l’incantesimo non sarà spezzato con il subentro della consapevolezza. La consapevolezza di essere stata una vittima, da sola, non basta: ci vuole anche l’accettazione. La stessa persona che per anni ha cercato di vestire i panni della brava figlia, dovrà accettare che l’immagine che ha della madre è del tutto distorta e si discosta molto dalla realtà.

E’ difficile accettare il fatto che la persona che ti fa del male e che mina la tua autostima è la stessa persona che dice di amarti

E’ importante chiarire che la mamma, il partner o l’amico tossico in questione, non sono sempre consapevoli del danno che stanno causando. Nel caso della mamma, in genere, è un suo stesso conflitto interiore irrisolto che causa danni nella figlia. Insomma, esistono mamme cattive che non sanno di esserlo e figlie che subiscono abusi e non sanno di essere delle vere vittime.
Questo avviene proprio a causa di quei messaggi misti, di quella confusione, degli insulti celati e interiorizzati… In pratica, se sei cresciuta con una cattiva madre (inconsapevole o consapevole che sia) avrai interiorizzato dei messaggi di non valore e avrai appreso modelli disfunzionali per stringere nuove relazioni. Questo ti ha condannata alla propensione a stringere rapporti tossici e abusivi. Niente paura… come ti ho detto, c’è un modo per spezzare l’incantesimo!

Cosa succede se non spezzi l’incantesimo?

Se non capisci che tua madre, durante la tua infanzia e per tutta la crescita, ti ha servito arsenico stemperato con latte e miele… non sarai mai in grado di capire quali relazioni e situazioni di vita ti fanno stare davvero bene. Questo ti porterà a ripetere gli stessi modelli disfunzionali: in pratica finirai per mangiare una mela avvelenata dopo l’altra, come una Biancaneve che non ha voluto imparare la lezione impartita da quella dolce vecchina che le offriva la mela.
In pratica, se non spezzi l’incantesimo, ti convincerai che il problema è tuo. La mela ha un buon sapore, non è amara e che il veleno era già presente in te, perché non vali e non sei mai abbastanza. Allora, in fondo, è il veleno ciò che ti meriti. Ti ripeterai che forse sei tu troppo sensibile.
Non ti sentirai mai all’altezza della situazione e magari porterai con te una nuvola di sensi di colpa anche quando non hai fatto nulla di sbagliato.
Sono certa che nessuno vorrebbe questo destino, ed ecco perché è importate affrontare tutto quel dolore e spezzare l’incantesimo.

Puoi rompere l’incantesimo: abbandona il ruolo della brava-figlia e della buona-amica e diventa reale

Non devi necessariamente restituire al mittente le mele avvelenate che ti ha dato. Devi solo imparare a riconoscerle e accettare che chi dice di amarti, in realtà, forse non sa bene cosa vuol dire amore.
Impara a riconoscere le critiche celate e rispondi in modo congruo, spogliati dei panni di brava figlia o buona amica che negli anni hai voluto cucirti addosso. Indossa abiti fatti di autenticità, anche se quell’autenticità richiede una dose iniziale di dolore per venire fuori da quel circolo vizioso (e velenoso) che si era creato.
Rompere questo incantesimo è l’unico modo per guarire da ogni difficoltà. Se riuscirai a spezzare l’incantesimo, inizierai a vivere la vita in modo inedito, inaspettato e pieno.

Letture consigliate
Se credi di instaurare relazioni problematiche o di gestire male i conflitti con partner e amici, ti consiglio di leggere il mio articolo guida su Come correggere i modelli disfunzionali appresi nell’infanzia.
Se hai una relazione conflittuale con tua madre, ti consiglio la lettura del libro “Mamma non farmi male. Ombre della meternità” di Marina Valcarenghi. L’autrice stila una lunga serie di profili di “mamme difficili” e inquadra le possibili ripercussioni sui figli sia durante l’infanzia che nella vita adulta, potrà aiutarti nel tuo cammino di accettazione e per spezzare finalmente quell’incantesimo che ti tiene in trappola. Questo libro offre una lettura molto leggera ma al contempo illuminante. Fa esempi pratici e ti porta a indagare sul tuo vissuto, mettendoti in evidenza atteggiamenti disfunzionali che fin oggi hai considerato del tutto normali.
Il libro si compra su Amazon al prezzo di 15,30 euro con spese di spedizione gratuite. Per tutte le informazioni ti rimando alla pagina ufficiale: Mamma non farmi male. Ombre della maternità (Mondadori, Milano, 2011).
A cura di Anna De Simone, life e mental coach

CARNEVALE

Assegnare ai bambini un gioco da grandi, è come far fuori due persone, te e il bambino.

