Certe persone devono per forza barare, sennò perderebbero sempre.
Melania Emma

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COMUNICAZIONE DESTABILIZZANTE

Cos’è?
La stragrande maggioranza di persone farebbe e fa di tutto per attirare l’attenzione su di sé. Alcuni lo fanno proprio di strategia, cioè volutamente (venditori, ecc). Ma molti lo fanno inconsapevolmente: vanno in automatico. Quando è caratteriale, spesso é patologico.
Questi ultimi sono dei veri e propri sabotatori dell’attenzione: appena tu godi di un minuto di attenzione sociale o stai facendo/dicendo qualcosa di coinvolgente per gli altri, zac, ci si infilano con tutto il loro peso. Sono dei dirottatori: con frasi e gesti che non c’entrano nulla con voi né con la situazione in quel momento (e neanche mai), proprio come fanno i bambini di sei anni, creano una PICCOLA GAG INNOCENTE che destabilizza tutta la vostra comunicazione.

Il motivo?
Il vedere come voi o altri godiate di attenzione, di un talento, di una lode, di un carisma, di una capacità personale, semplicemente li urta.
Ed é automatico per loro far finire quel momento che non li include, lo fanno con una spontaneità imbarazzante. Con queste persone non si riesce a far parte di una comunità, perché destabilizzano sistematicamente il clima, gli argomenti, gli scopi comuni.
Non sono cattivi, sono semplicemente fuori controllo da loro stessi. Non serve a nulla fargliene accorgere, se non a scendere in basso con loro. Serve invece (a noi) il disegnare mentalmente una bella croce sulla persona che ha sabotato e dirottato infantilmente la nostra attenzione su di sé con comportamenti fuori luogo e privi di senso. Perché, fateci caso, se glielo fate notare, queste gag sono IMMANCABILMENTE seguite dal “Era una battuta, stavo scherzando” fino all’ipocrita “Mi perdoni? Ti sei così arrabbiata?” (che se poi veramente si esprime irritazione, ci si dà la zappa sui piedi). Variante: “Oh ma come sei seriosa, ma un po di ironia no eh?” e via come da copione.

Vi ricorda qualcosa?
Ripeteró sempre: mai reagire, se non per portare noi in buona luce. Mai colludere. Mai spiegare.
Rassicurate col vostro miglior tono paterno questi infanti che solo i cani si “arrabbiano” e riportate voi stessi, ve ne prego, al livello adulto in cui eravate l’attimo prima di venir trascinati nella gag.
E davvero: disegnate quella croce mentalmente, perché moltissime persone avranno pure stazza ed età adulta, ma camminano perennemente con un bambino di sei anni sulle spalle.
Un abbraccio!

Melania Emma

ANORESSIA SENTIMENTALE

Uomini e donne si frequentano, al giorno d’oggi, con una intensità di cui non si ha riscontro in altre epoche storiche; le occasioni di contatto si moltiplicano e proliferano sotto ogni forma (scuole, università, luoghi di lavoro, attività turistiche e di svago, società sportive, club, locali, agenzie matrimoniali, luoghi d’incontro virtuali…), eppure vi sono uomini e donne che hanno rimosso e dimenticato cosa sia l’amore. In senso stretto, l’anoressia sentimentale, l’incapacità di amare, è una vera e propria pandemia che colpisce, su larghissima scala, tutte le età ed entrambi i sessi, soprattutto nel mondo a modello occidentale.

La fenomenologia è la più varia: chi ne è affetto può essere tanto un individuo solitario quanto una persona in apparenza socievole, amante della buona compagnia e dei divertimenti. Ma la struttura di fondo del disturbo è identica: il bisogno affettivo è rimosso in virtù di una personalità autarchica, chiusa in se stessa, regolata da abitudini e ritmi personali e ogni qual volta la possibilità di amare si apre un varco nella rigida armatura difensiva sorge dal fondo dell’animo in taluni una malinconia profonda, in altri una rabbia cieca e devastante, in altri ancora una fredda razionalità che vede nell’oggetto amato (nella persona che ha penetrato il cuore) solo vizi e difetti e nella nuova opportunità una fonte incessante di dubbi e preoccupazioni. A questo punto, l’indifferente può diventare — con l’incertezza, il disprezzo o il sadismo — un persecutore di colui/colei che ha osato turbare il suo equilibrio.

