COS’E’ UNA CRISI DI CAMBIAMENTO

In un gruppo, mi è stato chiesto cosa distingue le mille piccole crisi che ci angustiano dalle grandi crisi di cambiamento.
Ho risposto così:
Le piccole crisi sono quelle che ci fanno tornare ad essere esattamente ciò che eravamo prima, con le stesse mezze serenità e le stesse paure. Le grandi crisi sono quelle che ci portano ad una diversa forma di coscienza, nella quale la crisi precedente, per quanto terribile, ci appare necessaria. Non possiamo più desiderare che non sia accaduta. Perché l’acquisto è più importante della perdita. La grande crisi è quella che ci fa dire: “Anche se ho perso una gamba, un braccio, l’amore, la salute, non tornerei più indietro, perchè ora “so””.
Nicola Ghezzani

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IL TRAUMA DA MADRE ABBANDONICA

Se osservate attentamente il filmato tratto dagli studi sperimentali di Edward Tronick (Still face experiment) vedrete che in una prima fase il bambino è allegro e ridente (solo un po’ infastidito di essere “prigioniero” del seggiolino), poi, appena l’esperiemento comincia, quando la madre si volta e poi riappare con il viso atono, assente, duro, il bambino ha tre tipi diversi di reazione, in rapida e quasi impecettibile alternanza: A) RABBIA, B) PANICO, C) COMPORTAMENTO AUTISTICO. Il bambino prima protesta come se dicesse alla madre “ma che fai!?”, poi entra in uno stato di panico, come se dicesse “aiuto! chi mi aiuta!?”, infine agisce comportamenti autoriferiti, come mordersi le mani e guardare nel vuoto (evacuazione del pensiero doloroso). L’intento di Tronick è dimostrare che l’interazione con una madre “abbandonica” genera nel figlio un trauma. La madre può essere depressa o ambivalente (nel volto rigido è possibile vedere sia l’assenza “mortuaria” della madre, che la sua presenza caratterizzata da un dolore e un odio antichi e rimossi che bloccano la mimica e la prossemica, cioè la vitalità delle espressioni); oppure può essere semplicemente una madre abbandonica, cioè che lascia e riprende il figlio a proprio arbitrio e capriccio, o abbandonarlo ad estranei, ed ecco che in entrambi i casi il trauma comincia a strutturarsi. Se questo comportamento materno fosse costante, ripetuto per anni, avremmo un bambino-adulto con una struttura caratteriale depressa, conflittuale o autistica.
Sono studi di questo tipo, semplici e intelligenti, che aiutano a capire la genesi psicologica dei disturbi di panico, autistici, e conflittuali-asociali. E aiutano a capire la fondamentale importanza dell’unità madre-figlio, e che laddove essa venga interrotta, l’esito è una patologia visibile (come quelle citate) o invisibile: come la strutturazione di un falso Sè (Winnicott) in apparenza gioioso, in realtà artefatto e mimetico di nascoste reazioni patologiche.
Ai giovani colleghi interessati consiglio lo studio di autori ormai classici come Spitz, Winnicott, Bowlby, Stern, Tronick, Shore.
nicolaghezzani.altervista.org

 

DIPENDENZA CONFORMISTA, CONFLITTUALE, RIPARATIVA (o depressiva), RIVENDICATIVA (o persecutoria)

Intervista sulla dipendenza affettiva al dottor Nicola Ghezzani, a cura di Daniela Cavallini.

  • DANIELA CAVALLINI: Buongiorno Dott. Ghezzani, grazie per la Sua disponibilità ad essere intervistato. Ho letto con molto interesse il Suo ultimo libro, dal titolo L’amore impossibile ed ho riscontrato una modalità molto analitica, nell’affrontare la dipendenza affettiva, catalogandola in quattro differenti livelli.

  • NICOLA GHEZZANI: Buongiorno a Lei, mi fa piacere rilasciare un’intervista allo scopo di aiutare i lettori a comprendere un problema, anzi una malattia, di cui si parla dalla fine degli anni ’80, la dipendenza affettiva.

  • DC: Entro subito nel vivo del Suo libro, citandola: la dipendenza affettiva, uno stile di relazione caratterizzato da un drammatico e ossessivo desiderio amoroso. Chi patisce questa condizione ama con intensità parossistica anche nel caso in cui il partner designato frustri, rifiuti o persino sfrutti il sentimento di cui è fatto oggetto. Più l’amato si sottrae, più la passione si esaspera. Cortesemente, ci illustra questa dinamica – che oso definire perversa?