Melania Emma

SVILUPPARE SINTOMI O “DEGENERARE”?

Analizzare la propria madre patologica e prenderne le debite distanze senza sentirsi colpevole, per un figlio, è davvero una cosa immane. E’ qualcosa che spezza dentro. Quindi sviluppare sintomi è l’unica arma che quel figlio ha per esplicitare “legalmente” la sua protesta e il suo dolore senza ricevere ritorsioni, punizioni e soprattutto senza sentirsi in colpa.

Diversamente, rimanere sani e asintomatici riuscendo ad opporsi ad una madre patologica, equivale ad essere un figlio indegno, un mostro di figlio degenere. Specialmente nello Stato del Papa.

La tremenda scelta, dunque, per un figlio di tale madre, è tra la protesta passivo-aggressiva dell’ammalarsi e quella del recidere il cordone vivendo “degeneratamente”.

Melania Emma

ALCUNE MALATTIE PRENDONO IL NOME DI FAMIGLIA

di Emanuele Casale

Sempre più sono gli individui che permangono nell’ambiente della propria fanciullezza e in seno alla famiglia fino ad età inoltrata.
Alcuni dati statistici attestano che l’Italia è uno tra i paesi sviluppati con il più alto tasso di individui che – spesso seppur autonomi sul piano economico – permangono ancora nella casa familiare e con i genitori oltre i 30 anni, e a volte “per sempre”.
Alcuni – credendosi più cresciuti e scaltri – consapevoli sotto sotto dell’innaturalezza di tale dinamica – trovano invece altri escamotage, tra i quali è molto noto quella dell’uscita da casa (la casa a fianco!) che si traduce nel cercare spesso alloggi e case molto vicine a quelle dei genitori.
Si rimane così sempre invischiati in quel mood psichico originario, della fanciullezza, dei ricordi, del “è sempre stato”, senza mai superare quelle atmosfere e nodi psichici da sempre nati, protratti e cresciuti all’interno del sistema familiare.
La famiglia di “origine” – che ci ha cresciuti, generati – finisce così per essere origine e anche ultima meta della vita di un individuo, anziché trampolino di lancio verso l’esterno, il mondo, le infinite possibilità che sono presenti lì appena fuori dalla cerchia familiare.
Si può senza dubbio dire che – molto tristemente – per molti la famiglia d’origine finisce per essere davvero la sola e unica famiglia della loro vita, senza mai costruirne una propria, nuova, senza mai essere dunque generativi.
E questo termine – generativi – non dobbiamo prenderlo per forza in senso letterale-concreto, cioè nel senso di creare una famiglia con moglie, figli e annessi, ma anche in senso metaforico.
Costruire una propria famiglia non coincide infatti – in linguaggio psicologico soprattutto – a dover costruire necessariamente una famiglia canonica attraverso un matrimonio, dei figli e quant’altro…
La famiglia che un individuo può costruirsi (e che deve!!) è composta anche da amici molto intimi, anime affini, persone che si conoscono da una vita, altre che si sono incontrate durante i vari percorsi di vita e tutte quelle persone care che – in tutti questi infiniti cammini individuali – ci sono rimaste a fianco, e noi siamo rimaste a fianco a loro…
Quante volte molti di noi hanno sentito nel profondo che esistono e si creano “famiglie dell’anima” che vanno al di là del legame di sangue.
Questo lo esprimeva benissimo il poeta Kahlil Gibran, quando scrisse:
Credo vi siano al mondo gruppi di persone e individui che sono affini, indipendentemente dalla razza. Dimorano nello stesso regno della coscienza. È questa la parentela, semplicemente questa.
Il mondo animale è maestro in tale lezione: i cuccioli di felino, ad esempio, vengono allattati, curati e difesi dalla madre, ma soltanto fino al momento in cui la natura li fa diventare in grado di procurarsi cibo da sè, difendersi da sè, cacciare da sè o in branco, ecc.
È questa una legge del mondo animale – a cui per natura apparteniamo anche noi specie umana – che abbiamo del tutto stravolto, deviandola fino a estreme conseguenze.
Le conseguenze di una tale lontananza da un aspetto così innato e spontaneo nella nostra natura, sono gli innumerevoli disturbi psichici, malattie mentali quali la schizofrenia, provenienti spesso da tessuti familiari malsani, oppure – se non malsani – tessuti accuditivi – o fatti di troppi nodi – protratti fino ad oltranza.
Qui sono stati inseriti estratti molto pregnanti ed esemplari riguardo questa tematica, passando da Jung, Carotenuto a Rilke. Alla fine del post troverete una raccolta ben scelta di libri sull’argomento.