Ecco come lo descrive lo psicoanalista Otto Kernberg

In circostanze patologiche, come la patologia narcisistica grave, lo smantellamento del mondo interno di relazioni oggettuali può portare all’incapacità di desiderio erotico, accompagnata da una diffusa, non selettiva e perpetuamente insoddisfatta manifestazione casuale di eccitazione sessuale, o perfino dalla mancanza di una capacità di eccitazione sessuale.

L’incapace di amare talvolta si tormenta per ciò che è divenuto; talaltra invece se ne fa un vanto, perché la sua resistenza alla lusinga è — secondo lui — una superiore prova di forza; infine, altre volte ancora vive in una razionalità così astratta da non accorgersi nemmeno della solitudine dell’anima e della aridità del cuore che ha generato dentro di sé.

Intuibile che la patologia narcisistica cui fa riferimento Kernberg ha almeno due possibili sviluppi: uno sul versante ossessivo coincide con l’uomo — o la donna — che vive in un suo ordine solitario, rigido ed efficiente e più o meno relazionato (l’incapace di amare può essere un single, ma anche un uomo o una donna che vive in famiglia, ma che non degna più il partner delle proprie attenzioni giudicando la sessualità e l’amore delle inutili e scomode perdite di tempo o attività noiose, prive di senso o vagamente disgustose); l’altra è sul versante dell’isteria, dove l’incapace di amare oltre a ostentare indifferenza, può talvolta intrappolare i suoi partner in tormentose dinamiche nelle quali ora avvengono inattese fusioni sentimentali, spesso accompagnate da appassionate manifestazioni di tenerezze, cui seguono repentini distacchi, un fare freddo e scostante, talvolta contrassegnato dal disprezzo.

Chi vive in questa strana condizione esistenziale è qualcuno che ha individuato nell’amore la maggior fonte di sofferenza umana o, per via di traumi subiti, della sua personale sofferenza e ha deciso di non soffrire mai più. Talvolta è stato un bambino deprivato di amore in età nelle quali poteva avvertirne la mancanza e perciò soffrirne, oppure un bambino o un adolescente intenzionalmente trascurato, non amato o anche trattenuto in un rapporto ora seduttivo ora rifiutante. Altre volte, cresciuto fiducioso, è andato incontro a lunghe sofferenze sentimentali in età adulta. Altre ancora, illuso di poter realizzare nel mondo scopi di ordine superiore e deluso in profondità in questa aspettativa, rinuncia alla vita e fa pagare all’innamorato/a il prezzo di questa catastrofica delusione.

In termini più generali, egli ha smesso di credere nell’affidabilità degli esseri umani e nella capacità retributiva e restaurativa della fiducia e dell’amore. In modo più o meno consapevole, ha abbracciato l’ideologia anestetica contemporanea, intesa a far sentire forte, superiore, colui che relega la passione nell’altro, riservando per sé il ruolo del bell’indifferente, dello spassionato razionale, dello sprezzatore dell’umana vulnerabilità.

La mia esperienza umana e clinica mi suggerisce che questa condizione esistenziale va sempre più costituendo il “doppio speculare” della soggettività contemporanea. Per un verso animata da innumerevoli e frenetici desideri, l’umanità attuale va per altro verso elaborando una strategia di difesa per la quale ogni desiderio — ma soprattutto i bisogni relazionali — sono trappole da evitare.

