LIMITI

Il momento in cui metti uno stop ad una persona che sta approfittando di te o non ti sta rispettando, é il momento in cui ti definisce egoista, pesante, pazzo. Il manipolatore odia i limiti.
Melania Emma

“Io semplicemente mi rifiuto di considerare l’obbedienza una virtù, la curiosità un peccato e l’ignoranza del bene e del male uno stato ideale.”

Alice Miller – Il risveglio di Eva

EMOZIONI? INSERT COIN

Capisci quanto valgano le tue emozioni solo quando qualcun’altro che risuona come te ti avvolge col calore delle sue. E capisci quanto devi proteggerti, gelarti e indurirti quando invece per qualche altro sei solo uno strumento per il suo spettacolino.
Non dare emozioni solo perché tu sei solare o spontaneo. C’è chi ti scambia per un distributore di emozioni, ti usa come reagente al suo bisogno di avere un pubblico. Perché vuoi fare la sostanza che prende parte ad una reazione chimica, quando hai capito che sei un flusso continuo di vita che molti sono costretti a rubare?
Non dare emozioni é la prima delle contromanipolazioni. Passi per strano, duro, rigido, pesante, difficile, problematico, troppo serio? Certo, ma il prezzo da pagare è ancora più alto quando fai il donatore spontaneo di vita e il gettone te lo inserisce un manipolatore.
Melania Emma

Da una donna narcisista in terapia: “Il mio primo impulso resta manipolare. Non c’è cura, solo autocontrollo.”

Quando i narcisisti patologici riflettono e posano lo sguardo su di sè, sono momenti rari, anche se poco duraturi, e offrono un punto di vista esclusivo di cui fare sempre tesoro. Condivido questo scritto dal blog “Arte di salvarsi”, il top assoluto in materia. Buona lettura e buona riflessione! Mel

L'arte di salvarsi

Trad. dal russo by Nadia Plamadeala
Testo originale https://www.wonderzine.com/wonderzine/life/experience/242907-narcissistic-disorder)

Il disturbo narcisistico di personalità raccontato da una narcisista

“Non sono così pericolosa come sembra”

 I narcisisti ci fanno paura. Sono soggetti di libri e di gruppi online. Sappiamo tutti che sono inclini alla manipolazione e raramente mostrano empatia. Ma pochi sanno cosa pensano di se stessi.

Tania ha trentasette anni. Un anno fa ha scoperto di avere il disturbo narcisistico di personalità e ha deciso di provare a cambiare vita. Scrive dei suoi successi in un canale Telegram in russo chiamato “Narcisismo atipico”. Abbiamo parlato della sua esperienza con la psicoterapia e di cosa significhi per lei vivere con questo disturbo.

“Prima non immaginavo nemmeno di essere una di quelli che vengono chiamati narcisisti. Al contrario, come tutti, ero diffidente nei confronti di queste persone, le biasimavo. Ho cercato di stare lontano da loro. Ricordo quando ho appreso la…

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TRADUZIONI NARCISISTE

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«Ti amo, ma in questo momento non me la sento di stare con nessuno » («Non ti amo e me la sentirei benissimo di stare con qualcuno, purché sia qualcun altro: uno/ una che mi faccia penare e non mi dia il suo amore gratis come fai tu»)

«Sono ancora bloccato (bloccata) dal ricordo di una precedente storia» (« Non mi piaci abbastanza per farmi dimenticare una scottatura che ho preso in passato»)

«Ho paura di legarmi troppo a te» («Non ho nessuna voglia di legarmi a te»).

«Ho paura di farti soffrire» (« Ho paura che tu mi asfissi con il tuo amore: posso fare a meno di te, anche se ogni tanto avrò bisogno di telefonarti [facendoti soffrire] per avere una conferma del mio fascino. Almeno finché non trovo qualcuno/ a di cui innamorarmi davvero»).

«Non ti merito» (« Non ti amo abbastanza per reggere una storia impegnativa come quella che tu vuoi avere con me»).

«Siamo troppo uguali» («Con te mi annoio»).

«Siamo troppo diversi» (« Non solo mi annoio, ma mi innervosisco pure»).