Cari genitori, madri, padri: quando tuonate “Io sono tua MADRE, cosa credi??” ricordatevi che anche vostro FIGLIO ha preso il titolo lo stesso giorno vostro. Per cui abbassate i toni, per piacere.

Melania Emma

FIGLIO MASCHIO

Il più aberrante sentimento che una madre può esercitare verso un figlio maschio, è il potere (intrinseco, di donna) di plasmarlo ad essere l’opposto dell’uomo che lei rifiuta/teme (nel marito o nel suo stesso padre), facendolo diventare un anti-uomo. Come un golem, una madre narcisista patologica fa del figlio maschio un suddito, un amante perfetto perché innocuo come un cappone, un’ape laboriosa al servizio della Regina. Non è un caso che questi maschi temano tutta la vita il puro femminino, conciliandosi con altrettante rassicuranti donne profondamente lontane dalla loro stessa natura, come non è un caso che la loro omosessualità latente nutra il fiorente mercato delle trans. Una madre narcisista patologica seduce il figlio maschio anche fisicamente, oltre che emotivamente come già accade con le figlie femmine. Il range di età in cui avviene purtroppo raddoppia rispetto alla prima decina di anni per le femmine e la “lotta” del maschio con la madre patologica raggiunge l’apice attorno al ventennio: alcuni pur di fare il militare, lavori all’estero, matrimoni-fuga, escono di casa a passo di danza. Altri (irrecuperabili) restano nell’alveare anche tutta la vita, oppure spesso abitano con la moglie/compagna insieme alla madre.
Il figlio maschio viene solitamente più danneggiato della figlia femmina, da una madre narcisista patologica, questo perché in qualche tempo e luogo lei è riuscita a creare in lui (e con lui!) un archetipo di coppia uomo-donna che egli, pur fuggendo da lei, porterà come uomo con le altre sue donne. Se nella femmina la madre patologica cerca un suo clone, nel maschio cerca uno yes-man devoto. Dalla consapevolezza in poi, qualsiasi figlio di queste madri può indossare la U maiuscola di uomo, riconoscendo i suoi simili anche entrando in una sala affollata senza parlare con nessuno.

Melania Emma

FIGLIA FEMMINA

Il più aberrante sentimento che una madre può provare verso una figlia femmina, è l’invidia. Di vederla sbocciare, invidia di giovinezza, di femminilità. Credo che la mia prima vera guerra sia scoppiata ai miei 13 anni, prima furono solo battaglie. Ovviamente nessuna di noi due ha vinto la guerra, nella pratica, perché lei è ancora una bella donna a 77 anni ed io sono, credo, al top della mia curva biologica come donna. La differenza tra noi è che lei non ha mai saputo chi era, io sì. Moralmente, dunque, la vittoria è mia. Una madre narcisista patologica seduce la figlia femmina nel range dei suoi primi dieci-undici anni, poi la figlia lotterà inconsapevolmente tutta la vita e in tutti i modi per non essere come lei, placandosi solo quando arriverà alla verità su sua madre, ossia quando qualcuno le spiegherà che non è mai stata amata, che non aveva una madre, che è stata solo funzionale ad un progetto andato storto: quello di clone di una madre patologica. Dalla consapevolezza in poi, qualsiasi figlia di queste madri può indossare la D maiuscola di donna, riconoscendo i suoi simili anche entrando in una sala affollata senza parlare con nessuno.

Melania Emma