Esce da questa patologia — invisibile in un mondo che la invidia e la favorisce — solo chi vuole uscirne e accetta l’idea che coraggioso non è chi reprime il desiderio, ma colui che accetta il rischio esistenziale di vivere fino in fondo le qualità specifiche della natura umana, fra le quali fa spicco proprio quella capacità di immedesimarsi, fondersi ed amare da cui l’anoressico sentimentale rifugge con disgusto e con paura. (un contributo del dott. Nicola Ghezzani)

Il narcisista è maestro nel provocare reazioni.
Di rabbia, di opposizione, di giustizia, di ordine.
Viola “involontariamente” confini e diritti.
Lo scopo?
Usare la reazione ottenuta per dimostrare.
Quanto lo han capito male.
Quanto era in buona fede.
Quanto soffre per le ingiustizie.
Quanto gli altri sono un problema.
Quanto è vittima degli altri.
Quanto, ma quanto, è buono.
E non c’è niente di più narcisistico di una vittima inconsapevole.
Melania Emma

Una cosa l’ho imparata, sul comportamento manipolatorio e non c’è scritta in nessun libro: come viene pronunciato il tuo nome? Con che frequenza?
Chi ti vuole prevaricare, dominare, magari zittire, usa dire il tuo nome in ogni frase a te rivolta. E dove c’è fra voi una conversazione, è anche peggio, perché il tuo nome viene usato come le virgole.
Se non sa il tuo nome, la persona manipolatrice tende a chiamarti gentilmente ma marcatamente “Signora” tanto che alla fine della conversazione ricorderai solo il tono con cui calcava la parola “Signora” e tutto il discorso suonerà coercitivo.
La comunicazione con le persone “violente ma con le mani pulite” é sempre a due livelli, uno socialmente ineccepibile e uno pregno di ogni Male e no, non sei pazza tu: é esattamente così!
Melania Emma

Il masochismo morale (inteso come autolesionismo) è la deliberata scelta dell’opzione peggiore, proprio il volerla con convinzione e ostinazione sapendo bene che nuocerà, pur di scongiurare quell’ancor peggiore dolore dell’angoscia che provocherebbe la cosa più temuta dal masochista: la felicità.
È un patto (autosabotaggio) continuo: scelgo il disagio di soffrire per qualcosa che almeno induco io e quindi posso controllare, piuttosto che il disagio di lasciare che accada di essere felice, ingestibile, perchè vivere “a pieno regime” comporterebbe non avere più scuse per lamentarmi né colpe per altri.
Il masochista morale, o autolesionista, ad un passo dal Paradiso, cerca e trova (e se non c’è, la crea abilmente) l’ottima e concreta ragione (impedimento) per non toccare la sua felicità.
La sofferenza anelante alla felicità irraggiungibile, é la sua comfort zone. Un improvviso bagno di felicità lo scompensa. Nel trattenere la felicità egli, soffrendo, gioisce. Per il resto del mondo, soffre eroicamente.
Cit. “Come posso dire NO a qualcuno ed essere felice io?” (qualcuno: autorità cui devo tutto e verso cui, diventando felice io, passerei da ingrato)
Melania Emma

EGO-ANIMA

Chi manifesta umiltà, non è nell’umiltà. L’Ego fa recitare delle qualità, come fa anche dire “io sono sfortunato”. “Dire di essere” è sempre far parlare una maschera, quella dell’Ego. Quando si è privi di Ego non si è neppure umili, si è e basta, senza proclami. Sto imparando questa lezione da chi ho attorno, ho le orecchie stracolme di proclami di chi dice di essere/non essere questo/quello e ci ha montato sopra la sua vita intera. Maschere di ruoli intercambiabili, come interruttori on/off, sono questo, sono quello, inizio/fine, dentro/fuori, io posso/io non posso. L’inferno. L’Ego non fa comunicare con l’Anima, si può averne nozione e diplomi, ma non si ascolta l’Anima perché è sepolta. Sto capendo che l’Ego ci può uccidere, ne ho visto cadaveri fino a ieri, uno spettacolo di miseria infinita, proprio come guardare insieme la stessa linea, che per me è orizzonte e per qualcun’altro limite. La stessa linea. L’Ego è un limite. L’Anima è un orizzonte. L’Ego uccide, non permettetelo.