Massimo Gramellini

LA TECNICA DEL PIEDE NELLA PORTA

La tecnica del piede nella porta è una delle tecniche di manipolazione sociale più conosciute. Potremmo esserne stati vittime senza nemmeno accorgercene. Vediamo in cosa consiste.
Suonano alla porta per chiederci una donazione destinata a un’associazione benefica che lotta contro una malattia rara. Diciamo che possiamo sempre rispondere che al momento non abbiamo soldi. Ora, immaginate che suoni di nuovo la stessa associazione per darci una spilla da indossare per una settimana al fine di sensibilizzare sull’importanza di raccogliere fondi per combattere la malattia. Due settimane dopo tornano e ci chiedono una donazione. Ci sono buone probabilità che gli daremo dei soldi. Hanno appena applicato la tecnica del piede nella porta.
Esistono molte tecniche psicosociali in grado di manipolarci pur non essendone consapevoli. Effettivamente, il lavoro di alcune persone è proprio quello di progettare tattiche per ottenere un beneficio concreto senza che la “vittima” se ne accorga. La tecnica del piede nella porta è una delle più note e più studiate in psicologia sociale.

La tecnica del piede nella porta
La squadra di Beaman (1983) definisce il piede nella porta come una tecnica che consiste nel chiedere un piccolo favore alla persona da cui intendiamo ottenere qualcosa. Secondo Beaman, “inizia con un comportamento poco dispendioso e in un contesto di libera scelta (assicurandoci in questo modo una risposta affermativa) per poi richiedere un favore simile, ma di maggiore entità, che è ciò che vogliamo veramente ottenere”.
I fattori sottesi che causano il successivo comportamento di maggiore entità sono l’impegno e la coerenza. Le persone che hanno acconsentito ad assumere un comportamento su base volontaria, accettano più facilmente una richiesta successiva che vada nella stessa direzione, anche se più dispendiosa (a condizione che abbiano accettato quella precedente).
Per esempio, se assumiamo una posizione a favore di un qualche pensiero, sarà più facile per noi impegnarci in comportamenti legati a quello stesso pensiero. In questo modo, manteniamo la coerenza interna ed esterna, ovvero di fronte agli altri. Inoltre, l’efficacia di questa tecnica diventa maggiore quando l’impegno è pubblico, la persona ha scelto pubblicamente o il primo impegno è stato dispendioso.
“È molto più facile ingannare la gente, piuttosto che convincerla che è stata ingannata”.
-Mark Twain-

Esperimento di Feedman e Fraser
Feedman e Fraser (1966) chiesero a un certo numero di persone di mettere nel loro giardino un cartello piuttosto brutto e grande in cui si poteva leggere: “Guidate con attenzione”. Solo il 17% accettò di metterlo.
A un altro gruppo di persone fu chiesto prima di firmare un documento a favore della sicurezza stradale. Trattandosi di una petizione che non richiedeva impegno, la maggioranza di loro firmò. Poco tempo dopo, chiesero alle stesse persone di mettere il cartello grande e brutto nel loro giardino. Indovinate un po’? Accettò il 55%.

La tecnica del piede nella porta e le sette
Che relazione ci può essere tra questa tecnica e le sette? Non dimentichiamo che si tratta di una tecnica di persuasione. Il primo contatto con la setta consiste solitamente nella partecipazione a piccole riunioni. In seguito, viene richiesta una piccola donazione. Una volta effettuati i primi passi, è probabile che ci impegniamo in comportamenti successivi.
Comportamenti che possono includere: dedicare ore settimanali alla setta, aumentare le donazioni di denaro o di altri beni. In situazioni più estreme, sono stati anche documentati casi di adepti costretti a svolgere prestazioni sessuali e persino a partecipare a suicidi collettivi sotto un apparente illusione di volontarietà.
“La gente è pazza? No, la gente è manipolata.”
-José Luis Sampedro-

Riflessioni finali
Nonostante passino inosservate, queste tecniche vengono utilizzate per ottenere qualcosa da tutti noi. Quando ci chiamano al telefono e ci chiedono se abbiamo internet, la nostra risposta è generalmente affermativa. In questo modo, ci predispongono all’ascolto. La domanda successiva, di solito, è se vogliamo pagare di meno. La nostra risposta è spesso nuovamente affermativa. A questo punto, ci tengono in pugno.
Un altro aspetto importante, in alcuni casi, è la mancanza di tempo per pensare. Se ci fate caso, le offerte che ci propongono sono sempre limitate: “domani questo prezzo non sarà più disponibile.” In questo modo la pressione esercitata è tale che rispondiamo “sì” senza aver elaborato le informazioni.
Indubbiamente, imparare a dire di no e a disinnescare le tecniche di manipolazione è fondamentale per evitare che gli altri ottengano da noi qualcosa che non eravamo intenzionati a dare loro. Un piccolo “sì” può rivelarsi un affare insidioso al momento di rifiutare una richiesta successiva. La prossima volta che diremo “sì”, probabilmente ci avremo pensato meglio.
“Quando pensiamo di dirigere, ci stanno dirigendo”
-Lord Byron-