  • NG: Amare fino al parossismo chi non ci ama. Si tratta di qualcosa di più del masochismo, che già è una patologia piuttosto grave. Il masochista sa di implorare l’attenzione di chi non lo ama, sa che ne ricaverà sofferenza, ma non può sottrarsi. Il dipendente affettivo non sa che l’altro non lo ama, quindi vive in un regime di autoinganno che può destabilizzarlo portandolo fino a provare i tormenti del sentimento di ingiustizia e della rabbia conflittuale, della depressione da crollo dell’autostima, della paranoia da gelosia, dell’odio vendicativo. Più che una perversione direi che è un disturbo bella percezione del Sé, quindi è un micro-delirio erotico. Il più delle volte è lieve, ma talvolta può raggiungere picchi di una gravità estrema.

  • DC: Lei fa un distinguo fra dipendenza ed interdipendenza. Ci chiarisce questo concetto?

  • NG: La specie umana è una specie interdipendente. L’interdipendenza è la cooperazione che ci lega tutti, gli uni agli altri. Siamo nell’utero materno, come embrioni, e già necessitiamo di una controparte organica. Poi, nasciamo e abbiamo bisogno di nostra madre o di altre figure nutrici. Siamo bambini e abbiamo bisogno di essere nutriti, curati e educati. Eppure, allo stesso tempo, come embrioni modelliamo coi nostri ormoni il corpo materno, come bambini guidiamo la madre e gli altri adulti con le nostre espressioni, gesti, vocalizzi; come adulti, per quanto dipendenti dalla società, noi diamo contributi, ci esprimiamo, siamo creativi. Ecco, l’interdipendenza è quella dinamica circolare, intersoggettiva, che fa sì che mentre gli altri sono in noi, anche noi siamo in loro, in modo efficace e produttivo. La dipendenza è tutt’altra cosa. Dipendere è soggiacere alla volontà dell’altro, annullare la propria identità, estinguere la sorgente che dall’interno del nostro psiche-soma genera di continuo la nostra differenza. Dipendere vuol dire che la nostra efficacia e il nostro contributo all’esistenza altrui, sono ridotti progressivamente. Come con una droga, alla quale non possiamo dire nulla. Alla fine, al grado massimo di patologia, l’unico modo per liberarsi è la morte.

  • DC: Lei fa riferimento a ben quattro livelli di dipendenza affettiva, vale a dire: conformistica, conflittuale, riparativa, rivendicativa, oltre ad un cenno ad una quinta tipologia, che definisce “molto grave”, ossia la dipendenza delirante, della quale ne evidenzia i due sottotipi: maniacale e paranoide persecutorio. Ci illustra le differenze?

  • NG:
    La dipendenza conformista
    La dipendenza conformista è la più elementare: è il difetto di base alla sua origine. Ci si sottomette nella speranza di poter così ottenere amore. È un livello quasi infantile di dipendenza, un livello ingenuo. Perché il dipendente conformista rimuove di continuo i segni del proprio disagio, idealizza il proprio partner come farebbe un bambino con un adulto ammirato, e si adatta a quella che è la convenzione sociale generale o alla convenzione specifica della coppia.
    La dipendenza conflittuale
    La dipendenza conflittuale nasce nel momento in cui il dipendente si accorge dell’iniquità del rapporto, della asimmetria profonda e si arrabbia. Sviluppa a questo punto quello che io ho chiamato Io antitetico, un Io opposto alla convenzione cui era stato sottomesso nella prima fase, quella conformista. Sicché il rapporto diventa un’altalena continua di dedizione, ribellione, conflitto, senso di colpa e nuova dedizione in un loop che sembra non dover finire mai.
    La dipendenza riparativa o depressiva
    La dipendenza riparativa, ossia depressiva, consegue alla fase del conflitto permanente. Il dipendente si convince, dopo tanti litigi, che in lui c’è qualcosa che non va, qualcosa di molto negativo. Possono riemergere vecchie mappature neuronali, vecchi ricordi di stati di abbandono e di sfiducia. E il dipendente è ormai un depresso, che si sente condannato alla sofferenza d’amore e alla solitudine.
    La dipendenza rivendicativa o persecutoria
    Nell’ultima fase (ancora nevrotica, prima di scivolare nella psicosi), il dipendente, come la Fenice che risorge dalle sue ceneri, esce dalla depressione con una carico di odio inestinguibile. A questo punto è certo che il suo amato è il responsabile della sua intollerabile sofferenza, che lo ha sempre ingannato, che lo tradisce, che è un individuo perverso e disumano. Sicché, la dipendente donna di solito reagisce con una persecuzione costante e capillare, fatta di accuse continue, di controlli, di appostamenti, se può si vendica: denuncia l’uomo alla moglie, oppure alla polizia, o ancora gli fa causa per dei danni che le avrebbe procurato,lo convince di essere un mostro di crudeltà, e lo fa con una tale perfida insistenza che l’uomo può arrivare al suicidio; il dipendente uomo invece diventa aggressivo su un piano fisico, sfidante, violento: è costui che, in casi estremi, può arrivare anche all’omicidio.

