Il corpo è il solo strumento col quale percorri il tempo della vita. Lascia che lo spirito che lo abita ne faccia il tempio della sua evoluzione.

Melania Emma

Annunci

I tuoi desideri, i tuoi talenti, i tuoi sogni, esistono semplicemente per venire realizzati.
“È impossibile”, “É una follia”, “Non ce la faccio”, sono condizionamenti (sì…l’indoratura).
Quei precisi desideri, talenti, sogni, sono input che vengono dati al tuo spirito, alla tua mente e al tuo corpo proprio per condurti là dove devi essere, a compiere la tua realizzazione personale. Come fai a sapere se ciò che ti accade è giusto? L’istinto: ascoltalo!
Resistere ai sogni, agli istinti, ai talenti, é un crimine contro l’umanità (e probabilmente provoca il cancro).
Melania Emma
#condizionamento #sogni #talenti #desideri #istinto #pillolina

ARCOBALENI

La Gratitudine è sicuramente il miglior spazio da cui si funziona. Ogni cosa, situazione, persona che ci attraversa, ci riporta a Casa. A Noi.
Magari non capiamo tutto subito. E fa male. Ed è orribile. Oppure è stupendo e ci scivola dalle mani.
Non ho niente di relativo al narcisismo o alla manipolazione affettiva da dire oggi. Da un po’ di stagioni ci sono solo io che mi godo la “pioggia” senza la quale nessun arcobaleno mai ci sarebbe.
Oggi ho fatto un regalo alla mia più cara amica ed ero io che piangevo di commozione per i suoi occhi lucenti nel trovarsi tra le mani l’oggetto che desiderava, proprio come lo aveva sognato.
L’innocenza dell’apprezzamento: quand’è stata l’ultima volta che ti sei fermato a dire grazie per tutte le cose fantastiche che fanno funzionare la tua vita? Perché apprezzi qualcosa dopo e non durante?
Qui, per esempio, siamo connessi tramite una app che vi fa leggere le mie parole, solo pochissimi anni fa questo non esisteva. Siamo una piccola comunità che condivide la ricerca della consapevolezza, alcuni di voi sono nuovi ed altri son qui con me dall’inizio quando c’era rabbia e dolore, con me ad ogni passo della strada. Tutti, comunque, sotto la pioggia in cerca di arcobaleni.
Intendo essere grata per il grande e per il piccolo, al tanto e al poco, a chiunque legge mie parole, per la connessione e le app che la permettono, per la pioggia, gli arcobaleni, le nuvole, la luce morbida, per il buonissimo cibo appena mangiato, per questa fantastica estate che sta finendo e l’autunno ancora migliore che si annuncia, per le primavere difficili, per le persone che ancora mi amano, per chi ha sempre creduto in me. Per la mia salute, le mie passioni, le scoperte, le conquiste, la lucidità. Grazie a chi mi insegna la forza e l’umiltà. E grazie a Dio, perché senza la sua grazia, non sarei qui a scriverlo.
Melania Emma

FRIDA

Ieri sera ho visto il film dedicato a Frida Kahlo, all’anagrafe Magdalena Carmen Frida Kahlo y Calderòn, la celebre pittrice messicana. In molti, immagino, conosceranno la sua storia, una storia di sofferenze fisiche atroci, intollerabili, di interventi chirurgici per mezzo dei quali verrà “rattoppata” molte volte – per usare un termine a lei caro – come si rattoppano i vestiti ormai dismessi e che la obbligheranno a dipingere nelle posizioni più assurde, senza che lo spirito ne risenta o la mente indulga, un attimo di troppo, nell’idea dell’impossibilità di risalire la china: un’anima d’acciaio e leggerezza, quella di Frida, chiusa dentro un corpo minuto, che la vita proverà a storpiare ripetutamente, incapace, tuttavia, di fiaccarne la sensualità vibrante, potentissima.

Ha soltanto diciotto anni quando resta coinvolta in un grave incidente stradale, mentre viaggia in autobus: il corrimano del veicolo la attraversa da parte a parte, all’altezza del bacino, entrando nel fianco e uscendo dalla vagina; la spina dorsale e l’osso pelvico si spezzeranno in tre punti, la gamba sinistra in undici. Dimessa dall’ospedale, sarà costretta a indossare “un’armatura” di gesso che la avvilupperà come un bozzolo, dal seno alle caviglie. Subirà trentadue operazioni, e non potrà mai diventare madre.