Fonte

Il narcisista è maestro nel provocare reazioni.
Di rabbia, di opposizione, di giustizia, di ordine.
Viola “involontariamente” confini e diritti.
Lo scopo?
Usare la reazione ottenuta per dimostrare.
Quanto lo han capito male.
Quanto era in buona fede.
Quanto soffre per le ingiustizie.
Quanto gli altri sono un problema.
Quanto è vittima degli altri.
Quanto, ma quanto, è buono.
E non c’è niente di più narcisistico di una vittima inconsapevole.
Melania Emma

Una cosa l’ho imparata, sul comportamento manipolatorio e non c’è scritta in nessun libro: come viene pronunciato il tuo nome? Con che frequenza?
Chi ti vuole prevaricare, dominare, magari zittire, usa dire il tuo nome in ogni frase a te rivolta. E dove c’è fra voi una conversazione, è anche peggio, perché il tuo nome viene usato come le virgole.
Se non sa il tuo nome, la persona manipolatrice tende a chiamarti gentilmente ma marcatamente “Signora” tanto che alla fine della conversazione ricorderai solo il tono con cui calcava la parola “Signora” e tutto il discorso suonerà coercitivo.
La comunicazione con le persone “violente ma con le mani pulite” é sempre a due livelli, uno socialmente ineccepibile e uno pregno di ogni Male e no, non sei pazza tu: é esattamente così!
Melania Emma