Melania Emma

IL BUONISMO

Il Buonismo dovrebbe essere un reato punibile penalmente, perché danneggia gli altri e sé stessi. Esprimere comprensione e disponibilità AD OLTRANZA è una forma narcisistica di bontà: se si fa del male all’animale buono per antonomasia, il cane, quello reagirà mordendo, quindi non ci vuole molto a capire che qualsiasi buono vivente, quando serve, sa essere giusto. La Natura è giusta, non è sottoposta alle invenzioni umane di “buona” o “cattiva”. Buono e cattivo sono termini estremi, utilizzati per creare (o dissolvere) quel potente stato d’animo della Colpa, che nasce e vegeta esclusivamente in quella immensa culla che è la Chiesa. La Colpa, nel Buddismo, non esiste proprio come termine. Dunque se il cane provocato (provocato) ti morde, è cattivo. Se non morde è buono. E non importa a nessuno la sua Natura di cane, egli è diviso in cane-buono e cane-cattivo. La sua Natura di cane viene rimossa.
Il Buonismo è totalmente contro Natura.
Il Buonismo espone alla manipolazione.
Il Buonismo fa perdere il contatto con la realtà.
Il Buonismo fa sopportare le infrazioni dei codici morali.
Il Buonismo fa soffrire le persone oggetto di tanto “amore”, perché le priva dell’autenticità.
Il Buonismo, infine, è una violenza mascherata e se ne percepisce tutta l’innaturalità quando non scatta in loro alcuna reazione vitale di ribellione.
Chi è il buonista?
È uno che estirpa le emozioni alla radice, fino a non sentirle più, non sa se sta bene, non sa cosa vuole, non sa chi è, non sa e basta. Il buonista, sostanzialmente, porta le colpe e le abbellisce. Indossa la maschera di “bella persona” fin da quando è piccolo, senza mai proferire critiche o emozioni negative. Salva tutti, salva la loro immagine, salva l’ingiustificabile, ma in realtà salva sé stesso, perché quello che agogna sopra ogni cosa è farsi accettare. La dinamica è rigida e inattaccabile e funziona senza cedimenti apparenti. Eppure, capìta questa dinamica, anche un buonista può osare essere sé stesso: ferito, offeso, disilluso, incazzato. Umano, perdio.

Melania Emma

BENISSSSIMO

Ecco cos’è la persona che dici tanto di amare: un antidepressivo, un antidolorifico. Ma quando ami davvero, è il tuo stesso corpo che produce tali sostanze, diventi un generatore di benessere. Non ami se assumi sostanza invece di generare sostanza, no, così non ami.
Tutto quello che vivi e temi e non sai gestire quando sei da solo, nella vita vera, con le difficoltà e i casini, la paura, il vuoto, le insicurezze, le angosce, la solitudine, l’assenza di direzione, la perdita di punti di riferimento…tutto grandiosamente sedato da un unico grande Farmaco che toglie il sintomo: l’amore! Ah…l’amore. E poi te ne riempi la bocca. E fai scorte per non trovartene privo, sia mai che poi “senti” davvero chi sei. Ma tolto il Farmaco ecco il problema, la causa, la malattia. E allora torni a drogarti. E poi ti chiedono come stai. E tu rispondi benissssimo. Con la bocca piena di amore. Senza sintomi.

Melania Emma

Un vincente trova comunque una strada. Un perdente trova comunque una scusa. Un narcisista manipolatore trova comunque una colpa: la tua.

Melania Emma

  • Uomini sensibili non sempre corrispondono ad uomini educati.
  • Uomini spontanei non sempre corrispondono ad uomini sinceri.
  • Uomini che hanno concluso la psicoterapia non sempre corrispondono a uomini equilibrati.
  • Uomini colti non sempre corrispondono a uomini in grado di rispettare una donna.
  • Uomini a stretto contatto con l’Arte non sempre riconoscono un pezzo di valore.
    Maleducati, bugiardi, patologici, abusanti e inconsapevoli sono semplicemente dei drammi umani viventi.

Melania Emma