Alejandro Gòmez Arias, lo studente di diritto con lei al momento dell’incidente e con il quale Frida intrattiene una relazione, la lascia qualche tempo dopo, non volendo immolare la sua vita ad una “storpia”, come dice di se stessa più volte, con ironia disarmante e lucidissima. Mentre Alejandro le comunica l’intenzione di trasferirsi lontano, e con questa l’epilogo della storia d’amore che li ha visti insieme, Frida comincia a disegnare sopra il gesso, nel punto sotto il quale preme la femminilità del suo seno sinistro, una piccola farfalla. “Voglio che tu esca da questa stanza prima che la farfalla sia finita” gli dice. Nelle settimane successive, il gesso che costringe il corpo di Frida all’immobilismo della rigidità, si riempie di farfalle dalle tinte vive, sempre più vive, ogni volta più vive, mentre chiede che le montino uno specchio sul soffitto, in corrispondenza del letto, da cui non ha modo di alzarsi, così che possa disegnare se stessa e perciò realizzare la meravigliosa collezione di autoritratti che, oggi, diffusamente conosciamo. Alla fine, la prigione del suo corpo diventa il coacervo di decine e decine di ali bellissime. Quando il medico le taglia finalmente il gesso, aprendolo in verticale, sulla schiena, sembra quasi che le farfalle di Frida, fino ad allora posate su quel giaciglio severo, necessario a raddrizzarle le ossa, possano librarsi in volo e guadagnare il cielo.

Frida trasforma il suo carcere personale in un inno alla vita, un canto di lode al coraggio, alla libertà, alla non arrendevolezza. Quando, ormai grande, patendo il travaglio della separazione da Diego Rivera, l’amore di sempre, chiederà a suo padre di ricordarle chi voleva essere da bambina, lui le risponderà: “Te stessa, volevi essere te stessa”, carezzando la testa di quella figlia ribelle che aveva sempre, segretamente, preferito alle altre.

Non per forza sono fatte di gesso o di sbarre, le prigioni. Il carcere più duro, io l’ho visto nei rimpianti; nelle occasioni di felicità che non abbiamo saputo riconoscere e che perciò sono andate smarrite lungo la strada; nelle piccole meschinità; nella tensione a non deludere l’altro – un genitore, un figlio, un compagno – e così ricercandone l’approvazione, come fosse misura del nostro valore umano; nella povertà che sventra il concetto di uguaglianza, sottraendogli la dimensione di concretezza, e perciò riducendolo a un’idea alienata, impalpabile, buona solo dentro ai libri, quando, seduti intorno a un tavolo, la pancia brontola perché c’è poco o niente da mangiare; nella frustrazione dei tentativi che non abbiamo mai osato, credendo che le circostanze fossero sempre, in ogni caso, più forti di noi; nell’amore che non abbiamo ricevuto, pur avendolo dato, e dal quale ci siamo lasciati cambiare, pensando che un cuore più duro ci avrebbe preservati da sofferenze future, mentre ci allontanava da noi stessi; nella vita sprecata ogni giorno, con colpevole noncuranza, come acqua che travasiamo da un recipiente all’altro, servendoci distrattamente di un imbuto e lasciandone colare molta lungo i margini, incapaci di centrare quel piccolo forellino di passaggio che ci richiama alla perizia, alla dedizione, e che ci permetterebbe di non disperderne nemmeno un goccio. Le ho viste anche lì, dicevo, le prigioni. E perciò mi batto, oggi, per farmi leggera, per farmi libera. Come le farfalle colorate di Frida.

Antonia Storace – 21 luglio 2018

SVILUPPARE SINTOMI O “DEGENERARE”?

Analizzare la propria madre patologica senza sentirsi colpevole, per un figlio, è davvero una cosa immane. E’ qualcosa che spezza dentro. Quindi sviluppare sintomi è l’unica arma che un figlio ha per esplicitare la sua protesta e il suo dolore senza ricevere ritorsioni, punizioni e soprattutto senza sentirsi in colpa.

Diversamente, rimanere sani e asintomatici riuscendo a resistere ed opporsi ad una madre patologica, equivale ad essere un figlio indegno, un mostro di figlio degenere. Specialmente nello Stato del Papa.

La tremenda scelta, dunque, per un figlio di madre patologica, è tra la protesta passivo-aggressiva dell’ammalarsi e quella del recidere il cordone vivendo “degeneratamente”.

Melania Emma

Ho imparato che il cervello non apprezza l’entropia. Se così fosse, avremmo molte meno nevrosi e patologie mentali.

Melania Emma

Dietro ogni malattia c’è il divieto di fare qualcosa che desideriamo, oppure l’ordine di fare qualcosa che non desideriamo. Ogni cura esige la disobbedienza a questo divieto o a quest’ordine. E per disobbedire è necessario abbandonare la paura infantile di non essere amati; vale a dire di essere abbandonati. Questa paura provoca una mancanza di coscienza: non ci si rende conto di quello che si è davvero, cercando di essere quello che gli altri si aspettano che noi siamo. Se si persiste in questa attitudine, si trasforma la propria bellezza interiore in malattia. La salute si trova solo nell’autentico, non c’è bellezza senza autenticità, ma per arrivare a quello che siamo davvero dobbiamo eliminare quello che non siamo. Essere quello che si è: questa è la felicità più grande.