  • DC: Esistono dei segnali d’allarme, palesi, manifestati da se stessi e dagli altri, riscontrabili anche agli occhi di chi non possiede la specifica competenza? Intendo dire, espressioni che possiamo considerare come prodromi, al fine di evitare di imbatterci in un rapporto malato o di crearlo noi stessi?

  • NG: Innanzitutto il sospetto e la gelosia: il dipendente è assediato da dubbi continui su di sé, sulla propri avvenenza, sulla propria amabilità, quindi è sempre insicuro e geloso. Poi, la ripetizione degli schemi di comportamento, nel senso che si viene lasciati sempre allo stesso modo o si litiga sempre allo stesso modo e ci si ritrova sempre con una terribile solitudine in cuore. Infine, il prevalere della sofferenza rispetto alla gioia, l’amore è vissuto come un dolore insopportabile, come una malattia.

  • DC: Quale consiglio ritiene di offrire, in questa sede, a chi si trova coinvolto in una situazione del genere sopra descritto?

  • NG: Di pensare sempre che se un comportamento genera insicurezza e bassa autostima, se genera tormento e rabbia e senso di solitudine e si ripete sempre nello stesso modo per anni, ebbene non si tratta di normale passione o di normale drammaticità della vita: si tratta di malattia. E la malattia deve essere affrontata come tale. Si spezzano i legami con l’agente patogenetico (come un raffreddato evita di esporsi ai venti freddi o un diabetico di ingerire zuccheri); quindi si deve saper chiedere aiuto: ad amici e amiche, e perché no anche parenti, esperti della vita, a un maestro di esistenza, a un gruppo solidale in cui sia possibile parlare della propria intimità, a non vergognarsi del fatto di soffrire di una patologia affettiva. Infine a rivolgersi alla psicoterapia, perché è l’unico mezzo che conosciamo, almeno qui in Occidente – e che ha una storia consolidata di ormai due secoli – per risolvere i “mali dell’anima”.

  • DC: Dott. Ghezzani, La ringrazio e La saluto con viva cordialità.

Fonte

4 TIPI DI DIPENDENZA AFFETTIVA

Nel mio ultimo libro – Nicola Ghezzani – L’AMORE IMPOSSIBILE (Edizioni Franco Angeli – Psicologia in libreria) descrivo quattro tipologie diverse di DIPENDENZA AFFETTIVA (e questo è una novità assoluta). Spiego come il disturbo si sviluppi da un elemento “puro”.
Ecco la descrizione molto in sintesi.

LA DIPENDENZA CONFORMISTA. La dipendenza conformista è la più elementare: è il difetto di base alla sua origine. Ci si sottomette nella speranza di poter così ottenere amore. E’ un livello quasi infantile di dipendenza, un livello ingenuo. Perché il dipendente conformista rimuove di continuo i segni del proprio disagio, idealizza il proprio partner come farebbe un bambino con un adulto ammirato, e si adatta a quella che è la convenzione sociale generale o alla convenzione specifica della coppia.

LA DIPENDENZA CONFLITTUALE. La dipendenza conflittuale nasce nel momento in cui il dipendente si accorge dell’iniquità del rapporto, della asimmetria profonda e si arrabbia. Sviluppa a questo punto quello che io ho chiamato Io antitetico, un Io opposto alla convenzione cui era stato sottomesso nella prima fase, quella conformista. Sicché il rapporto diventa un’altalena continua di dedizione, ribellione, conflitto, senso di colpa e nuova dedizione in un loop che sembra non dover finire mai.

LA DIPENDENZA RIPARATIVA O DEPRESSIVA. La dipendenza riparativa, ossia depressiva, consegue alla fase del conflitto permanente. Il dipendente si convince, dopo tanti litigi, che in lui c’è qualcosa che non va, qualcosa di molto negativo. Possono riemergere vecchie mappature neuronali, vecchi ricordi di stati di abbandono e di sfiducia. E il dipendente è ormai un depresso, che si sente condannato alla sofferenza d’amore e alla solitudine.

LA DIPENDENZA RIVENDICATIVA O PERSECUTORIA. Nell’ultima fase (ancora nevrotica, prima di scivolare nella psicosi), il dipendente, come la Fenice che risorge dalle sue ceneri, esce dalla depressione con una carico di odio inestinguibile. A questo punto è certo che il suo amato è il responsabile della sua intollerabile sofferenza, che lo ha sempre ingannato, che lo tradisce, che è un individuo perverso e disumano. Sicché, la dipendente donna di solito reagisce con una persecuzione costante e capillare, fatta di accuse continue, di controlli, di appostamenti, se può si vendica: denuncia l’uomo alla moglie, oppure alla polizia, o ancora gli fa causa per dei danni che le avrebbe procurato,lo convince di essere un mostro di crudeltà, e lo fa con una tale perfida insistenza che l’uomo può arrivare al suicidio; il dipendente uomo invece diventa aggressivo su un piano fisico, sfidante, violento: è costui che, in casi estremi, può arrivare anche all’omicidio.