SENZA SPORCARSI LE MANI

Può uno sguardo fare paura? Può confondere, togliere ogni sicurezza rispetto al proprio modo di essere in relazione alle situazioni?
Può la semplice presenza di ‘quella’ persona, farci sentire inadeguate ad ogni contesto, incapaci di affrontare e risolvere qualsiasi problema? Uno sguardo che ci accompagna e ci giudica in ogni minimo gesto quotidiano, che ci fa sentire di non essere mai come ‘dovremmo’ essere.
Può uno sguardo, quello sguardo, essere su di noi anche se quella persona non è con noi in quel momento?
E può essere che quello sguardo appartenga ad una persona cara, ad un fidanzato, un marito, un padre o un famigliare?
Io credo proprio di sì e credo che spesso dentro la sensazione di essere inadeguate, sbagliate, inopportune e incapaci, dietro agli sguardi sfuggenti o al contrario sfidanti e disperatamente provocatori di molte donne, si possano celare situazioni di violenza psicologica, esercitata all’interno della sfera privata.
Non ci sono solamente le violenze ed i maltrattamenti fisici che segnano profondamente le persone, ma anche quelli psicologici che non lasciano lividi ed escoriazioni visibili nel corpo, ma non di meno producono ferite in luoghi non visibili, dentro le persone, e segnano profondamente la loro vita.
Possono essere violente le parole? Possono i toni di voce o i silenzi ferire e, se protratti, togliere ogni sicurezza e gioia di vivere? Sì, ci sono parole che possono ferire profondamente come pugnali, possono essere usate per umiliare e giorno dopo giorno possono distruggere una persona. Ci sono aggressioni che non agiscono direttamente sul piano fisico come uno schiaffo, una spinta, un pugno, un calcio, ma giorno dopo giorno creano un clima invivibile ed attuano un processo di distruzione psicologica attraverso parole denigratorie continue (non sai fare nulla, sei proprio una persona inutile, che cosa vuoi parlare tu che non sei nessuno, solo una povera idiota potrebbe fare quello che fai tu). E poi ci sono i gesti ed i silenzi accusatori, gli sguardi e i toni di voce di continua disapprovazione che ridicolizzano ogni cosa detta o fatta.
Un clima di disapprovazione continua dove qualsiasi atteggiamento o comportamento viene ritenuto sbagliato, inadatto. E questo non è tanto perché, come chi perpetra violenza psicologica vorrebbe far credere, è un comportamento ad essere preso di mira, ma è invece presa di mira la persona in quanto tale, in ogni cosa che fa ed in cui manifesti la propria individualità e la propria identità.
Non a caso la violenza psicologica, silenziosa ed invisibile ma non per questo meno devastante di quella fisica, viene esercitata sulle donne per lo più in famiglia o nella coppia, da un padre, un marito o un fidanzato che, in questo modo, ribadisce il proprio dominio e la propria superiorità.
Parole, gesti, toni allusivi, offese velate o esplicite che possono umiliare, distruggere lentamente ma in profondità, senza sporcarsi le mani.
E la cosa più terribile è proprio quando questo atteggiamento viene attuato da una persona cara, che si ama o si è amata profondamente e verso la quale ci si è aperti e con fiducia.
La violenza psicologica è un processo di distruzione costituito da manovre ostili che possono essere esplicite o nascoste. La svalutazione di tutto ciò che una persona fa o pensa, a cui è interessata o in cui crede. Oppure la limitazione della libertà di movimento, come impedire alla donna di uscire da sola magari adducendo motivi circa la pericolosità dei luoghi, degli orari, o trasformando la rinuncia come prova d’amore o di fedeltà.
O ancora la limitazione della libertà economica, mettendo la persona in condizione di dover chiedere per far fronte ad ogni esigenza personale e famigliare.
Ma possono essere anche manovre più nascoste come il sarcasmo, la derisione continua, il disprezzo, espresso anche in pubblico con nomignoli o appellativi offensivi, mettendo costantemente in dubbio la capacità di giudizio o di decisione.
Tutto questo protratto nel tempo fino a destabilizzare una persona e distruggerla senza che chi le sta intorno se ne accorga e possa quindi intervenire.
Le donne sottoposte costantemente a questo clima ‘vacillano’, cominciano a dubitare dei propri pensieri, dei propri sentimenti, si sentono sempre in colpa, inadeguate e spesso si isolano o vengono isolate perché assumono comportamenti non spontanei, scontrosi, lamentosi o ossessivi con le persone che intorno non comprendono e giudicano negativamente. Così la donna resta isolata, senza appoggio.
La violenza psicologica è una violenza oggettiva, chi subisce aggressione psichica è sottoposto ad un evento traumatico, chi è sottoposto a violenza psicologica si trova in uno stato di stress permanente.
Nella coppia la violenza psicologica è spesso negata e banalizzata. Si tende troppo spesso a considerare la donna complice dell’aggressore perché non riesce, non sa o non vuole ribellarsi, ma questo è esattamente il risultato della violenza esercitata. La vittima di violenza psicologica è paralizzata, confusa, sente il dolore, la sofferenza emotiva, ma non riconosce l’aggressione subita.
Il problema relativo alla violenza psicologica, infatti, è relativo al riconoscimento di essa, alla consapevolezza di esservi sottoposti.
La difficoltà per molte donne è legata al dover ammettere a se stesse di amare o aver amato qualcuno da cui, invece, ci si deve difendere; al dover abbandonare l’ideale di amore romantico per cui il fidanzato o il marito che offende o denigra, con il nostro amore, cambierà. Occorre rinunciare all’ideale di tolleranza femminile e spesso, molto spesso, è difficile arrivare da sole e senza aiuto a riconoscere di essere state sottoposte ad aggressioni psicologiche.
Occorre chiedere aiuto, occorre venire aiutati da esperti.
Spesso l’unica soluzione è chiedere aiuto in relazione alla presenza dei sintomi che derivano dalla costante tensione interiore, dal dover reggere la situazione, sforzandosi di non reagire, spesso di comprendere e giustificare e ancora dallo stress che la confusione stessa genera.
I segnali di malessere si possono individuare nei disturbi del sonno, nell’irritabilità, nell’insorgenza frequente di mal di testa e cefalee, nei disturbi gastrointestinali o in un continuo stato di apprensione, di tensione costate e di ansia. Questi possono essere considerati segnali di disagio di cui è opportuno verificare l’origine per poter, spesso lentamente e con fatica, prendere consapevolezza delle aggressioni subite, comprendere perché le si è assorbite e ridefinire i propri limiti di tollerabilità, in modo che non vengano mai più oltrepassati.

Cinzia Sintini
(psicologa-psicoterapeuta)

Fonte

La persona senza consapevolezza è una soave macchina infernale. Può uccidere un’anima chiamandolo “rispetto”, dispiacendosi poi per il cadavere chiamandolo “suicida”.
Melania Emma

La storia del “mio cugggino ci è riuscito”, “a mio cugggino é andata come ti dico io”, ecc. é solo un riempi-tempo per chi non riesce a dirti nulla di veramente costruttivo quando gli racconti la tua realtà, specie se è una realtà scomoda e imbarazzante (e che sicuramente è andata male anche al cugggino).
Quando col vostro interlocutore si profila un qualsiasi suo cugggino che ha bypassato leggi, regole e stati umani, cessate subito di raccontare i vostri fatti sofferti o dare spiegazioni dettagliate di una realtà che solo voi vivete, perché il cugggino, una volta nominato, risolve immancabilmente TUTTI i problemi che vi state sforzando di far capire all’interlocutore, facendovi passare per idiota.
La vostra realtà non è un cugggino.
Date quindi cortesemente ragione al buon interlocutore, che ha solo bisogno di diffondere la sua ottimistica realtà e dileguatevi.
Melania Emma