Alejandro Jodorowsky

EDUCAZIONE MENTALE

Voglio dire una cosa importante. La specifico: se vuoi DAVVERO il principio attivo e non l’indoratura, NIENTE SI SOSTITUISCE AD UNA PSICOTERAPIA.
Una buona terapia, di qualunque scuola purché seria, EDUCA LA MENTE a lasciare andare (gestire) ciò che fa soffrire. La sofferenza non potrai mai evitarla e te la vedrai sempre coi tuoi mostri, ma con una mente educata disponi di MEZZI E TEMPI RAPIDI per gestire stati emozionali (per non dire patologici) che durerebbero forse anni. Decenni. Una mente educata riduce a tre parole i concetti tormentati, la mente educata trova le risorse per soccorrerti, essa odia perdere tempo a non capire, trattiene l’utile, “sa” cosa serve quando manca e se manca sa dove reperirlo. La mente educata è tutt’altro che rigida: è creativa, predisposta al lavoro, vigile, essenziale, disincantata, comica, affettuosa, critica. Una mente educata è il tuo miglior sistema di allarme. Con una mente in controllo vai dovunque e affronti tutto. Se puoi, fai questo investimento, perché il tempo risparmiato a non soffrire è un regalo.
Dico questo perché per ogni rapporto sano, affettivo come lavorativo, È FONDAMENTALE NON AVERE CORDONI OMBELICALI di nessun genere. Vanno tagliati, sennò li ricostruirai più forti, non c’è storia. Oppure sì, c’è la storia che ti racconti per sopravvivere e poi lamentarti e poi rompendo i coglioni a chi si è fatto un culo quadrato. Nessun libro, nessun guru, nessuna Pnl, nessun metodo olistico, nessun counselor, nessun corso, nessun amico che ti ascolta, nemmeno se ha fatto psicoterapia, possono educare la mente come un percorso psicoterapeutico iniziato e finito con successo. Con successo significa che non bastano “una chiacchierata” o un paio di mesi, bisogna letteralmente scomporsi e ricomporsi sotto le mani di un professionista che ti strizza per bene il cervello. Sì. Trovare un professionista è una fortuna, lo ammetto. Come cambiarlo se non va bene è un tuo diritto sacrosanto. Il terapeuta ti aiuta a CAMBIARE IL MODO DI PENSARE e questa è la sola guarigione, SE DAVVERO STAI MALE. Tutto il resto sono racconti che ti racconti, palliativi, tamponi, passatempi culturali, ma prima o poi i cerchi si chiudono e ancora non sai dare un nome univoco alle cose, sei in balìa di quello che accade e NON PUOI CONTROLLARE LA MENTE PERCHÉ NON NE CONOSCI I MECCANISMI. I tuoi meccanismi, non quelli chimici e neurali, parlo di mostri, demoni, maschere, difese, reazioni automatiche.
Specifico anche che se la Pagina Fb di questo blog parla di astri, lune e anime, LA SPIRITUALITÀ VIENE DOPO aver studiato bene cosa e perché accade ai tuoi pensieri (cognizioni). La sola spiritualità addormenta, non risveglia affatto. La sola spiritualità è come mangiare solo contorno e ci arrivi dopo il nutriente principale. Di cosa ti nutri, sennò, PER STARE VERAMENTE BENE?

Melania Emma

L’ABITUDINE…

…è la più infame delle malattie perché ci fa accettare qualsiasi disgrazia, qualsiasi dolore, qualsiasi morte. Per abitudine si vive accanto a persone odiose, si impara a portar le catene, a subir ingiustizie, a soffrire, ci si rassegna al dolore, alla solitudine, a tutto. L’abitudine è il più spietato dei veleni perché entra in noi lentamente, silenziosamente, cresce a poco a poco nutrendosi della nostra inconsapevolezza e quando scopriamo di averla addosso, ogni fibra di noi s’è adeguata, ogni gesto s’è condizionato, non esiste più medicina che possa guarirci”.

Oriana Fallaci, “Un Uomo”

Non identificarti mai in una malattia, non sei malato in realtà, sei solo stato sfidato ad essere sano.

Melania Emma

“Non avrei voluto, pensavo di farcela come tante altre volte e invece la vita non la decidiamo noi. Ma voglio dirvi una cosa. Niente deve dominarci, neanche la malattia. Bisogna essere liberi di amare: il senso della vita è solo l’amore”.
(le parole di Letizia Leviti, giornalista di SkyTg24, 45 anni)

AMORE NO, HO MAL DI TESTA

… è una bufala. Una donna che ha estrema confidenza col suo corpo sa benissimo che l’orgasmo acquieta l’emicrania. Il rimedio (e il sollievo), fra alcune di noi, è ampiamente condiviso e praticato. Chissà come mai questa cosa non viene detta.

Melania Emma